03 Luglio 2024

“Fiore sfonda le lettere alfabetiche”. Intorno a un libro di Mariasole Ariot

Che bello leggere un libro così, viene voglia di scriverne uno uguale, o simile, per poi confessare a cosa ci si è ispirati, e cioè a “Essendo il dentro un fuori infinito” di Mariasole Ariot (Caffèorchidea, 2022). Confessione, appunto, perché io il libro l’ho immaginato prima ancora di leggerlo, ho fatto uno sforzo di tale immaginazione, da averlo letto tutto nella mia fantasia, e averlo apprezzato interamente e fino in fondo, in quell’infinito che l’autrice cita già nel titolo, ed è sempre più avanti, irraggiungibile.

Sono per una critica acrobatica, io, in perenne slancio d’inventiva, in perenne eccesso, non presto nessun servizio al lettore. Non sa leggere? Mi dispiace, non sono capace di informarlo, non sono alla sua altezza, mon frère! Comunque, avete almeno sfogliato una volta, per caso, qualche volume del grande critico Bruno Barilli?, bisogna che vi decidiate a farlo… Chiudiamo qui la questione, andiamo avanti: il libro non l’ho letto (scherzo, naturalmente!) e mi è piaciuto, dico ribaltando, in parte, la famosa frase attribuita a Indro Montanelli. Prendiamo ad esempio l’inizio:

“Lei cura la febbre da venti giorni, è morta da sette, spreme le limacce coi canini, le cola sul mento una bava”.

E continua, in modo ancora più sorprendente:

“Lei non è mai nata, lei ha l’azzurro negli occhi, lei mangia le sigarette che non fuma”.

In quanto a non nati, viene subito in mente “Factum est” di Giovanni Testori. Ma vediamo il romanzo come prosegue: “Era la coricata delle fiale e delle provette: reparto superiore, angolo a destra, Genetica Molecolare”. È alla seconda pagina che veniamo a sapere il nome di una delle protagoniste: si chiama Florence. In seguito il dettato è talmente asciutto, secco, legnoso, che pare debba spezzarsi da un momento all’altro. Le frasi si ripetono, cadenzano un respiro poetico, una vocazione alla poesia, perché tutto qui è poesia, tutto è espressivo ed estremo. Un altro nome che viene in mente, a me molto caro, è quello della scrittrice Marosia Castaldi, diciamo quasi dimenticata, ora, ma forse mai ricordata.

In un soffio subitaneo ecco che arriva la violenza:

“Fiore sfonda le lettere alfabetiche, si accascia origliando nella catena della notte. Poi dicono il si dice: dicono distrugga le porte, dicono strappi i capelli, dicono che i deboli non hanno disgrazie ma rogne, dicono che i deboli non sono deboli ma fingono, dicono che il padre a cui scrive è un amico morto”.

Nemmeno il pensiero del padre si concede alla protagonista, nemmeno l’illusione di un padre, che comunque è padre ogni uomo che trasmette speranza, affetto nella gratuità di un amico fraterno. La catarsi di questo strazio arriva all’inizio, incredibile!, all’inizio, invece che alla fine, non dopo, insomma, e in modo arduo, scomposto, tragico, seppure non definitivo, in quanto da lettori sentiamo che potremmo noi supplire o addirittura incarnare il destinatario di queste lettere.

Nel giro di una pagina veniamo a sapere che Florence si chiama anche Fiore, e Fiorenza, e si capisce bene questo, l’autrice ce lo spiega indirettamente: “Fiorenza parla tre lingue ma esige silenzio”. Entra in scena il mistero, già annunciato nell’incipit; siamo appena all’inizio, e tutto pesa, sovrasta il teatro dell’azione, ché sembra di vederla la protagonista nel suo contesto ombroso, chiaroscurato, afflitto, informe, sebbene non arreso. Lei è lì: “È una veste, una camicia bianca, una contenzione”. Infatti, lei è descritta: “Testa Sognante Ostinata”. L’avevo detto, non si piega, le tre maiuscole lo indicano. Ancora il numero tre! Tant’è vero che una riga dopo, o appena un paio di righe, leggiamo: “Siamo qui da tre giorni e sono passati decenni”. La capacità d’invenzione della scrittrice è sorprendente, i disegni di cui è corredato il libro sono della stessa Mariasole Ariot; non semplici illustrazioni, essi parlano al posto delle parole, arrivano dove non arrivano le parole, e rendono la vicenda al limite del possibile, traversano un oltre fatto a tratti di matita, sottili, realistici e allo stesso tempo enigmatici, per portarci al centro del dramma, che è dramma in azione.

Poema dell’essere orfani, dell’essere orfani del tragico, è questo libro: “[…] anch’io ho un centro vuoto, da tempo non ho un tempo”. “Calcolatela”, si dice più avanti, come se si potesse misurare lo sfinito dolore che aleggia dappertutto. Dolore che viene dai cuori e dalle cose, dolore che divide e a cui ci si abbandona. È proprio l’abbandono che rassicura, penso io, quella stessa modalità umana (più che umana), prima o poi rifletterà, per rinuncia, il vero che è nel destino di ognuno di noi. “Ti sto cercando ovunque. Ti ho inventato perché tu potessi venire a prendermi”. Scrive Fiorenza al padre.

Poi è tutto un assumersi il delirio del vuoto, delle cose che si svuotano per sottrarsi. Farsi voce che si libera nel delirio, scegliere il delirio per nominare la mancanza. Vengono avanti vari personaggi. Chi sono? Kylie, Faheem, Emma, Annamaria, Amel, Roberto, Alessia, Ivanhoe, il signor Guantini, Elsa. Nomi, ma sono un’unica forma in atto che pare germogliare da quell’essere orfani nel mondo. Ognuno compie l’esperienza del dolore, della malattia, della violenza, della crudeltà. Ognuno è corpo teatrale, ovvero corpo della parola che si nega, nel dirsi si nega, paradossalmente: corpo incarnato nella sottrazione. “Essere quel niente”, si dice nel sesto capitolo. Sembra di sentire la voce di Antonin Artaud, in questi monologhi, la sua voce acuta e tesa fino allo spasimo, a un passo dal crollo, che tuttavia ha ancora impeto, preme sulle corde vocali qualcosa d’impensabile, di emergenziale: “[…] ho un posto scuro che non può non dire”, leggiamo a pagina 57.

Lei è Mariasole Ariot

Immagino queste parole e i personaggi che le pronunciano, nella dura luce di uno spazio vuoto, abissale, annullante, obliquo, impervio e, allo stesso tempo, nudo, essenziale. Tutto grida dall’interno verso l’esterno, cerca di vincere il buio. È la voce che cerca di vincere, di affermarsi, in quanto avviene che con le parole si sentono le voci dei protagonisti. Che luoghi sono? I personaggi prendono tutto lo spazio del ricovero, sono tutta voce, anzi, solo bocca, solo labbra che si muovono, articolano parole che quasi vorrebbero essere suoni, ripetizioni, sgomento allo stato puro. Si pensa al Beckett degli ultimi testi, in cui la parola è oggettività del deserto, ma senza quell’ironia, senza quel distacco dello scrittore irlandese, bensì immersione totale dell’autrice, abbandono, appunto, e precisione visionaria nell’abbandonarsi; guardare bene nel buio, attraverso il buio, cosa accade.

“Ora che non c’è più una madre, io non sarò più figlio. Perché è morta? Posso essere un uomo come sei tu, uomo, essere umano senza essere, posso mangiare un gelato al bar all’angolo?”.

 C’è nostalgia nel passo qui riportato, che arriva non a caso a metà del libro, come a farsi cerniera nel senso delle cose che leggiamo. Poter fare a meno dell’umanità, potere arrivare a questo, pur di non soffrire. Non permettersi più l’umano, in quanto inquinato esso stesso da opportunismi, propaganda, conformismo, altro: più male che bene, più nulla che… Non so che dire, ero partito da un paradosso riguardante la lettura e mi ritrovo pienamente coinvolto dal libro di Mariasole Ariot, che fila dritto sul suo asse alla velocità di una saetta, o una freccia luminosa che sfida il buio dei giorni, dei luoghi sofferenti e pieni di pietà necessaria. Accade solo a me?, mi chiedo, solo a me accade di provare questo? “Essendo il dentro un fuori infinito” sembra essere la storia di una voce che si libera, che vuole liberarsi nella parola più vera che c’è, quella che ancora non è stata inventata, ma è in procinto di fare la sua apparizione sulla terra. Terra troppo piena di gabbie, voliere, scatole, prigioni, e macchine che invadono non solo lo spazio esterno ma perfino il nostro organismo, l’interno della nostra anima, riducendo tutto al loro sistema. Ci soccorre il mistero di una rotellina che si racconta nel libro, per cui girandola, sebbene arrugginita, crea un cortocircuito nel mondo. È il linguaggio che finalmente vibra, diventa vibrante e teso per la libertà che ha conquistato fin dall’inizio. “Perché ho una lingua potente, che batte sulle cose”, dice, fa dire a qualcuno, la scrittrice. Lingua visionaria la sua, profonda, sradicante, per completare il discorso. Il pensiero, fra gli altri, va a William Burroughs. Forse non saremo mai presenti se non conosciamo la verità, oppure, fino a quel momento, ma intanto la parola è in atto, e il corpo subisce provvidenziali trasformazioni e metamorfosi continue. “Nessuno sa di cosa siamo capaci”, si dice a pagina 78.

Vincenzo Gambardella

*In copertina: Odilon Redon, Les Yeux clos, 1890

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