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Elogio di Max David, principe degli inviati speciali, autore del più bel libro sulla tauromachia, “Volapiè”: morì nel 1980 destinando 100mila lire agli amici per festeggiare all’osteria la propria dipartita

In Volapiè, Max David spiegava come si nasce, come si diventa, e come si muore torero, lo spiegò da straniero tifoso meglio di qualsiasi indigeno, in un libro che gli costò alcuni anni di lavoro e che resta anche fuori dal perimetro della corrida un grande esempio di letteratura, un saggio di storia e filosofia, un manuale liturgico che in certi passi si fa trattato morale. Volapiè è la parola con cui si indica il modo più comune di stoccare i tori. La manovra fu inventata nel Settecento da Joaquin Rodriguez, detto Costillares, uno dei grandi riformatori della tauromachia: a lui si deve il traje de luzes, il vestito di luce tipico del matador, tutto seta e nastrini, a lui si deve l’uso corretto della cappa che divenne un imprescindibile strumento coreografico, a lui si deve l’ossessione del “passo nuovo” che in seguito colpirà ogni espada che si rispetti in cerca di uno stile personale e riconoscibile.

Prima di allora la forma più tipica per finire un toro era quella del matar recibiendo, cioè del “ricevere” la bestia, aspettandola nella posizione di “a fondo” per poi colpirla. Cosa che spesso non dava gli esiti sperati, cioè una morte rapida, il che costringeva il torero a finire l’avversario a colpi storti e magari vigliacchi, un epilogo da grand guignol che ai tifosi non è mai piaciuto. Con Costillares perfino la tragica conclusione di una corrida diventa invece un momento di sublime teatro: dopo aver toreato nel modo adeguato l’animale, così che esso sia nelle giuste condizioni spirituali, cioè obbediente a chi lo ha dominato, il torero si pone a tre passi dal toro, punta la spada dritta davanti a sé, scatta in modo fulmineo, mentre l’animale abbassa la testa mimando la carica, e lo infilza facendo penetrare la lama dalle spalle al cuore.

“Se ben colpito – nota David – il toro cadrà prestissimo, dopo aver vomitato solo un po’ di bava o un pochetto di sangue scuro e bollente, quasi invisibile sul muso nero e rugoso. Crollerà pesantemente, il toro, ai vostri piedi, e voi aprendo a ventaglio la rossa muleta bagnata di quel sangue rosso e bollente, accennerete appena ad un sorriso, tanto per dare alla scena un po’ di grazia”.

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Toni quasi epici quelli usati da David in un tomo denso che è una completa storia della tauromachia, ma anche un trattato di sociologia dei costumi, composto in uno stile affilato, con una scrittura ricca di svolazzi che fa impallidire la stitica prosa hemingwaiana sull’argomento, dove si mette a nudo il pantaurismo, cioè quello stato patologico come descritto dal visconte Henry de Montherland nel suo Les Bestiaries, una sorta di psicopatia sessuale, di estasi, di delirio, di esasperato spagnolismo a petto in fuori, chiosava Mario Praz nella Penisola pentagonale (caustico pamphlet da compulsare con altrettanta curiosità), che fa concepire il mondo sotto specie taurina; peraltro malattia, la corrida, oggi in totale remissione per via delle reprimende animaliste.

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Da Pedro Romero a Louis Miguel Dominguin, raccontando la rivalità tra Belmonte e Joselito, da Manolete, il più tragico tra i toreri, a Molina, il Lagartijo, Max David compilò una esauriente genealogia che s’inerpica per secoli, fatta di nomi e soprannomi, di famiglie e casate, tutte rigorosamente Andaluse anche se non Andaluse, perché la corrida è una cosa Andalusa, anzi di Siviglia o al massimo di Cordova, e Andalusa è l’anima del matador, elegiaca e lamentosa. Così si spiega lo spettacolo della tauromachia che fu una religione, sublimata in un rito, con paramenti e regole precise, l’equilibrio “fra le esorbitanti energie del toro, la sua intelligenza, la sua saggezza, il suo poderoso istinto, con le povere forze e talvolta la povera intelligenza del torero”, una specie di messa solenne dove alla fine si compie il sacrificio, quasi sempre dell’animale, a volte dell’uomo.

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E proprio nell’idea della morte si somigliano la chiesa e l’arena, perché nello spirito iberico c’è da sempre il bisogno di competere, possibilmente in maniera cruenta, ma vi aleggia anche il sentimento della morte, come in una tragedia, “agli spagnoli piace il rischio mortale. Se morendo non si morisse sul serio, gli spagnoli morirebbero tutti i giorni” al grido di Viva la muerte.

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Max David cadde aficionado la notte del 22 aprile 1943, giovedì santo, mentre seguiva la processione del Cristo dei Toreri fuori dalla basilica de Nuestro Padre Jesús de Medinaceli, una chiesa costruita nel 1930, in pieno centro di Madrid, per volere del vescovo Leopoldo Eijo Garay e che conserva ancora la sacra statua di Gesù raffigurato nel momento della sentenza di Pilato, immagine venerata da migliaia di fedeli riuniti in pia confraternita. David era arrivato in Spagna da poco tempo, sul fare di marzo, spedito dalla Gazzetta del Popolo di Torino per scrivere di un eventuale sbarco Alleato nei pressi di Gibilterra, in Andalusia, uno sbarco che sarebbe avvenuto altrove. Si trattava della seconda volta, la prima, nel 1937, durante la guerra civile spagnola, gli aveva consentito di entrare, nemmeno trentenne, nella schiatta dei grandi inviati di guerra. Appena due anni innanzi, al seguito delle truppe italiane in Etiopia, era infatti iniziata precoce la sua carriera di giornalista giramondo: “simpatico, ultramoderno… audace, spavaldo nelle idee, intransigente, esigente” – così lo descriverà la nota dell’Ufficio stampa a seguito contingente italiano – rappresentava bene il regime fascista di cui era figlio. Imbarcatosi nel 1935 per una spedizione in Kenya, comandata da Nino Del Grande e patrocinata dall’Istituto Coloniale, presto colpito da mal d’Africa, era stato dirottato dal suo giornale, Il secolo-La sera di Milano, a Mogadiscio dove sarebbe arrivato il 19 novembre di quell’anno, il giorno successivo all’entrata in vigore delle (“inique”) sanzioni contro l’Italia. In seguito, iniziò a collaborare per la Gazzetta del Popolo, in sostituzione di un collega malato, seguendo fino al 1936le operazioni militari nel settore dell’Ogaden, nel sud del paese. Descrisse l’impresa coloniale con zelo, uno stile denso e colorito, spesso ai limiti del romanzesco, forse un modo inconsapevole di ovviare la censura guardando altrove, scrivendo di altro.

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Nel 1937 fu dunque in Spagna sulle orme di Francisco Franco. Mancò per un pelo la battaglia di Santander, nei paesi baschi, che invece costò – secondo la vulgata – il posto a Indro Montanelli il quale, bastian contrario da par suo, al posto di inneggiare alla “dura battaglia”, come desideravano gli alti gradi del regime fascista, si limitò a descriverla come una passeggiata “con un solo nemico, il caldo”. Mentre Montanelli, per questo sgarbo, finiva in Estonia a insegnare italiano, Max David continuò a seguire l’avanzata del generalissimo contro i repubblicani, assecondando la propaganda anti bolscevica. In lui resisteva l’educazione fascista, una giovanile propensione all’avventura, la non coscienza di una libertà di pensiero fino ad allora mai sperimentata. Anni dopo scriverà che per la sua generazione, almeno fino al 1943, i recinti della propaganda entro cui muoversi erano così connaturati al lavoro di cronista da non essere presagiti come limiti, bensì come precondizioni, come un dato di fatto. Ciò non gli impedì di essere un ottimo testimone su tutti i fronti che frequentò durante la seconda guerra mondiale: ancora l’Africa, poi la Bulgaria, la Grecia, la Crimea, la Svezia, la Russia, Sebastopoli, Stalingrado… e infine di nuovo la Spagna.

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In Spagna, dal 1943, rimase due anni in una sorta di esilio volontario; mentre il regime fascista crollava il 25 luglio, la patria si dissolveva con l’8 settembre, e da lì in avanti una lotta fratricida avrebbe sconvolto l’Italia, Max David senza soldi, senza più un giornale per il quale collaborare, affrancatosi dal Fascismo e per ciò restio a tornare in patria sotto la bandiera della Repubblica Sociale così come gli proponevano le autorità madrilene, mentre si arrabattava collaborando con fogli clandestini filo-monarchici e perfino badogliani, facendo il doppiatore di film spagnoli, aprendo un negozio di toilette per cani, restò invischiato nella propria nascente passione che divenne subito una sorta di ossessione: la tauromachia. Quando nel 1945, a guerra finita, si decise a rientrare a Cervia, sua città natale, riportava dalla terra iberica una moglie bulgara da cui presto si separerà, il soprannome Mazzantini, in onore del più celebre toreador italiano di metà Ottocento, e un baule di appunti che sarebbero serviti a completare Volapiè, il suo libro più famoso, pubblicato nel 1954 da Bietti editore, premio Bagutta 1956.

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L’assenza durante i due anni peggiori della storia italiana permise a Max David di metabolizzare il passaggio dal fascismo all’antifascismo in modo meno repentino di altri colleghi che si videro costretti con una vera veronica, degna di miglior arena, a cambiar verso per non farsi incornare. Già nel 1946, dopo un breve impiego all’ambasciata inglese di Roma, David riprese il lavoro di inviato al Giornale d’Italia. Fu di nuovo in Africa, terra d’elezione, poi a Londra, in Libano, in Palestina, in Cina. Nel 1949 approdò, sotto la direzione di Guglielmo Emanuel, al Corriere della Sera. Ben pagato e sempre più riconosciuto come corrispondente, David sfogò altre passioni, come quella per i cavalli, per i cani, le barche: le foto dell’epoca lo ritraggono baldanzoso mentre tiene al guinzaglio un ghepardo in Somalia, mentre pesca sullo Zambesi, mentre salta un ostacolo in una gara di dressage, mentre imbraccia un fucile durante un safari, in smoking ad una festa al Cairo con una coppa di champagne in mano, tutte pose consone all’idealtipo dell’inviato speciale da Luigi Barzini senior in su, una specie di eroe dei tempi moderni, sempre in viaggio, sempre in guerra, al momento giusto nei posti sbagliati. Nel 1952 si innamorò di Linda Locatelli, detta Pupina, che sposò con un matrimonio messicano perché nell’ordinamento italiano non era ancora previsto il divorzio.

Da qui in poi, una serie di reportage di grande livello da ogni parte del mondo, lo Yemen, Singapore, il Giappone, l’Europa, l’Argentina, gli Stati Uniti, una lunga cavalcata per i cinque continenti, ed una serie di volumi di gustosa lettura sempre per Bietti, Gli italiani a cavallo, Gli inglesi in spiccioli, La sposina americana, Buana Muandi, l’Africa degli uomini e delle buone belve.

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Nel 1973 Max David, considerato, forse a torto, troppo conservatore per la nuova linea radical chic del quotidiano milanese, subirà l’onta del licenziamento dall’amato Corriere della Sera; non seguirà Montanelli al Giornale Nuovo, ma troverà un buen retiro al Resto del Carlino. Gli ultimi anni della vita li passerà nella tenuta di Bertinoro, a pochi chilometri da Cesena, reinventandosi produttore di vini; tra scampagnate e cene con gli amici di sempre, Federico Tozzi, Luca Goldoni, Egisto Corradi, Dino Buzzati, ebbe tempo per istituire il Tribunato di Romagna, meritoria associazione che da allora si occupa delle tradizioni del forlivese. Nato il 25 dicembre del 1908 a Cervia, morirà a Milano il 22 marzo 1980, non prima di aver lasciato, nel più tipico folle anarchismo romagnolo, centomila lire agli amici per festeggiare con laute libagioni all’osteria la propria dipartita.

Angelo Crespi

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