08 Luglio 2024

“Tutto accade per la prima e ultima volta”. Su un romanzo di Valentino Ronchi (e su Vladimir Jankélévitch)

Ci salveranno i sensi, forse. Dopo l’ultimo istante, quando la luce del divino ci si svelerà davanti e ci circonderà, ci schianterà investendoci, inondandoci senza che noi si possa più fuggirla, ma soltanto venerarla o farci cenere e grida d’inferno davanti al suo calore.

Quando sarà il momento, quel momento, ci salveranno i sensi, forse – quanto avremo saputo in vita guardare l’accadere delle cose e credere al loro accadere. Perché quel quasi niente che è l’essere non è poco più di niente, ma infinitamente di più: e non può esserci salvezza eterna senza che si creda in questa vita, in questa materia incerta, nella sua realtà; e con essa, nella realtà dell’invisibile, di quanto – per usare le parole di un vecchio amico filosofo – non esiste ma è reale.

Lo sa bene Valentino Ronchi – che, come una delle sue maschere, ha quella «premeditazione del dire che hanno gli scrittori, quando sono ispirati» (p. 56) e che con Quasi niente (FVE, 2024) ci consegna un romanzo leggero nella forma e gravissimo nella sostanza, in cui forma e sostanza danzano assieme con la necessità della vita che si fa sapere e del sapere che si fa vita. Un romanzo che trasuda «un’ansia buona, di capire e di vivere» (p. 69), qui incarnata dall’amato Jankélévitch, che dopo averlo già fatto nelle poesie dell’Epoca d’oro del cineromanzo e di Primo e parziale resoconto di una storia d’amore torna a indossare i panni del deus ex machina, del personaggio-spalla che dà il ritmo alla danza dei protagonisti.

Quali, i protagonisti? Il giovane studente di liceo Phillippe Rebalin, schiantato nella sua tarda adolescenza dall’arrivo del nuovo professore di filosofia – il singolare Vladimir Jankélévitch, appunto – e la cameriera Alina, che ben più del professore arriva d’improvviso a schiantargli e arroventargli il cuore. Più del professore ma anche per sua causa, forse, per quella «filosofia della vita che (…) aveva qualcosa di leggero, di pre-filosofico», che «dava fiducia nell’esistenza, faceva sì che ci si lasciasse andare» (pp. 56-57).

E Philippe la riconosce, questa leggerezza – nel gusto del vivere che sempre più gli si mostra desiderabile, nell’ansia con cui il poco bene, il piccolo bene, gli inonda i bronchi quando accade. Un piccolo bene la cui bontà non è nell’esser piccolo, ma nell’esser vero, dato, concreto; e che nel darsi dei giorni gli permette, magari parlando di rugby col padre, di «citare la felicità, la gioia, l’esaltazione, senza chiamarle coi loro nomi», perché «con tutti i concetti che si possono imparare (…) a far breccia sono certe cose nette, semplici» (pp. 72-73), come semplici sono gli insegnamenti del professore, che non insegna a vivere ma a guardare, a guardarsi in azione per scoprire che cos’è che – al di là della nostra percezione di noi – davvero ci muove, dove sta il nostro tesoro. Un tesoro che per Philippe è Alina e per Alina è Philippe – o che forse per entrambi non è né del tutto l’una, né del tutto l’altro, ma piuttosto lo scoprirsi capaci di darsi, di credere e credersi in un altro, fuori da sé stessi. Di scoprire che davvero «tutto accade per la prima e l’ultima volta» e che prima ancora che colta, la vita va ammessa, riconosciuta, perché di mille altre identiche volte possibili non ce ne sarà «mai nessuna uguale a questa» (pp. 102-103).

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Così, nell’amore difficile e coraggioso dei ragazzi, Ronchi dispiega una volta ancora la cifra più viva del suo scrivere: sensualità e contemplazione, nostalgia e struggimento del vivere, speranza. Speranza razionale o, meglio, ragionevole, perché fondata non sul desiderio ma sull’essere, sull’esserci dell’essere, sull’esserci del desiderio stesso – desiderio che non fonda il mondo, non può farlo, ma ne certifica l’esistere. «Quasi niente è molto più che niente», si congeda il professore,

«è vicinissimo a essere niente, è a un passo da essere niente, ma non è niente (…). Come la vita, che è effimera, effimera quanto volete, ma sarà eternamente stata» (p. 133).

Come le parole: effimere, fallaci e inaffidabili quanto vogliamo, ma capaci, quando si fanno arte, di mettere in comune due universi – di farci una buona volta chiedere, come alla dolce Alina, dov’è che vogliamo stare, chi è che vogliamo essere.

Daniele Gigli

*In copertina: Georges Seurat, Ragazzo seduto con cappello di paglia, 1882

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