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“Io tendo a dileguarmi”. Paul Valéry alla figlia Agathe

Appariva esangue, tutta testa, con gli occhi iniettati nel vetro e la pelle diafana, gnostica, neoplatonica. In uno dei suoi oceanici quaderni, quello che ha il sigillo “Ego”, aveva scritto: “Mi sono liberato della mia ‘città’, della letteratura del mio meglio, di ogni elogio, delle mie ammirazioni, del vero e del falso e del ‘vero’ e del ‘falso’. Al punto che se qualcosa pretende di impegnarmi troppo intimamente, io tendo a dileguarmi – mi sento scomparire –”. Giocava a scomparire, Paul Valéry, come uno che, in estro, estraendo una fionda, distrugga falangi di specchi, in una grandinata di immagini deformi. “Nessuna ‘professione’ o ‘specializzazione’ o ‘attitudine’. Non credo al libro perché il lettore – sono io”. Che bellezza, che potenza pitagorica, atletismo numinoso del verbo… Eppure, si sa, Paul Valéry non scomparve affatto, non s’installò nell’eremitaggio dei selvaggi: è, tra i poeti francesi, il più ‘gallonato’, stabile chiave di volta del canone, presidente del Pen Club francese dal 1924 al 1934; gli mancò il Nobel, continuamente sfiorato (è stato ‘nominato’, dal 1930 al 1945, per 27 volte, tra gli altri da Henri Bergson e Raymond Poincaré).

Tutto testa fino a un certo punto, Valéry, poeta del nitore, della tensione al cristallo, e di quel verso, liberatorio, Le vent se lève!… Il faut tenter de vivre! Tentò e visse, Valéry. Nel 1900, quasi trentenne, presso la chiesa di Saint-Honoré-d’Eylau, Parigi, si sposa con Jeannie Gobillard, nipote di Berthe Morisot – che la ritrae, lieve, dallo sguardo un po’ triste, incline alla nostalgia – e di Eugène Manet, fratello di Edouard. “Sono felicissimo”, dice, sazio del rito: in comune gli è testimone André Gide, in chiesa Pierre Louÿs. A quell’epoca ha pubblicato La Soirée avec monsieur Teste e Essai d’une conquête méthodique: è affascinato dall’idea di ‘metodo’, di ascesi. Da Jeannie, Valéry ha tre figli: Claude, François, Agathe. Il rapporto con Agathe, nata nel 1906, è particolare: il poeta la chiama come una delle tante imprese verbali incompiute, Agathe (Manuscrit trouvé dans une cervelle), perché il nome è amuleto. Così descrive quel testo, a cui si concentra dal 1898: “Sono lavori più per l’autore che per il lettore. Monumenti di disciplina – di soppressione – di coercizione – d’attuazione – di purezza e di finezza pura – e, come in geometria, la forma e il contenuto vi coincidono”. Siamo nell’alto delirio di Valéry, il sogno dell’opera pura, geometrica, in sé viva, disincarnata dalla ‘letteratura’, dal fango degli occhi, autarchica, priva del lettore, della sua sporcizia, atta a essere venerata più che letta. Morta nel 2002, quasi centenaria, Agathe Rouart-Valéry è la custode dell’opera di Valéry: nel 1966 per Gallimard cura Paul Valéry: iconographie, “flora di documenti che svela l’esistenza familiare, laboriosa, di un uomo che fu poeta, pensatore, artefice del verbo, ‘monaco dell’intelletto’”. Per Gallimard si occupa del “Cahiers Paul Valéry” (1977) e dell’opera di Eugenio d’Ors. Scrive: nel 1990, per Babel Éditeur, fa pubblicare le sue Poésie.

Il legame tra padre e figlia è ora ricomposto in un libro edito in Francia da Fata Morgana, Ton père errant, che raccoglie “Lettres de Paul Valéry à sa fille Agathe”. Le lettere sono introdotte da una prefazione di Michel Jarrety: “Con Agathe, futura custode della sua opera, Valéry condivide una tenerezza esacerbata che, senza mai inaridirsi, resterà al centro della sua vita da scrittore. Dalla casa di famiglia, crogiolo letterario e artistico, al matrimonio con Paul Rouart, nipote di Henri Rouart, Agathe non ha mai smesso di ricevere dal padre le testimonianze di un amore inalterabile. Una rara corrispondenza dove la sensibilità è spesso capovolta in umorismo graffiante, che sgretola la reputazione di ‘freddo rigore’ che aderisce sulla pelle di questo grande poeta e pensatore del Novecento”. Il poeta, allora, può giocare agli arcani, alle sparizioni, elevare il miraggio ad arte, il rigore a mistica – il padre è altro. I pedanti consigli alla figlia per conquistare un ‘metodo’ paiono ruggiti nel vuoto.

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Ho letto per riempire questo tempo privo di gioia, i magnifici drammi di Don Pedro Calderón de la Barca. Vale Shakespeare. Certo, per te tutti questi sconosciuti sono uguali. Ti invito a lavorare. Non sei priva di bisogni. Non attendere che si presenti la necessità. Commetti errori che iniziano a essere piuttosto ridicoli. Leggo dalla tua lettera che una conversazione non è priva d’interesse – e che sei invitata da Simonne. Bene. Cominciamo ad abbandonare queste piccole spazzature grammaticali.

Spero soprattutto che Mr Co, una volta vestito, non desideri che il suo cervello sia meno dotato del suo didietro. Sii elegante, certo, ma ovunque. C’è chi ha piedi puliti e pensieri luridi. Preferisco il contrario. Voglio che tutto sia pulito, l’intimo come il resto. Ti esorto a diffidare della storia e a tenerti al corrente di tutto, di modo che tu non debba ingollare ogni nozione a fine anno. Procurati della letteratura. Mi dispiace che durante le vacanze tu non abbia potuto dedicarti alla pura e semplice pratica del calcolo dei logaritmi e dei seni – era una macchina da acquisire, per non pensarci più.

Paul Valéry

 

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