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“Parole. La mia eredità. La mia condanna”. Sulle Lettere di Alejandra Pizarnik

Siccome è da un po’ che non si parla più di Alejandra Pizarnik, proverò a farlo io. E lo farò aprendo a caso la raccolta italiana delle sue lettere. Il destino anche stavolta sembra non tradire affatto. O meglio, avvicina di più i poeti incoraggiandoli ad accarezzarsi il volto tramite quel refolo di vento che soltanto le anime indifferenti alla noia possono percepire negli istanti intensi e tragici della vita.

Poiché, come detto, i poeti debbono avvicinarsi tra di loro, quasi come fosse un segreto comandamento. Quasi come quando si scrive un diario, per affidarlo al nulla, all’oblio della fiamma, al brillio metafisico. Proprio per questo motivo i miei occhi nella notte bagnata dalla pioggia incessante leggono parole scritte il 22 febbraio di non si sa quale anno per Ivonne Bordelois; parole intime, raccolte dalla Pizarnik in un “diario inedito”, che hanno tutto il sapore e il sentore dell’immortalità:

Parole. È tutto ciò che mi hanno dato. La mia eredità. La mia condanna. Chiedere che la revochino. Come chiederlo? Con le parole.”

Ecco di cosa si servono i poeti: la parola è il tramite di ogni canto; quell’invito incerto e peregrino a omaggiare qualcuno o qualcosa con il verbo. Di cos’altro avranno mai bisogno i veri cantori del mondo? Le lettere di ogni alfabeto coronano i loro istanti di luce ignifuga alla solitudine. Le lettere, a formare parole che creano frasi, per dire l’inaudito e farlo presente al cuore straniero che non aspetta altro.

E se ci penso, è tutto ciò che posseggo anch’io. Non ci è chiesto dunque qualcosa in più. Abbiamo tutto. Con le parole avvertiamo il mondo della nostra essenza intrisa d’esistenza. Non abbiamo assolutamente altro: eredità e condanna, dono e turpiloquio; coraggio e ossessione o maledizione.

Eppure Alejandra va oltre: “Le parole sono la mia assenza particolare. Come la famosa «propria morte» c’è in me un’assenza autonoma fatta di linguaggio. Non capisco il linguaggio, ed è l’unica cosa che possiedo”.

Citando Rilke, la Pizarnik avverte di una spirale che l’avvolge, che la stringe come un’anaconda, per poi lasciarla libera di esprimersi con quelle stesse parole che ‒ a dir suo ‒ sono la propria personale condanna.

Non si capisce ciò che si è, eppure siamo, insomma. Si vive di ciò che si sogna, sognando la vita che si realizza in noi. Tutto riporta al suo contrario, allo specchio ‒ meglio, al riflesso di un gioco di parole destinato a durare il più a lungo possibile. Vogliamo essere qualcosa e qualcuno, ma nel momento in cui realizziamo il desiderio vorremmo già essere altrove.

Eppure, come accadde persino al caro amico poeta Lorenzo Scandroglio (amante indefettibile delle vette), per Alejandra Pizarnik il linguaggio “È come avere una malattia o esserne posseduta senza che da ciò derivi alcun incontro, perché l’ammalata lotta per conto proprio ‒ da sola ‒ con la malattia, che fa lo stesso…”.

C’è qualcosa quindi nei poeti che asseconda il senso inedito dello sguardo. E vibra col tamburo dentro al petto, riportandoci alla radice di tutto; a un assoluto che proverbialmente tutto sa e nulla stringe. Ciò nonostante, è «l’altra voce» che ci porta a seguire l’istinto, realizzando il dono. È la voce indistinta ma ferma delle parole, a soverchiare il tutto, riconducendoci ad un ignoto scevro d’ipocrisia.

Le parole! Le parole, signori, sono il circo dello spirito, l’acrobazia del nano sul filo teso sull’abisso; l’eterno consiglio di un silenzio immemore quanto memorabile e stantio.

Dunque Pizarnik fa esperienza di molto nella sua fragile intensa vita. Fa esperienza del dono, tanto da amarlo fino alla nevrosi. Tocca, con dita esterrefatte quanto ignobili e sante, il mistero di un tocco leggero sul foglio quale lascito di un errore immaginario e immaginifico. Prova, infine, sulla sua pelle, la sferzata del genio che inonda l’orrore di vita nuova.

Si tenta, si prova, si abbandona. Ci si allontana per poi tornare. Ma, più di tutto: “… Questo silenzio delle parole è l’orrore, è la vertigine allo stato puro.”

E noi poeti, andando oltre il silenzio, scontandone la pena, ne abbiamo fatto di certo esperienza. Ne abbiamo fatto, soprattutto, lo sguardo che ci accompagna alla mano tesa verso il ritorno per chissà dove.

Giorgio Anelli

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