“Disse male delle donne e dell’amore”. Amanti forsennati & cornuti: l’epopea dei primi trovatori
Cultura generale
Nicolò Bindi
C’erano dei libri mitici, con nomi meravigliosi. Uno si chiama Il cielo di Marte, l’altro Il privilegio della vita, poi c’era L’invasione dei granchi giganti, Nome e soprannome e Il fianco dove appoggiare un figlio. Tra questi libri, che si leggevano nelle catacombe e mettevano muschio al nostro Nord poetico, questo è il più stralunato. S’intitola Gli allarmi delle stelle, che titolo meraviglioso, e lo ha scritto un poeta elettrico, una specie di incrocio tra Dino Campana e Jean Valjean. Il poeta, che abitava una fuga, si chiama Valentino Fossati – e quel libro, pubblicato nel 2007 dall’editore Marietti, sotto gli auspici di Davide Rondoni – che scrive di “riuscito amalgama tra sincerità e visione”, di “un cortocircuito tra voci apparentemente lontane, come Sereni o Quinzio” – è tra gli indimenticabili della poesia contemporanea – che soffre, oggi, l’asfissia del qualunquismo, per cui, chiodo-scaccia-chiodo, un libro equivale a un altro, conta chi è più ‘social’, chi è più simpatico, chi si presenta meglio, valletta del proprio ignoto talento. Ora, quel libro ritorna – e nel ritorno c’è la conversione, coinvolgente. La raccolta Gli allarmi delle stelle, infatti, per gli audaci di CartaCanta (pp.80, euro 10,00), è ancora in libreria, “convinti che sia una delle migliori apparse in questo decennio”, redatta da “una voce che pare quella di un Sereni più ebbro e indifeso” (ancora Rondoni), rivista, scavata, scalfita. Per gli studiosi – ce ne fossero – è una manna, perché è come se un pittore ritoccasse il proprio ritratto, dieci anni dopo, usando il retro del coltello. I cambiamenti, in direzione della nudità, sono nitidi, da subito. Questa ultima raccolta è dedicata “a tutti quelli che ho lasciato andare”, ed è priva di epigrafe; la prima versione era “A Roberta”, con un passo dell’Amleto in apertura. Alcune poesie scompaiono (il libro del 2007 è di 112 pagine), molti versi si accorciano o si accorpano, le sezioni si riordinano (scompare Fantasmi, appare Messaggi dal reparto, che smobilita e rifà parte della sezione antica). Un esempio del processo, tratto da una delle poesie più belle, A Natan, il profeta. “Dammi un segno che i morti sono vivi/ e che ci vedono e ci sentono parlare/ sotto le nubi, sotto la terra,/ mentre la neve ti ha cullato sotto il cielo.// E i palazzi sotto l’acqua ci sono ancora,/ tutto è rimasto dietro una serranda chiusa/ dove non vede neanche nostro signore”. Questa è versione del 2007. Questa è la stessa porzione di poesia, oggi. “Dammi un segno che i morti sono vivi/ vedono, ci ascoltano/ sotto le nubi,/ ci chiamano dalla terra e dalla neve.// Le città sotto l’acqua non affiorano,/ ma le vediamo/ noi rimasti ad aspettare le mani…”. Se all’epoca l’abbandono è alla visione, alla foga sovreccitata, ora, pare, ogni verso è lavorato con il bisturi, col senno dell’acciaio.
Tornare su un libro, dieci anni dopo, nella stessa costellazione, nella bocca e nel gorgo. Cosa significa?
Tornare su Gli allarmi delle stelle ha significato riuscire di nuovo ad attraversarmi, a guardare oltre o almeno provarci, rispetto al senso di colpa profondo e all’oscurità che ho voluto tradurre scrivendo quel libro. Con questa ripresa ho voluto anche raccontare un’altra storia, dall’interno, non solo quella mia e dei miei anni. Una storia nella storia: di un libro, di una vita, di più vite; tentare ancora di uscire da una solitudine, da un io per diventare – forse – un noi, o anche solo per scoprire, guardandomi indietro, che Gli allarmi è diventato un libro di morti, o di allontanati, che vorrei ritornassero.
Cosa c’è di ‘allarmante’ in questi tempi? Perché richiama all’‘allarme’ la tua poesia
L’allarme: la percezione di un’imminenza che può essere precipizio, deflagrazione, ma non solo verso il buio, anche verso l’imprevisto, l’inaspettato, qualcosa che all’improvviso diverrà presenza. È una percezione intima, ma anche storica, non solo individuale, dove nella Storia, anche recente, si avvertono, come ossessivo rumore di fondo, il massacro, la violenza – più o meno esplicita – i multiformi tentativi di negare identità e memoria, e soprattutto lo svilimento, l’assenza del pensiero. L’allarme poi è anche quel turbamento che anticipa il distacco da chi si ama e non tornerà, l’esperienza della malattia come ferita, rivelazione e soglia, lo scontro definitivo con il nostro limite.
Da dove viene la poesia, la tua, da quale cavità; a cosa serve infine?
Dal più intimo di me, semplicemente. Anche quando vorrebbe, più o meno consapevolmente, farsi testimone di qualcos’altro. Al di là di ogni discorso sul ‘cosa serve’ – non credo a molto – con la mia poesia vorrei sempre relazionarmi a qualcuno con la mia poesia e in questo incontro mettermi in gioco; vorrei anche che quel qualcuno, viceversa, si mettesse in gioco incontrando me. Tutto qui.
Ci sono poesia di rabdomantica bellezza, dove evochi i morti, a loro riferisci verbi, interferenze verbali. La poesia parla anche ai morti? Che cos’è la morte?
La poesia ha a che fare con il limite, è dialogo incessante con il nostro limite, con la presenza di quella soglia che può aprire all’oltre. Si rivolge, ‘parla’, anche ai morti, perché nella loro presenza-assenza incarnano proprio questo limite e questa soglia; perché ci diano un segnale, poi, perché in qualunque forma ritornino a noi. La morte? Quando viene esclusa questa soglia, quando si esauriscono memoria e presenza, quando l’ombra non genera più.
Cosa leggi? Chi sono – chi sono stati – i tuoi maestri?
Mi interessa la saggistica, anche la critica: quella poca che diventa ‘opera’ e degna di essere letta; dove centrale non è solo il fatto linguistico, ma anche quello psicologico e ciò che va ancora oltre. Poi la critica fatta dai poeti, Pasolini e Zanzotto per esempio… In poesia Montale sin dall’inizio: la fine dell’infanzia, il tu delle Occasioni come irrompere di un destino, il punto di contatto tra il proprio essere e l’oscurità della vita; Pasolini, l’attraversamento di sé a precipizio, la nostalgia che si protende oltre, la possibilità di vertiginose aperture. Montale, Pasolini poi il Sereni metafisico di Stella Variabile: non li rileggerei, ora, se non filtrandoli attraverso il decisivo approfondimento di Testori. Tra i miei pochi maestri ‘diretti’ devo molto a Davide Rondoni, il mio primo. Fuori dall’Italia, sopra tutti, leggo e rileggo Rilke e Celan. Proprio lì, la dannazione e la salvezza nel dialogo coi morti, il dialogo intimo, la comunione coi presenti–assenti.
…e la vita, che a te avviene, leggendo, con rasoiate di gioia alla gola … è solo dolore? Cosa bisogna espiare, cosa occorre aspettare?
Il dolore più grande nasce dalla consapevolezza della colpa, e anche scrivendo mi aggrappo a tutto per sentirmi in qualche modo salvo. L’esperienza della gioia, poi, è anche questo: una rasoiata come dici tu, un fiotto, qualcosa di inaspettato e violento, ma allo stesso tempo completamente affermativo e gratuito. Un fatto di grazia appunto. Non c’è molto di più da espiare, credo, se non l’aver tradito o calpestato chi ci ha dato amore. E quando si cammina sul filo di quel rasoio o sulla tenebra, occorre aspettare che questa gioia dolorosa, paradossale, ci venga in soccorso e non si esaurisca mai. Altrimenti è veramente la fine.
*
L’ultima lettera
Dopo tanto soffrire
troppo vivere
si è addormentata.
Io le ho parlato
come a chi si culla
nella frescura del buio,
ritrovati tutti
e già dimenticati
a dirsi ancora arrivederci,
qualche volta addio.
La ragazza in quella stanza
mi basterebbe ascoltarla
bellissima
poco prima della fine
se potessi rinascere, nuovamente amare
alle soglie del biancore e della neve.
Ti avrò accanto nel nulla
che accompagna e riposa
ma se sbuffa la porta
e finisce l’inverno
qualcos’altro, ti dico, potresti sperare
e se ci fosse luce
tu lo sai
sarebbe bellissimo.
Valentino Fossati
(da “Gli allarmi delle stelle”, CartaCanta, Forlì 2018)