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“Morire è una tradizione di famiglia”. Amélie Nothomb davanti al plotone d’esecuzione

In verità, come si sa, Amélie Nothomb non esiste: il personaggio – Amélie, dama oscura, grave di allegria gnostica, piuttosto telegenica, nata il 13 agosto del 1967 a Kobe, Giappone – è consustanziale ai romanzi. Amélie Nothomb, secondo le griglie di questo mondo, piuttosto, si chiama Fabienne Claire, è nata il 9 luglio del 1966 a Etterbeek, Belgio, da famiglia di alta nobiltà, di origine cattolica; gode del titolo di baronessa, il blasone è una ghianda gialla su scudo blu, interrotto da fascia gialla. Il papà di Fabienne Claire (che forse è lo stesso di Amélie, forse no) si chiama Patrick Nothomb, è stato importante diplomatico belga: console generale a Osaka, rappresentante per il Belgio a Pechino e a New York, ambasciatore in Birmania, Thailandia, Giappone. È morto l’anno scorso, nel marzo del 2020, durante la prima bordata pandemica: la figlia ha potuto onorarlo soltanto in differita – era il tempo della reiterata reclusione – e lo ha fatto scrivendo, secondo il motto – da lei coniato – “dai alla scrittura il potere di resuscitare il padre e di dirgli addio”. Nelle fotografie Amélie Nothomb veste di nero, ha le labbra infiammate di rosso, pare svagata – ma è scaltra e sembra una Marguerite Duras dark. L’ultimo romanzo, il trentesimo, s’intitola Premier Sang, lo ha pubblicato Album Michel un paio di mesi fa, ne spiattelliamo il primo capitolo; in Italia, per scelta estetica, i libri di Amélie sono pubblicati da Voland. In copertina, Amélie ha la faccia di una Madonna estatica e trafitta, con le mani sul petto: un florilegio di coltelli sfiora il candore del viso. Chissà che Fabienne Claire non trami per uccidere Amélie – o viceversa. Il libro inizia sul ciglio della morte: siamo al cospetto di un plotone d’esecuzione. La ‘quarta’ non dice nulla, perché nulla è da dire dei libri di Amélie, origami che insinuano interrogativi. Il tutto è riassunto da una frase: “Non dobbiamo sottovalutare la rabbia di sopravvivere”. Esatto.

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Mi portano davanti al plotone d’esecuzione.

Il tempo si dilata, ogni secondo dura un secolo più del precedente. Ho ventotto anni.

Davanti a me, la morte ha il viso di dodici cecchini. È consuetudine che tra le armi distribuite ai soldati, una sia a salve. Così ciascuno può credersi innocente per l’omicidio che sta per essere perpetrato. Dubito che la tradizione sia rispettata, oggi giorno. Nessuno di questi uomini pare aver bisogno di un bagliore d’innocenza.

Una ventina di minuti fa, quando ho sentito gridare il mio nome, tutto mi è stato chiaro. Ho sospirato di sollievo, lo giuro. Stavo per essere ucciso, dunque non avrei più dovuto parlare. Da quattro mesi sto negoziando la nostra sopravvivenza; per quattro mesi ho intavolato interminabili discussioni per rimandare il nostro assassinio. Chi difenderà gli altri ostaggi? Lo ignoro e la cosa mi angoscia; ma una parte di me trova conforto: finalmente starò zitto.

Nella macchina che mi scorta al monumento, ho guardato il mondo, ho notato la sua bellezza. Davvero, è un peccato abbandonare questo splendore. Soprattutto, è un peccato aver atteso ventotto anni per diventare tanto sensibile.

Mi buttano fuori dal mezzo, il contatto con la terra mi incanta: questo suolo così accogliente e tenero, come lo amo! Che pianeta affascinante! Mi sembra che avrei dovuto apprezzarlo di più. Ma è troppo tardi. L’idea che il mio cadavere resti un po’ sulla terra, prima di una pronta sepoltura, mi rende felice.

Mezzogiorno. Il sole disegna una luce intransigente, l’aria emana un odore esasperato di vegetazione; sono giovane e sano ed è stupido morire così, ora. Pur di non pronunciare parole storiche, sogno il silenzio. Il rumore delle detonazioni che stanno per massacrarmi mi disturberà le orecchie.

E pensare che invidiavo a Dostoevskij l’esperienza del plotone di esecuzione! Ora è il mio turno di sperimentare questa rivolta dell’essere interiore. Rifiuto l’ingiustizia della mia morte, chiedo un istante in più, qualsiasi istante è così potente, basta assaporare i secondi che scoscendono per mandarmi in trance.

I dodici uomini mirano. Vedo la vita passarmi davanti agli occhi? L’unica cosa che sento è una rivoluzione straordinaria: sono vivo. Ogni istante è divisibile, all’infinito: la morte non può raggiungermi, mi inabisso nel nocciolo duro del presente.

Il presente comincia ventotto anni fa.

Il balbettio della coscienza: un’insolita gioia di vivere.

Insolita, cioè insolente: intorno a me regnava il dolore. Avevo otto mesi quando mio padre è morto in un incidente, mentre toglieva le mine.

Morire è una tradizione di famiglia.

Mio padre era un soldato, aveva venticinque anni. Quel giorno, gli insegnavano a togliere le mine. L’esercitazione fu interrotta: per errore, era stata messa una mina autentica. Morì all’inizio del 1937.

Aveva sposato Claude due anni prima, mia madre. È stato il grande amore per cui abbiamo vissuto in un Belgio di buone tradizioni, che evocava in modo singolare il XIX secolo: moderazione e dignità. Le fotografie mostrano una giovane coppia a cavallo, nella foresta. I miei genitori sono eleganti, belli, magri. Si amano. Sembrano personaggi di Barbey d’Aurevilly.

Mi sorprende lo sguardo felice di mia madre. Non l’ho mai vista così. L’album del matrimonio termina con il funerale.

Mia madre aveva programmato di scrivere le didascalie alle foto più avanti, quando avrebbe avuto tempo. Non ne ha più avuto voglia. La sua vita da moglie è durata due anni. A venticinque, trovò la sua espressione da vedova. Non si è più tolta quella maschera. Anche il sorriso era congelato. La durezza si impadronì del suo viso, privandolo della giovinezza.

Le dissero: “Almeno ha la consolazione di un figlio”.

Girò la testa, vide la culla, il bambino, dall’aria felice. Questa giovialità la scoraggiava. Quando sono nato, però, era piena di amore. Il primo figlio, un maschio: congratulazioni. Ora sapeva che non era il primo, ma l’unico figlio. Il pensiero di sostituire l’amore per il marito con l’amore per il figlio la indignava. Nessuno, naturalmente, glielo diceva in questi termini. Tuttavia, così l’aveva percepito.

Il padre di Claude era un generale. Trovò la morte del genero accettabile. Non fece commenti. La Grande Muta scopriva in lui il grande muto.

La madre di Claude era una donna tenera e dolce. Il destino della figlia la terrorizzava.

“Confidami il tuo dolore, mio povero tesoro”. “Smettila, lasciami soffrire”. “Soffri, soffri per un po’. Poi ti risposerai”. “Zitta! Cerca di capirlo, non mi risposerò mai. André era e resta l’uomo della mia vita”. “Va bene. Ora hai Patrick”.

Amélie Nothomb

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