16 Marzo 2022

"Si sentiva come il condannato a morte...". Un libro di Saša Filipenko

Cosa avrei fatto al suo posto? Già: che cosa avrei fatto? Me lo sono chiesta anch’io leggendo Croci rosse di Saša Filipenko (appena edito da e/o, tradotto dal russo da Claudia Zonghetti). Esattamente come Saša, io narrante di questo romanzo, un arbitro di calcio, se lo domanda, con le spalle al muro, seduto nel suo nuovo appartamento deserto a Minsk, in Bielorussia, mentre pensa al racconto della vicina novantenne, appena conosciuta. Alle spalle di Saša, il dolore enorme, immedicabile, della morte della giovane moglie. Una figlia di pochi mesi da crescere senza una mamma. La decisione di andare a vivere, in Bielorussia, a Minsk dove incontra e conosce Tatjana, la strana vicina. Lei, malata di Alzheimer, traccia delle croci rosse sulle porte dei diversi appartamenti per trovare la sua strada di casa. Mentre suo marito e la sua bambina non l’hanno mai più percorsa la strada di casa e lei per tutta la vita non li ha mai ritrovati.

Durante la Seconda Guerra Mondiale lavorava al Commissariato del popolo agli Esteri dove traduceva la corrispondenza con la Croce Rossa Internazionale. In quell’occasione, scopre la spietata decisione del governo sovietico di rifiutare l’aiuto offerto dalla Croce Rossa nei confronti dei prigionieri di guerra sovietici, che Stalin considerava come potenziali traditori. Nei lunghissimi elenchi dei prigionieri scorge, con fibrillazione, un nome, quello di suo marito, catturato in Romania. E decide di omettere la trascrizione del nome di suo marito, metterci una croce sopra, anzi: depennarlo. Quanto c’è di fatale nelle nostre decisioni? Anche in quelle che riteniamo, sul momento, le più giuste? Quanto pesano i nostri comportamenti sulle nostre esistenze, sul nostro futuro? Come facciamo a prevedere le conseguenze delle nostre decisioni? Come si calcola il rischio di ciò che facciamo per salvare i nostri cari? “Cosa avrei fatto al suo posto? – si domanda appunto Saša – L’avrei scritto, io, il cognome di mia moglie? Non credo. E non è una questione di nobiltà d’animo; più semplicemente, non sarei stato altrettanto veloce nel valutare i pro e i contro. Sono un arbitro di calcio, ma le decisioni-lampo non sono il mio forte. La velocità di Tat’jana Alekseevna, invece, mi spiazza. Solo i calciatori migliori ne sono capaci, sul campo: a volte per decidere una partita basta passare la palla una frazione di secondo prima. Ai tempi di Stalin la gente aveva una capacità formidabile di calcolare i rischi”.

Si tratta di una “partita a scacchi” con se stessi. Dal momento che il numero dei detenuti sovietici in Romania doveva essere il medesimo Tat’jana decide di ripetere due volte il nome che precedeva suo quello del marito nell’elenco. Facendolo sparire. Tuttavia Tat’jana capisce di aver fatto “una sciocchezza fatale”, l’errore della sua vita. Sa di aver firmato la propria condanna, e quella del marito e della figlia Asja. Nel periodo successivo a questa trascrizione, non succedeva niente, ma Tat’jana stava malissimo. Sentiva, o presentiva. “Si sentiva come il condannato a morte che attende nell’ultima cella, ma che non viene mai giustiziato. La pistola era già contro la tempia, la canna fredda le sfiorava la pelle, ma il boia non premeva il grilletto. Un giorno, due, venti. Di lì a qualche mese era talmente sfinita che pensò di consegnarsi lei stessa”. Il pensiero del soldato sovietico che precedeva il nome di suo marito scritto due volte le ha fatto compagnia per tutta la vita, tormentandola. Che tormento l’idea di avere qualcuno sulla coscienza. Un nome ripetuto due volte può non essere un semplice errore di trascrizione. Le croci che Tat’jana segna sulle porte sono anche il segno più evidente delle croci che le hanno dato da portare. Non è forse vero che la croce che ci viene data da Nostro Signore non può essere superiore alle nostre forze? Quando trova il luogo in cui hanno gettato il cadavere di sua figlia in un orfanatrofio, la donna domanda se può piantare una croce: “mi hanno risposto di no: le croci non erano autorizzate”. Tat’jana trova un kazaco e gli chiede di fabbricarne una. La croce sono due tubi arrugginiti saldati insieme e conficcati nel terreno. Una croce “semplice, ma fiera”. In mezzo alla spianata sembra rossa perché mangiata dalla ruggine, “canta il passato e il futuro, la morte e lo sconforto, la memoria e la rassegnazione”. Una croce rossa come quella di granito rosso che Saša ha chiesto di realizzare al marmista per la vicina morta un anno fa. Dinnanzi alle croci non si può scegliere, né decidere, penso. “È una giornata asciutta di novembre, non fa freddo. Siamo al Cimitero nord. Sopra la croce, stormire di fronde”.

Linda Terziroli

Gruppo MAGOG