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“Una pedagogia dell’avventura, una specie di Mille e una notte occidentale”. In viaggio con Nerval (dialogo con Bruno Nacci)

Oriente è lo spioncino da cui Occidente rivela la propria spaziale nudità, è lo specchio che deve essere infranto, il ritorno alle origini, il rito sarcastico del giudizio e del vuoto. Il gioco, semmai, è capire come Occidente abbia fabbricato Oriente – l’incomprensibile – a suo modo, tramite operazione chirurgica, estetica. Tra il laccato Egitto di Jean-Léon Gérôme – Napoleone Bonaparte, nuovo Alessandro, che contempla l’enigma della Sfinge, rovinata, che ne profetizza la prediletta rovina –, l’odalisca botticelliana di Ingres, la tigre che s’impenna di Delacroix e quella ricreata nella selva onirica da Henri Rousseu il viaggio pare a contrario, artefatto, difforme. Nerval – che ha già attraversato molteplici orienti letterari prima di questo – parte da Parigi il 22 dicembre del 1842, passa per Malta, le Cicladi, Alessandria, Costantinopoli, Cipro… ma poco importa la tratta, non occorre trattare Nerval come il prototipo di un Bruce Chatwin, “l’Oriente sognato e il sogno d’Oriente combaciano perfettamente, perché in entrambi si opera quella attenuazione del reale che, in Nerval, sembra essere la premessa per ogni forma di poesia e di verità” (Bruno Nacci). Il Voyage en Orient esce in volume nel 1851, per Charpentier, pensato, scritto, masticato nell’arco di otto anni: coincide con la fase di maggior creatività del grande poeta, edotto alla malattia e alla malasorte. In una lettera al dottor Émile Blanche, nel 1853 dice di essere stato iniziato ai misteri dei drusi, in Siria, “mi sono sentito pagano in Grecia, musulmano in Egitto, panteista tra i drusi e sui mari, devoto degli astri divinità dei caldei”, scrive nel suo caleidoscopico libro. Quando si ammazza, in una gelida notte parigina di fine gennaio, è il 1855, appeso a un cancello, chiede perdono alla Vergine e forse cerca di raggiungere il suo Oriente – aveva affetto verso la versatilità dei dervisci. Il Voyage, libro d’inclassificabile bellezza (“Era arrivata la notte, ma le notti siriane non sono che un giorno azzurrognolo; stavano tutti a prendere il fresco sulle terrazze, e la città, mano a mano che la guardavo risalendo la cinta delle colline, ostentava un aspetto babilonese”), che svasa i generi nell’alveo della pura meraviglia, è la mappa celeste del poeta di Aurélia, l’Apocalisse e la Gerusalemme sulle nuvole. Il libro, memorabile, viene tradotto integralmente da Bruno Nacci (che qui interpello) nel 1997 per ‘I millenni’ Einaudi; ora viene ripreso dalle Edizioni Ares con un “invito alla lettura” di Giuseppe Conte, ed è un piccolo, grande evento. A me pare, quello di Nerval, infine, infinito viaggio nell’ugola di Dio – l’Oriente resta una lebbra, un nodo, una superba malattia. (d.b.)

Cosa va a fare Nerval in Oriente? E che Oriente trova? O meglio, fino a che punto l’Oriente immaginato da Nerval, dell’immaginario, corrisponde a quello reale?

Nel Viaggio in Oriente confluiscono temi ed esperienze diverse, in tempi diversi. Sotto questo profilo si tratta di uno zibaldone, non certo di un mémoir come quelli di tanti viaggiatori tra Sette e Ottocento, a sfondo etnografico, che culmineranno nel più complesso Viaggio in Italia di un viaggiatore di eccellenza: Goethe. Né il libro assomiglia minimamente all’Itinerario da Parigi a Gerusalemme di Chateaubriand (ma Chateaubriand viaggia in Oriente come aveva viaggiato in America) che pure detterà per decenni il paradigma di ogni viaggio in Oriente, con un puntuale repertorio delle cose da vedere, gli errori da non ripetere! Nella prima parte del Voyage, è presente il ricordo di due viaggi fatti da Nerval in Germania, il primo nel 1837 per raggiungere Dumas, e il secondo pochi mesi dopo con scopi giornalistici. Ma la frequenza della Germania nel suo frenetico spostarsi non ha solo motivazioni concrete e occasionali, cela, ecco uno dei motori occulti della sua ispirazione, il ricordo doloroso di una perdita: quella della madre, che non aveva conosciuto, morta in Germania nel 1810, due anni dopo che Nerval era nato, accompagnando il marito al seguito dell’armata napoleonica. Il viaggio in Oriente vero e proprio durerà dal dicembre del 1842 fino a poco dopo il Natale del 1843, e la pubblicazione a puntate inizierà sulla «Revue de deux mondes» il 10 maggio del 1846. Mentre nel libro il viaggio prende l’avvio dalla Svizzera e dalla Germania, nella realtà Nerval si imbarca da Marsiglia per Malta per poi raggiungere Alessandria. Non vedrà tutti i luoghi che descrive, e non descriverà tutti quelli che ha visto. La memoria per lui non ha senso se non è filtrata dal ricordo, e nel ricordo confluiscono le letture, il sogno, il mito, e la recente, prima grande crisi a seguito della malattia mentale di cui il Viaggio è al tempo stesso medicina e sintomo. Può sembrare un paradosso, ma Nerval viaggia verso l’Oriente per ricordare e dimenticare, mosso dai suoi fantasmi interiori e da un barlume di speranza («E vidi un cielo nuovo e una terra nuova» Ap, 21,1)

Gérard de Nerval (1808-1855) secondo Nadar

Mi pare che l’Oriente e il suo Viaggio sia per Nerval una specie di scelta estetica, di poetica: penso agli inserti puramente narrativi, come la “Storia della Regina del mattino e di Solimano principe dei geni”. È così?

Quello che è uno dei più bei libri dell’Ottocento, non va certo preso come un Baedeker o una guida Touring. Non è, meglio chiarirlo subito, un resoconto di viaggio in cui sono inserite pagine di invenzione letteraria. Se è vero che da un punto di vista strutturale il Voyage si compone in gran parte di due lunghi racconti (quello del califfo El-Hakim e quello della Regina del mattino) e di tre narrazioni più brevi e altre quattro brevissime, sarebbe un errore grave ricondurre tutto il resto a una semplice cornice. Non siamo in presenza di un centonovelle come il Decameron! I fili che attraversano le narrazioni più estese legano tra loro le varie fasi del viaggio non meno di quanto intrattengano legami con opere del passato, ad esempio il primo racconto, quello dello sceicco Hakim, contiene riferimenti espliciti alla Hypnerotomachia di Francesco Colonna (1499) e al racconto di Nodier Franciscus Columna  (1844). Ma qui dovremmo parlare del particolare intreccio dei temi tipici, e in alcuni casi ossessivi, di Nerval: il teatro, il sogno, il doppio. Su tutto spicca quello che si potrebbe chiamare l’asse portante della sua narrativa: la contaminazione, tra passato e presente, tra onirico e reale, tra cultura pagana e cristianesimo, tra mito e storia ecc. Anzi, uno dei caratteri salienti della scrittura di Nerval consiste proprio nel “confondere” le diverse stratificazioni, amalgamandole in una prosa scorrevole, apparentemente semplice, una tela di ragno perfettamente tessuta da cui il lettore si lascia avvolgere con una sensazione di piacere e di abbandono totali.

In cosa credeva Nerval, se credeva? Racconta di dervisci, di pope, di pascià… forse, su tutto, vi è una fede nell’insolito, nell’esotico?

Difficile rispondere, forse impossibile. Figlio dell’Illuminismo e della Rivoluzione, si era formato alla scuola di uno zio convinto del nuovo paganesimo di stato, ma per indole e istinto diffidava della mitologia scientifica (avrebbe sottoscritto quello che scriveranno un secolo dopo Horkheimer e Adorno: «L’Illuminismo prova un orrore mitico per il mito»), e prese le distanze da un cristianesimo che aveva abbracciato il razionalismo borghese. Un tragitto non lontano da quello di tanti spiriti perspicaci e quasi profetici dell’epoca, che si è soliti classificare come “reazionari”, Lamennais, De Bonald, De Maistre, Baudelaire… Confondendo lo schieramento politico con un’attitudine spirituale. Borges a chi lo accusava di essere un conservatore, replicava che ci vuole un bel fegato a voler conservare le cose come sono, e preferiva essere considerato un reazionario. Per inquadrare meglio questo concetto, più di tanti ottimi saggi in materia (tra cui di Zev Sternhell, Contro l’illuminismo, che sfata certe idee distorte sul concetto di “reazione”) ma ardui da leggere, preferisco riportare uno scambio di biglietti tra due detenuti nelle terribili carceri della Francia di Luigi XVIII, conservati agli Archives Nationales: uno di loro era quello che per semplicità potremmo dire un uomo di sinistra, comunque un rivoluzionario vicino alle idee del socialismo utopistico e anarchico, l’altro appunto un reazionario, ugualmente avversato dal regime borghese di Luigi Filippo. Uno dei due scrive: noi abbiamo idee opposte su come dovrebbe essere il paradiso, ma condividiamo lo stesso inferno! Prospettando così un’opposizione dialettica tra le loro convinzioni. Ecco, Nerval cercò per tutta la vita una via di fuga dalla nuova mitologia borghese, dalle sue convenzioni, dall’impero del denaro (“Tutto si vende e tutto si compra”, aveva scritto Lamennais), dalla sua etica, dalla massificazione. La cercò nell’occultismo, nella massoneria, nell’alchimia, nella astrologia, fin nella cabala e nell’aritmosofia. Ma soprattutto nel sincretismo religioso, cercando di porgere ascolto agli antichi dèi, affascinato dai riti di iniziazione, dall’archetipo femminile che rimanda al culto di Iside… Prima di morire suicida, impiccato a un lampione in una gelida sera parigina, solo e povero, parlerà con qualche amico di sé come Cristo, e invocherà il perdono e la Vergine Maria.

Quanto l’Oriente di Nerval influenzerà i successivi letterati europei in cerca di assoluto, verso Est?

Non sono uno studioso e neppure un lettore di questo genere e dunque non saprei rispondere con conoscenza di causa. Se penso a Moravia, Gozzano, o a Flaubert e Gide, ho l’impressione che si tratti di una classica letteratura odeporica, di viaggio, alla ricerca di documentazione e suggestioni esotiche. Sull’Orientalismo, vivo anche in pittura nell’Ottocento, riverbera il dilagante colonialismo, a cui Nerval fu del tutto estraneo e non mi pare, ma posso sbagliare, che in un libro di viaggio verso Oriente dopo il Voyage, escludendo la triste e spesso grottesca mania del turismo (sposini e pensionati che si fanno fotografare davanti alle piramidi o accanto a un malconcio cammello), si siano più ricongiunti la passione, la febbre, il sogno, l’utopia di poter rivivere in un passato che ci porta alle radici di ciò che siamo e forse potremmo essere.

Come leggere oggi Nerval? Che cosa ci dice di profondamente potente?

Per molto tempo si sono pubblicati i “grandi racconti” estrapolati dal libro, che ho citato, come se fossero opere autonome. Errore ingenuo e fuorviante. Il lettore oggi ha a disposizione il testo integrale e può ritrovarvi, oltre agli elementi fiabeschi di questa specie di Mille e una notte occidentale, il fondo oscuro e meravigliato di un’anima che cerca disperatamente nella realtà storica odierna, di ieri come di oggi, un antidoto alla mortificante vita a cui ci siamo costretti senza altri orizzonti che non siano quelli di una quotidianità da cui abbiamo espunto ogni forma di grandezza. Potrei dire che il Voyage è una specie di antipedagogia, che al posto delle pedanti e insulse tabelle di marcia per convogliare le generazioni a una obbediente e rassegnata forma di militarismo senza divisa, elabora una pedagogia dell’avventura. Ma vorrei dire ai lettori che conoscono il Nerval di Pandora, Sylvie e Aurélia, che in questo libro troveranno un Nerval diverso, più disteso, pacificato, sereno, che trasporta e si lascia trasportare dal racconto. Per intenderci, un po’ come accade con America di Kafka, il meno letto dei suoi lavori, il meno kafkiano e più divertente.

L’edizione Ares del Viaggio in Oriente riprende quella edita da Einaudi nel 1997? Ha apportato dei cambiamenti alla traduzione?

L’edizione einaudiana, con il bel apparato iconografico, non era più in commercio da anni, e la nuova direzione editoriale non aveva alcun interesse per un’opera che pure era andata esaurita. Le Edizioni Ares hanno osato riproporla, scommettendo sulla sua assoluta e genuina freschezza. Io ho rivisto il testo, ma, a parte qualche refuso, non ho trovato niente da cambiare. È vero che le traduzioni invecchiano, per il momento però non ho trovato rughe e doppi menti e dunque niente chirurgia estetica.

Su quale autore, oggi, vorrebbe lavorare, chi vorrebbe tradurre, e perché?

Da anni non traduco più, scrivo racconti e romanzi, la traduzione è stata una grande scuola e non la rinnego certamente. Il prossimo anno Ares pubblicherà il Diario di Catherine Pozzi, poetessa, saggista, figura appartata ma non di minore peso della letteratura francese della prima metà del Novecento, che per alcuni anni ebbe una relazione con Paul Valéry. Io curerò il libro, lasciando però la traduzione a una traduttrice d’eccezione, Laura Bosio. Dopo Pascal, Chamfort, Laclos, Chateaubriand, Balzac, Hugo, Nerval, Flaubert e Baudelaire, credo di aver dato abbastanza. Se volessi tradurre ancora, e se ne avessi la capacità, mi piacerebbe ritradurre tutto Kafka, le cui versioni oggi, secondo me, mostrano la corda e sono figlie di criteri che ritengo superati e in alcuni casi poco attendibili. Un altro autore che richiederebbe una mano en artiste, quella di un traduttore attento alle sue straordinarie finezze stilistiche, è Chesterton, di cui si continuano a riproporre vecchie traduzioni poco attendibili.

*In copertina: Eugène Delacroix, “Cucciolo di tigre gioca con la madre”, 1830

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