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“Io porto la situazione senza scampo”. Alejandra Pizarnik su Henri Michaux

L’ultimo libro di Henri Michaux è la riedizione, aumentata e corretta, di Passaggi. Racchiude venti testi che potremmo chiamare saggi nonostante rispecchino la poesia più eccelsa. In Passaggi, Michaux convoca così tanti aspetti della sua persona che si potrebbe parlare separatamente del Michaux pittore, musicista, innamorato, viaggiatore, freddo e paziente osservatore, sproporzionato esorcista, ecc, ecc. Ma anche se volessimo incorrere in questa scissione, bisognerebbe discernere con maggiore profondità. Un esempio su tutti: se pensiamo al Michaux umorista (l’umorismo è uno dei suoi tratti fondamentali), scopriamo che non si tratta di un umorismo possibile da definire una volta per tutte. A volte si manifesta padrone di un umorismo delizioso ed estremamente diretto (un esempio sarebbe la feroce e divertente diatriba che infligge ai cigni). Ma in altre occasioni la sua risata è molto simile a quella del suo compagno Lautréamont. La ascoltiamo in questo libro quando, con una pazienza da entomologo, accumula esempi che testimoniano l’orrore e il delirio tipici della nostra epoca e, in particolare, dell’uomo occidentale.

In merito ai temi di Passaggi, sono tanti e così diversi che solo la loro elencazione potrebbe far pensare ad un poema surrealista: il canto delle sirene, il caso di due bambine hindu educate da una lupa, un nuovo modello di ostia, cavalli che si drogano, testo di un giovane dell’anno 400 (della nostra era), la crudeltà del vento Maestrale, la poesia e il viaggio, le maledizioni, lo spazio e la pittura, le linee di Paul Klee, le esperienze dello stesso Michaux con i suoi disegni e dipinti e anche le sue esperienze – o esperimenti – da compositore, le mosche, le fate del Reno, l’origine del suo famoso personaggio “Plume”, le api, le tigri, la vita prenatale, ecc, ecc.

Il titolo del libro, Passaggi, potrebbe essere perfettamente il titolo di tutta l’opera di Michaux in quanto sinonimo di ricerca di un passaggio, di apertura di un varco, di uno spazio nell’oscurità. Non si è detto che “il poeta è il grande terapeuta?” Michaux lo ha dimostrato meglio di chiunque altro. Il suo insaziabile appetito di conoscenza eguaglia solamente la sua brama di liberazione. Per questo, nello spazio della poesia o del quadro, Michaux combatte, urla, persegue, è perseguito, geme, rivela, illumina… I suoi poemi non sono soltanto testimonianza della migliore poesia del nostro secolo ma anche esercizi di liberazione e modalità di conoscenza. E la cosa straordinaria è che, essendo tentativi individuali dell’uomo Michaux per esorcizzare le sue proprie sofferenze e le sue proprie ossessioni, aiutano e consolano di più il lettore che tanti altri colmi di benevoli sentimenti di fratellanza umana.

Michaux ripropone tutte le cose con lo sguardo di chi è appena arrivato. Ed è bellissimo verificare che la sua vastissima cultura non ha annebbiato quello sguardo dal primo giorno della Creazione. Per questo non deve essere motivo di meraviglia che i numerosi temi di Passaggi siano oggetto di considerazioni insospettate, di pensieri che non toccarono nessuno. Michaux non teme di “vedere l’infinito in un granello di sabbia” (il suo coraggio, in questo senso, equivale a quello di Rimbaud, di Dostoevskij o di Artaud).

Dal mio canto, ho letto e riletto con un fervore speciale i capitoli in cui il poeta si riferisce alla pittura, alla musica e all’infanzia. Mi è d’obbligo quindi presentare un breve riassunto di queste riletture che alternerò con la maggior quantità possibile di frammenti dello stesso Michaux.

La pittura

In diversi capitoli Michaux commenta la propria pittura, la pittura in generale e quella di Paul Klee. Riferendosi alle sue opere, Michaux le presenta come “passaggi” per arrivare a una sorta di centro da dove emanano i gesti (tutti i gesti) e i movimenti (tutti i movimenti). Vale a dire: vuole risalire, attraverso i suoi disegni e dipinti, al luogo in cui scorre il nostro essere interiore alla sua massima purezza. Vuole, disegnando, “mostrare la frase interiore, la frase senza parole, corda che si srotola, sinuosa, all’infinito. Volevo disegnare la coscienza di esistere e lo scorrere del tempo. Come ci si tasta il polso“.

 Anche la pittura – come la scrittura e la musica – è per Michaux una modalità di liberazione, di conquista della salute primordiale tanto quanto un percorso di conoscenza (conoscenza dell’uomo, certo, ma su chi possiamo sperimentare se non su noi stessi? Non c’è nessuno più a portata di mano…): “Mentre tracciavo i primi tratti sentivo, con mia enorme sorpresa, che qualcosa di chiuso da sempre si era aperto in me, e che attraverso quella breccia sarebbero passati miriadi di movimenti.

Delle linee di Paul Klee dice Michaux che “in un semplice giardinetto dalle mille erbe, esse creano il labirinto dell’eterno ritorno”. E per chi si spaventa delle continue rivoluzioni della pittura contemporanea, ecco qui un Michaux che le considera insufficienti. Resta ancora da liberare, ci dice, lo spazio del quadro.

*

La musica e il silenzio

I suoni della musica possono annientare i bordi rigidi delle cose. Grazie ad essa qualcosa comincia a scorrere e chi la compone (e anche chi l’ascolta) “diventa capitano di un FIUME…”

Il silenzio è la mia voce, la mia ombra, la mia chiave …

[Il silenzio] si spande, mi beve, mi consuma.

La mia grande sanguisuga in me si adagia.

Contro il silenzio, le parole. Ma Michaux diffida troppo delle parole, arme scheggiate, strumenti spezzati. E altro ancora: segni.

“Parole, parole che vengono a spiegare, a commentare, a ritrattare, a rendere plausibile, ragionevole, reale, parole, prosa simile allo sciacallo”.

“Non dovrei dimenticarlo mai. Soffocavo. Stavo crepando tra le parole”.

Per questo, contro il silenzio e contro la parola: un piano. Mi è d’obbligo soffermarmi su quello che dice Michaux sul piano perché nessuno l’ha mai detto in un modo così perfetto:

Compagno che non mi guarda, che non mi valuta, che non prende nota, che non serba traccia, compagno poco esigente, che non mi chiede di promettergli nulla.

Tutto è semplice con lui.

Mi avvicino. Lui è pronto.

Io soffro. Lui è pronto.

Lui canta.

Io porto la situazione senza scampo, il vano dispiegarsi degli sforzi, il fallimento di tutto, e anche la meschinità, le precauzioni spazzate via dal vento, dal fuoco, dal fuoco, soprattutto dal fuoco:

Io porto l’ossessione, il malessere, l’oppressione:

Lui canta.

Io porto l’inondazione di sangue, il ragliare degli asini contro la pace, i campi di concentramento, i lavori forzati, la miseria, i familiari arrestati, le cose a metà, gli amori a metà, gli slanci a metà e meno di metà, le vacche magre, gli ospedali, gli interrogatori della polizia, quelli che lentamente muoiono nei paesini sperduti, quelli che vivono nell’amarezza, quelli che ormai sono spacciati, quelli che insieme a me vanno alla deriva sulla banchisa impazzita:

Lui canta.

Io butto tutto avanti alla rinfusa, senza sapere che cosa porto, di chi, per chi, e chi parla nel paniere delle piaghe:

Lui canta.

Lui canta.

“Per chi sa cercare tutto diventa ricerca. Avvicinarsi al piano e lasciare che canti è avvicinarmi al piano e lasciarmi cantare”. Ma soprattutto è trasformare l’incontro con il piano in un luogo di apprendimento: “Quel che io vorrei (e che ancora non faccio) è una musica per interrogare, per auscultare, per affrontare il problema dell’essere”. Michaux non vuole comporre come un compositore, in particolare, non come un compositore occidentale: vuole fare musica di passero, “di passero un po’ indeciso, appollaiato su un ramo, un passero che tenti di chiamare un uomo…

Vuole una musica per chiedere soccorso nell’orrore, nel non sapere, una musica che parli del suo non possesso, una musica non simile a nessuna altra ma soltanto simile e lui, musica per riconoscersi, per dire il suo nome, una musica che indichi il suo luogo, che indichi la sua carenza di un luogo:

Una melodia povera, povera come quella di cui avrebbe bisogno il mendicante per esprimere senza aprir bocca la propria miseria e tutta la miseria intorno a sé e tutto ciò che risponde miseria alla sua miseria, senza ascoltarla.

Come un richiamo al suicidio, come un suicidio cominciato, come un ritorno sempre all’unico rimedio: il suicidio, una melodia.

Una melodia di ricadute, melodia per guadagnare tempo, per incantare il serpente, mentre la fronte infaticata cerca sempre, invano, il suo Oriente.

Le “onde microscopiche” della musica ci consolano “dell’insopportabile ‘stato solido’ del mondo, di tutte le conseguenze di tale stato, delle sue strutture…” Il tempo, grazie a lei, “diventa gradevole da assaporare”.

*

Lo sguardo dell’infanzia

All’uomo non è dato conoscere i suoi simili. Nemmeno la conoscenza del bambino che fu: fu un bambino ma l’ha dimenticato, ha dimenticato completamente “l’atmosfera interiore” della sua infanzia. Si tratta, dunque, di una perdita della memoria del “tempo dell’infanzia”. Michaux parla dello sguardo del bambino: “Sguardi dell’infanzia, così particolari, ricchi di ciò che ancora non sanno, ricchi di vastità, di deserto, grandi per nescienza, come un fiume che scorre (l’adulto ha venduto la vastità in cambio dell’orientamento), sguardi non ancora legati, densi di tutto ciò che gli sfugge, pregni dell’ancora indecifrato. Sguardi da estraneo…”

In un’altra parte del libro Michaux attribuisce qualità simili al volto delle ragazze, il quale sarebbe così irrecuperabile come il nostro antico sguardo. La bellezza di questi volti si deve al fatto che in un lasso di tempo molto breve sono volti senza “io”. Michaux li chiama “volti senza capitano”, poiché nessuno li abita ancora, nessuno li dirige…

Meditando su questo concetto dell’irrecuperabile mi chiedo: e la memoria di Proust? E il sapore e l’aroma dell’infanzia riscattati da Proust in un modo che ci sembra perfetto? Michaux nega la possibilità di questo riscatto: “l’uomo è stato bambino. Lo è stato a lungo e, a quanto pare, invano. Qualcosa di essenziale, l’atmosfera interiore, quel non so che in grado di tenere insieme il tutto è svanito, e con esso l’intero mondo dell’infanzia (…) l’odore dell’infanzia è ben più profondamente sepolto e irreperibile dentro di noi. Il Tempo del bambino, quel Tempo così speciale, Tempo fisiologico creato da un’altra combustione, da un altro ritmo sanguigno e respiratorio, da un’altra velocità di cicatrizzazione, è per noi completamente perduto…”

Michaux illustra questa perdita definitiva con un esempio magnifico:

“A otto anni Luigi XIII fa un disegno simile a quello del figlio di un cannibale della Nuova Caledonia. A otto anni ha l’età dell’umanità, ha almeno duecentocinquantamila anni. Qualche anno dopo li ha perduti, ha solo trentun anni, è diventato un individuo, è solo un re di Francia, vicolo cieco dal quale non è mai uscito.”

Alejandra Pizarnik

*Il testo di Alejandra Pizarnik, raccolto in Prosa completa, (Lumen 2002, pp. 206-211) è stato tradotto da Mercedes Ariza; le parti inerenti ai testi di Henri Michaux sono tratte da Passaggi (Adelphi, 2012). Il testo originale in spagnolo fu pubblicato su El Nacional, Caracas, 1964.

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