L’ho letto attratta dal titolo che evocava luoghi esotici. Tasmania. Da qualche parte avevo letto che il nuovo libro di Paolo Giordano, edito da Einaudi, parlava di apocalisse. Di cambiamenti climatici. Di futuro, insomma. Avevo letto di suo, ormai una vita fa, La solitudine dei numeri primi (Mondadori, 2008, Premio Strega e Premio Campiello Opera Prima). Incerta sul leggerlo o meno, mi sono buttata sull’estratto. E ci ho trovato, in partenza, la questione piuttosto spinosa della procreazione medicalmente assistita che, evidentemente, è il nucleo della sofferenza dello scrittore. La frustrazione di una paternità mancata.
Altroché emergenza climatica. Non è poi la fine del mondo. O forse sì.
Insomma ti ci trascina dentro, nel suo dramma personale, con un po’ di tenerezza e, più o meno, alla Carrère. Una questione privata che lui stesso chiarisce, con invidiabile onestà: quel
“bisogno di trovare a ogni passo troppo complicato della nostra vita qualcosa di ancora più complicato, di più urgente e minaccioso in cui diluire la sofferenza personale. E forse la nobiltà, in tutto questo, non c’entra davvero niente”.
Il romanzo, poi, risponde all’esigenza di scrivere un libro – ci si aspetta il romanzo, da uno scrittore – alla soglia dei quarant’anni. Da fisico di formazione, voleva scrivere un libro sulla bomba atomica. E le parti più belle e più significative, in Tasmania, a ben vedere, sono proprio quelle. Questa è poi la vera storia, su cui non ci si sofferma mai abbastanza. Quelle stesse strazianti pagine rendono il libro degno di essere letto.

Il romanzo scorre sulla crisi del protagonista e sulla crisi di coppia, l’amore e l’amicizia, i più o meno simpatici Lorenza, Giulio, Eugenio, Roberta, Curzia, Cobalt, Adriano, padre Karol e il professor Novelli, ma anche sugli spigoli contro cui inciampano, nell’incontrarsi, padri veri o putativi e figli separati dai genitori. Giordano ce li mette chiaramente sotto agli occhi, con le giuste parole in fila e la corretta inquadratura. Sottotraccia la bomba che dovrebbe avere più pagine, più strati.
“Molti sopravvissuti alle bombe di Hiroshima e Nagasaki descrivono l’esplosione atomica come un evento silenzioso. Il termine giapponese con cui viene indicato è pikadon, l’unione di pika, luce, e don, boato. Eppure, come scrive John Hersey, quasi nessuno dei sopravvissuti ricorda di aver udito il rumore dello scoppio. Tutti, invece, ricordano il lampo di luce”.
La storia dentro la vicenda ritrae poi, gli scienziati, Enrico Fermi, in particolare. Il 16 luglio 1945, nel deserto del New Mexico, durante la “Jornada del Muerto”, lo scienziato non aveva osservato la prima esplosione atomica. Aveva preferito misurarla.
“Strappò un foglio di carta a pezzetti, che lasciò cadere a terra all’arrivo dell’onda d’urto, poi misurò a quale distanza dalla sua mano li avesse spinti il vento della bomba. Con un calcolo vettoriale da primo anno di università, stimò che l’esplosione di The Gadget, la bomba usata per il test, corrispondeva a quella di circa diecimila tonnellate di tritolo”.
Ma i fisici del Progetto Manhattan non credevano certo che la bomba sarebbe stata utilizzata davvero, su obiettivi civili. “Molti degli scienziati più venerati al mondo, tra cui Albert Einstein e Niels Bohr, erano scettici sulla possibilità che l’atomica potesse davvero essere realizzata, e comunque non entro la fine della guerra”. E invece. Perché non scelsero Tokyo? Il bersaglio serviva integro. E Kyoto?
“Kyoto, l’antica capitale imperiale, sembrava la più promettente, per il valore culturale, simbolico e per la quantità di case e templi in legno che sarebbero bruciati benissimo e in modo spettacolare. Ma Henry Stimson, segretario alla guerra che partecipava alle riunioni del comitato, era stato a Kyoto in luna di miele una ventina di anni prima e conservava un bel ricordo di quel viaggio”.
Il ricordo, non la memoria. Hiroshima passò quindi al primo posto, quel 6 agosto 1945, alle 8:15. Nagasaki invece fu scelta, seguendo le previsioni del tempo, il 9 agosto, alle 11:02. A causa delle nuvole, il destino scelse le proprie vittime, da lasciare sul campo. Le ferite dei giapponesi colpiti sono tremende.
“Sotto le bende le ferite pullulavano di larve di mosca, era impossibile rimuoverle tutte, perciò c’erano sciami di insetti che volavano nell’aria”.
Era la prima volta che si riscontravano ustioni di un colore diverso dal normale, bianche invece che rosse. E la pioggia nera.
“Dopo che il fungo atomico si era levato in cielo, infatti, si erano verificati dei fenomeni atmosferici anormali. Il più terrorizzante di tutti: il cielo si era coperto di nuvole scurissime, al cui interno c’erano detriti di ogni tipo, molti radioattivi, che avevano permesso al vapore acqueo di condensare. Aveva iniziato a cadere una pioggia scura e spessa”.
Hagie Ota che il 6 agosto 1945 si era salvata perché aveva disubbidito vestendosi di bianco, chiama la propria condizione “sindrome itai-itai, che sarebbe qualcosa come sindrome ahi-ahi, o sindrome male-male. Ha sofferto molto e costantemente per tutta la vita”. Ma le radiazioni non ebbero pietà degli stessi scienziati.
“Per la promiscuità con le radiazioni sarebbero morti Irène Curie e suo marito Frédéric Joliot, ed Enrico Fermi stesso. Erano passati nove anni da Hiroshima e il mondo si era già dotato di circa duemilacinquecento testate nucleari”.
Con la convinzione rassicurante che le radiazioni nucleari che aveva scoperto avrebbero portato del bene all’umanità, Marie Curie Sklodowska morì con “le mani talmente bruciate da essere fosforescenti”.
In questo romanzo a più livelli, Giordano inserisce le testimonianze raccolte, anche da remoto, dalla voce dei sopravvissuti alla bomba. Come Terumi Tanaki, ai tempi un ragazzino di tredici anni che frequentava la prima media. Quando suonava l’allarme, si rifugiava nel bosco, insieme ai suoi compagni. “Poi era arrivato il 6 agosto. Little Boy, la prima bomba atomica, era stata sganciata su Hiroshima. Terumi era venuto a saperlo il giorno seguente, dalla radio o forse dal giornale, anche se ovviamente non aveva saputo di nessuna bomba atomica, perché armi del genere semplicemente non esistevano”. Era una bomba “nuova”.
Il flash della seconda bomba, viene descritto come una luce che “era istantaneamente dappertutto”, un tipo di luce bianca “diverso da qualsiasi altro” che colse, raggiunse il giovane ragazzo in casa.
“La sua stanza si trovava al primo piano della casa, il flash lo aveva spaventato, perciò Terumi è sceso di corsa dalle scale. Mentre scendeva, ha visto la luce cambiare più volte: dal bianco al blu, poi al giallo, al rosso, infine a un rosso molto intenso”.
Si è coricato a pancia in giù, tappandosi le orecchie e gli occhi con le mani come gli avevano insegnato a scuola.
“Da quella posizione, prima che l’onda d’urto lo investisse, un attimo prima di svenire, ha fatto in tempo a pensare al significato di quel rosso così intenso: qualcosa di molto grande e di molto vicino a lui stava bruciando”.
Al di là della collina, abitavano le zie di Terumi: Rui, la sorella della madre e Koto, la sorella del padre. Il racconto, seppur breve, è apocalittico. Il 12 agosto, a tre giorni dall’esplosione, la madre di Terumi finalmente va con il figlio alla ricerca della sorella e della cognata. Ogni cosa era stata incenerita dalla bomba. “La zia materna, Rui, abitava in una casa un po’ isolata. Terumi ha pensato che forse il fuoco non si era propagato fino a lì, ma quando ha guardato in quella direzione non ha visto nulla”.
“Alla vista dei primi cadaveri eravamo spaventati, ma erano talmente tanti che da un certo punto in poi non abbiamo provato niente. Non parlavamo più”.
Il nonno era sopravvissuto, implorava acqua, ma aveva le labbra “quasi sciolte”. Il corpo di Rui stava per essere cremato. Terumi e la madre sono quindi andati a cercare l’altra zia, la zia Koto. La sua casa distava “appena quattrocento metri dal ground zero, quindi era all’interno del raggio di distruzione totale di Fat Man. Dentro quel raggio anche i cadaveri sono indistinguibili, talmente carbonizzati da non poterne più intuire nemmeno il genere”. L’immagine, il riconoscimento della zia Koto avviene in assenza del corpo, è un’intuizione, il ricordo del disegno di un kimono sulla pelle:
“su due lembi di tessuto, in fondo alle gambe, hanno riconosciuto la fantasia di un kimono della zia. Non si trattava del tessuto vero e proprio (l’incendio l’aveva bruciato), bensì dell’impressione del disegno sulla carne”.
Il cadavere di Makoko, il nipote, era riconoscibile, invece, per l’altezza superiore alla media. Makoko studiava matematica all’Università di Tokyo, per questo aveva evitato il militare, ma doveva ripartire per la capitale, quella stessa maledetta mattina del 9 agosto. Il destino è impalpabile come una nuvola nel cielo. “Se non ci fossero state le nuvole, Terumi e sua madre e i suoi compagni di classe si sarebbero trovati a un chilometro scarso dal ground zero, all’interno del raggio di radiazione, dove le possibilità di sopravvivenza sono minime”.
“Senza nuvole, la storia sarebbe andata alla rovescia: dopo l’esplosione sarebbero state le zie Rui e Koto a scavalcare il monte Konpira per cercarli, a rivoltare i cadaveri a uno a uno a caccia di un brandello di vestito tatuato sulla pelle, e a riconoscerli infine, madre e figlio, ad arrangiare le loro pire con mezzi di fortuna, circondate dalla devastazione peggiore che l’umanità avesse mai conosciuto”.
Dopo queste tragiche pagine, il romanzo riemerge in superficie, sulle scaglie centrifughe di un racconto autobiografico: forse Paolo Giordano, a questo punto, sente il bisogno umano di un po’ di leggerezza per distogliere lo sguardo dall’apocalisse. Sia pure osservando le ambizioni accademiche di un professore universitario, esperto di nuvole, il professor Novelli. Le radiazioni prendono corpo nuovamente, alla fine del libro; dentro l’ultimo capitolo. L’impressione è quella del giornalista, alle recenti commemorazioni di Hiroshima e Nagasaki, nonostante la pandemia. C’è una riproduzione di Fat Man a grandezza naturale. La bomba è gialla, con le giunture rosse, un giallo scherzoso. La storia sa essere macabra.
“Vicino alla riproduzione viene proiettato un filmato a conferma: un gruppo di soldati americani, tutti giovanissimi e a petto nudo, trasportano Fat Man fuori da un hangar, già dipinta di quel giallo scherzoso. La trattano con gentilezza e deferenza ma senza alcun senso di mistero, come se la bomba fosse un grosso giocattolo prezioso”.
L’incontro finale dello scrittore è con Moon, Tsukie in giapponese. Sopravvissuta, ha sposato un figlio di sopravvissuti. Hanno cercato, invano, di avere dei bambini. “Quello che rimane, dopotutto, sono le radiazioni”, rivela. Allora, sostiene lo scrittore, se “quello che rimane sono le radiazioni”, anche “i morti stessi sono radiazioni”.
“Una volta polverizzati i corpi, gli atomi continuano a esistere e quelli instabili a emettere radiazioni: raggi alfa, beta e gamma, neutrini che attraversano indisturbati la materia, verso lo spazio aperto, per migliaia e migliaia di anni”.
E se la radiazione potesse conservare la memoria di quello che è stato? “Uno spettro di emissione, che, analizzato con i giusti strumenti, ci restituirebbe una forma coerente della persona, magari i suoi pensieri?”. Questa riflessione ci riporta al titolo del romanzo fino a qui piuttosto fuorviante. I tasmaniani, aborigeni della Tasmania, del tutto estinti, dissipati a causa della feroce colonizzazione europea, una delle più antiche forme di cultura umana, fondavano la loro religione sul culto degli spiriti della natura e dei morti.