26 Novembre 2021

Si può solo "restare in silenzio" come Pablo Neruda

Potranno, per davvero, un giorno, le nostre parole ‒ le parole dei poeti ‒, essere salvate dalle fiamme? E evitare quel silenzio insignificante che va troppo di moda nei paesi in cui abitiamo, o nei quali lavoriamo, senza confondere più di tanto il vero dall’inganno?

Perché esiste un silenzio, purtroppo (dannazione!), che non è quello del poeta; ma è quello di chi, credendosi Dio, gioca in perenne astuzia, rovinando le coscienze e, in fin dei conti, quei pochi rapporti umani che ancora, forse, si credeva essere vivi, fieri, e presenti, nel mondo che oramai, ancor più barcolla e lascia illividire il senso precario di una vita intera.

Si gioca, va da sé, al ribasso. E, dappertutto, quando i giochi sono palesemente scoperti e scoperchiati dal perbenismo di facciata, occorre ‒ sempre ‒ chiedere: altrimenti, nulla ti verrà mai detto, e niente ti sarà affatto dovuto.

Eppure, anche quando chiedi, le risposte sono vaghe, mirano comunque al silenzio, minano l’eccesso della personalità. Il silenzio di cui si parla, poi, non è mica roba da poeti: quello è un altro discorso: è folgorazione!

No. Quello del quale qui si discetta, invece, è roba da antipasto; d’anticamera del cervello; trogolo d’allevamento.

Se si potesse o si dovesse fare un paragone azzardato, probabilmente bisognerebbe nuovamente accennare ai gulag, all’internamento, all’omertà mafiosa. Meglio: al silenzio che è violenza psicologica; alla ripetitività del gesto, che da unico diventa banale cliché.

E allora verrebbe da pensare che sicuramente il Machiavelli aveva ragione. Che dismessi i panni della lotta nella vita, ci si trova alfine felicemente nella notte attorno a quattro mura, affratellati a libri che sono mondi immensi, iceberg da scalare, vette irraggiungibili eppur feconde. Della notte è il rifugio dei poeti… La sfida celeste parte unicamente in quel momento…

Allora verrebbe anche il dubbio che forse il signor Kafka, o il signor Rimbaud, o chi per essi, intendessero ben altro, quando espressero il desiderio di voler un giorno bruciare o far bruciare i loro scritti, i propri ricordi. Essi sapevano che di quando in quando le loro parole avrebbero incontrato il silenzio inerme dell’ignoranza, dell’idiota che governa tanto per governare, al quale non importa proprio niente di chi potrà creare, un giorno, un capolavoro.

Quel silenzio non ha nulla da spartire con la poesia. E, tuttavia, il fuoco è tutt’altro che spento oltre il potere; nonostante arrivino rifiuti editoriali e omertà lavorative. E questi arrivano soltanto (porco mondo!) se tu solleciti una risposta: e non è mica detto nemmeno che, se la risposta venga sollecitata, tu possa essere punto soddisfatto. La verità è che viviamo in un mondo pieno di vigliacchi.

Noi, per ciò, difenderemo a oltranza quel «Restare in silenzio» tanto caro a Neruda, e ancor di più al cuore:

… Coloro che preparano guerre verdi,
guerre di gas, guerre di fuoco,
vittorie senza sopravvissuti,
indosserebbero un abito puro
e camminerebbero con i loro fratelli
nell’ombra, senza fare nulla.

Dunque: “Se potessimo non essere così unanimi / muovendo così tanto le nostre vite, / forse non fare nulla una volta, / forse un grande silenzio possa / interrompere questa tristezza, / questo non comprenderci mai…”.

Giorgio Anelli