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“Dell’animale l’arcaica dignità”. Una poesia di Alessandro Ceni

Della poesia non si può dire che la sassaia d’astri, vento fautore di foglie, il silenzio, defenestrare la definizione, deglutire l’alba e provare, pietra in mano, a dare inno alle mani. Che un poeta, poi, Alessandro Ceni, sia dotato di australe costanza, in un oltre tutto suo, che pattuglia da quarant’anni – la prima raccolta, Il viaggio inaudito, esce nel 1981 –, inappetente alla fama, alla maestria di chi ostenta, ha del clamoroso, anzi, dell’amuleto. Pur lastricato in un pudore furibondo – i libri miliari sono, per dire, I fiumi, 1985; Mattoni per l’altare del fuoco, 2002; Parlare chiuso, 2012 – che lo rende millenario a questa bulimia editoriale, di oggi, Alessandro Ceni, pressoché irrintracciabile in libreria – per fortuna: i poeti vanno cercati, stanati, rincorsi con le lanterne –, disperso per piccoli editori di pregio (più facilmente trovate l’antologia 77, 2019, e la placca Combattimento ininterrotto, 2015), non scrive su vetro, paladino d’una estetica estatica: usa la selce. Da sempre altro rispetto a chi castra la poesia in pozza dei propri sentimenti, in facilità confessionale, impegno frugale, orazione civica, prona alla radiofonia, telegenica, da pubblico plaudente, razza di palude fitta di zanzare, cicale e rospi, Ceni pare inventare un gergo dei primordi, sporco, tellurico, da torce in braccio. Oppure, dà voce alla bestia arcana, al morso stellato, nel lavatoio dell’incomprensibile.

Lascio agli studiosi riconoscere, in questo inedito, i legami con i ‘padri’ tipici di Ceni – Dylan Thomas e Piero Bigongiari, ad esempio, che intorno a lui scrisse: “la poesia è un aiuto a questa primordialità del creato” – e con la consuetudine al tradurre – per lo più Joseph Conrad, Stevenson; ha appena licenziato l’Ulisse di Joyce per Feltrinelli –; a me preme il ritmo sacrilego e leggiadro, il coraggio del neologismo (asserpentinato; fuire, che viene dal francese fuir), della parola stramba più che ricercata (lasco; lamie; iliache; remigante), tesa, cioè, a una ricerca geologica dentro i gangli usurati del vocabolario, opificio di faine e mentitori. Per chi legge Ceni – legislazione tra i rari – il testo rivela una continuità – ad esempio, con La natura delle cose, 1991 –, la perpetua “battaglia dentro la lingua”, collusione di civiltà verbali, costruzione di fari, muraglie, tendaggi sonori, caravanserragli pieni di lucciole, “un avanzamento verso zone di confine, territori estremi, limiti oltre i quali pare impossibile procedere, vista l’asperità linguistica e semantica” (Daniele Piccini). Ma che altro è la poesia, tesa tra lalia e malia, blabla e magia, cialtrone e profeta… Il verbo, qui, è autenticato dai toni di Ceni, dalla sua ricerca d’artista, dal viso. Vi si dice, chissà, dell’uomo fatto bestia, della riduzione in manicomio, della bestia parlante, l’umano e il disumano. Nessun dio ha nome, qui, perché il velo del tempio – e il suo pianto – è strappato: per leggere a dovere, dando scatto alle parole, entità di tigre, bisogna pitturarsi il viso. (d.b.)

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POI OPPURE DURANTE

Quanto a noi ci mettevano qui,
(fonte di paura)
in scantinati,
abitati da pietruzze colorate
da nugoli di sartiame asserpentinato e lasco
da lamie ricoperte d’una densa peluria di pulcredine,
impossibile fuire.
Ci gettavano sul cumulo preistorico
di conchiglie
biglie
(fonte di paura)
palline d’agata
ambra
schegge di punte di freccia
ossa iliache e crani trapanati
arenarie,
e su tutto questo
una rapita remigante d’albatro per stendardo,
impossibile fuire.
Per tenerci in camicette di forza
in lettini di contenzione
in pollicini angolini
(fonte di paura)
appariva, talvolta, una ninfa, bellissima,
una antilopa –
leggerissima nella corsa
origine di giostrai –
noi le facevamo muro intorno
affinché il suo zigano dispiegarsi di piviera
deputato al dilemma restare/partire
almeno nella mente ci accettasse,
impossibile fuire.
Ci travestivano di morti mestieri
ci fingevano calderai, carradori, marangoni, selciatori,
ci trasformavano con le parole,
(fonte di paura)
ci davano facoltà
con armi inadeguate
di far vincere finalmente gli indiani,
dell’animale l’arcaica dignità
la postura in attesa sulla soglia,
coraggio dell’esistenza e onore del canto,
poi
crudeltà e superstizione in vesti da camera
e in ultimo il veterinario.

Alessandro Ceni

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