10 Gennaio 2022

Maria: mangime per i cuori, crocefissa senza pietà

Secondo il cliché sancito nel Primo Testamento, Dio concede il parto miracoloso alla sterile, alla vecchia: ribalta la natura delle cose, confermandosi creatore. Sara aveva novant’anni quando restò incinta di Isacco. Maria, invece – secondo il Libro della natività di Maria –, era “al quattordicesimo anno di età” quando è data a Giuseppe e riceve la visita dell’angelo. La storia è micidiale: Dio è sospeso sulla perplessità di una mamma bambina, è sull’erma del dubbio, in pericolo, pericolante. Maria, infatti, “fu turbata”, non capisce cosa significhi la promessa del concepimento, ha l’audacia di dialogare con l’angelo, Gabriele, che s’insinua nel suo silenzio, di combatterlo. Per un attimo – che vale il Calvario e il sepolcro – il Messia potrebbe non essere, Gesù svanire in ipotesi, e Dio è lì, ancora, sul fiore delle labbra di Maria, “Come è possibile questo?”. Incubo di domande tagliagola il Vangelo: e voi chi dite che sia?

Che Gesù abbia una parentela – fratelli, cugini, zie: “Vicino alla croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre…”, Gv 19, 25 – è pari a selezionare le ali dell’angelo dell’Annunciazione, ritagliarle, quelle dipinte da Beato Angelico, poliedriche, quelle di Giovanni Bellini, di Giotto, di Leonardo, di Filippo Lippi, di Piero, e farne un erbario, opera di tassonomia celeste. Nell’apocrifo si dice che la Vergine “ben conosceva i volti angelici e non le era insolito il lume celeste”; in Luca trasuda lo stupore, l’angelo deve convincere la ragazzina (“Ed ecco, anche Elisabetta, tua parente…”), degna, secondo legge, di essere ripudiata, di vagare nell’annuncio della lapidazione. Sarà ripudiata dal Figlio, piuttosto – “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”, Mc 3, 33 – perché i Vangeli sono il grande libro dei tradimenti e dei ripudiati, dove tutto, per compiersi, deve rivelarsi contrario, contraddittorio – dove la morte è vita e la vita è morte. Dove Cristo è per sempre “il figlio di Maria” (Mc 6, 3) e ci si ostina al miracolo anche se ha la verità di un miraggio.

Perciò è bello, santificando l’ennesimo dolore, insanabile, scoscendere nel Rosario, fino a perdere il senso del tempo e della carne, e ripetere quella parola, magnetica, paradossale, terribile, Theotókos, Madre di Dio. Eppure, Maria è latitante, un latrato di assenze tra le spirali evangeliche. Matteo coltiva ascendenze e discendenze, scala mistica delle genealogie: sbriga in fretta la faccenda della nascita miracolosa; soprattutto, “un angelo del Signore apparve in sogno” a Giuseppe (Mt 1, 20 ss.), non a Maria. Marco e Giovanni non fanno cenno all’Annuncio, alla nascita, ma cominciano il loro Vangelo dalla predicazione di Giovanni il Battista. L’angelo, d’altronde, secondo Luca, prima di apparire a Maria fa visita a Zaccaria: profetizza la nascita di Giovanni, parto perfetto di Elisabetta. Maria è sempre subordinata, esclusa perfino dalla morte del Figlio, defraudata del corpo sconvolto. Al di là della tradizione pittorica, infatti, fitta di Madonne, di Pietà, di pianti sul Crocefisso martoriato, Maria non sta ai piedi della Croce, è l’assente, la scomparsa, chiusa in uno strazio solitario. Soltanto Giovanni accenna a lei, in una scena commossa (Gv 19 26-27); Matteo ricorda la presenza di “Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo e di Giuseppe e la madre dei figli di Zebedeo” (Mt 27, 56); Marco cita “Maria Maddalena, Maria madre di Giacomo il Minore e di Giuseppe, e Salome” (Mc 15, 40); Luca, che pure è l’autore della sgargiante Annunciazione, parla, in forma generica, delle “donne che l’avevano seguito fin dalla Galilea” (Lc 23, 49). Dov’è Maria, aliena perfino dal lutto, puro grembo, infinito sì?

La Presentazione della Vergine al Tempio di Tintoretto (1551-1556 ca.)

In questa sparizione, forse, è il carisma, feroce, evanescente. Secondo la leggenda, nel 1233 sette fiorentini prendono la via del Monte Senario, obbedienti alla Vergine. Fonderanno l’Ordo Servorum Beatae Virginis Mariae, si faranno Servi di Maria. Sono santificati così, come i “sette fondatori”, alieni dal nome e dalla nomea, imbracciando una specie di virginale anonimato, degni adepti della grande esclusa, Maria. In uno dei suoi devoti Inni alla Vergine, David Maria Turoldo, inquieto avventuriero tra i Servi di Maria, scrive:

“Come credevi, Maria? com’erano
i giorni tuoi accanto a quel figlio
mentre cresceva in grazia e sapienza?
come passavano gli anni in silenzio?”

Seguendo la trama dell’apocrifo (“Trascorso il periodo di tre anni e giunto il momento dello svezzamento, condussero la Vergine, con offerte, al tempio del Signore”), Tintoretto dipinge la Presentazione della Vergine al Tempio, conservata a Venezia, presso la Chiesa della Madonna dell’Orto. La scala è contorta, assurdamente ripida, pare un pitone, la bambina è piccolissima, il sacerdote è inquietante, cattivo e il cielo minaccia tempesta. Alcune donne, con preoccupazione, la fissano: che a nessuno tocchi una figlia così, gravata da una profezia che ha sapore di ricatto. Gli uomini, alle balaustre, hanno occhi irti di minaccia, sofisticati. E lei è per sempre inadatta, infallibile nella sua debolezza, appena la pronunci non può che ferire.

Nel nostro sbilenco Alfabeto del Sacro, ho chiesto ad Alessandro Dehò di confrontarsi con la M di Maria.

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Colpevole

Ogni volta che devo parlare di lei provo un senso di colpa. Mi sento complice di un abuso, come sfregiare una sacra icona, come oltrepassare i limiti della decenza. Nel branco sono anche io belva a leccare una luce che avrebbe tutto il diritto di rimanere segreta, inaccessibile. Una pozza inquinata dagli avvoltoi della purezza.

Parlare di lei è tornare agli eventi del Natale e fingere di non sapere che sono stati scritti con la maestria di chi aveva bisogno di una verità in forma di racconto. Mentire, perché la sua biografia è una finzione per evangeliche conversioni. Brani imbevuti di testamento antico, inchiostro che evoca narrazioni notturne e misteriose, pagine lasciate ad asciugare al vento di chi poteva riconoscere in lei la donna del testamento primo, brani per lettori critici ancora al riparo dalla prepotenza dei dogmi, immuni dal delirio storicista. La verità abita la finzione, se ne appropria, la replica, la verità non è la descrizione dei fatti ma dei suoi effetti. Vera è l’urgenza di produrre continuità con le sterilità abitate dagli interventi divini e insieme osare una frattura, la vita è possibile anche senza seminagione umana, inizia per verginità di stupore. Accade.

Scrivere di lei è accettare di misurarsi con una storia dell’arte che non ha avuto indugi, che ha replicato senza pietà la bellezza delle annunciazioni, arte che non ha mai risparmiato la donna di Nazareth, artisti che hanno fatto scempio del suo silenzio, fingitori del colore che ne hanno trasfigurato le vesti e idealizzato i luoghi e piegato i lineamenti dei volti alle mode. Mangime per i cuori.

Parlare di lei è sacrilegio, dipingerla è idolatria, gli angeli e il libro, la preghiera, la bellezza inaccessibile, principesca e casta, attraente e inarrivabile, il pudore nei gesti tradito da segni che facevano dell’esposizione del suo candore capolavori da gettare in pasto al bisogno animale di vedere, di toccare, di baciare, di pregare. Perle per porci che volevano ritrovarsi nel divino invece di smarrirsi.

La Pietà Martinengo di Giovanni Bellini (1505 ca.)

Parlare di lei è cedere e fingere di credere che una donna del suo tempo possa attraversare da sola le montagne per raggiungere sua cugina e essere certi che le due possano intonare canti in forma di Magnificat, a poco serve l’esegesi dei due testamenti che si incontrano, di due arche lanciate in rotte selvagge, inutile richiamare l’azione simbolica e la maestria del biografo, inutile, la donna piegata alle regole del libro tace e lascia che altri raccontino di lei, lascia intendere che la vita sia una selva oscura da incidere, che sia una strada in salita, in solitaria, senza angeli ad accompagnare l’incedere, che si cammina perché, in fondo, si spera in una soglia abitata. E tanto basta, la verità diventa storica nell’imitazione, nella reincarnazione del senso. Maria si lascia annientare dal racconto pur di replicarsi nelle storie di chi vaga in cerca di approdo.

Donna illuminata e subito umiliata. Colei che a Gerusalemme perde la fede, lasciata a interrogare i dottori del Tempio. Donna angosciata, donna alla pietosa ricerca del divino tra il conosciuto della parentela, donna smarrita, madre ripudiata, il figlio obbedisce a un altro padre, lei è arca, le è concesso l’involucro e se vuole una dolorosa sequela. Crocifissa prima del figlio da spade a trafiggerle il cuore. Niente del racconto esula da una simbologia sfacciata, eppure lei rimane incastrata nella narrazione, incastonata e umiliata, pietra di poco valore in una corona di diamanti. E tace. Ascolta, medita, come una che non ha mai goduto di sacre annunciazioni, di verginali nascite, per trent’anni inchiodata al suo silenzio. Come fosse l’abito abbandonato, indossato e gettato in disparte. Sospensione e falsificazione, ci si dimentica di tutto, non ci si chiede perché non avrebbe dovuto capire, l’angelo era stato chiaro, invece lei è sempre nuova, come fosse un volto inedito, come se Maria dovesse sempre rinascere e ricominciare, come se non avesse memoria, come se si lasciasse usare dall’evangelista. Nel suo silenzio si replicheranno mille volti di donna costrette a crescere figli che non comprendono, a dilatare a tortura il taglio di ombelicali cordoni. La verità di una storia è nella sua replicazione infinita, nel silenzio di cuori smarriti per troppo amore.

Come quando tenterà di riportare a casa suo figlio. È fuori di sé dirà, come madre che vuole squarciarsi il ventre, come donna disposta a dissanguarsi pur di proteggerlo. Anche lì sembra che non ci sia più il minimo ricordo degli eventi miracolosi del Natale, solo una donna a difesa della famiglia, legami di sangue che Gesù tradirà e reinventerà da capo. Aveva appena chiamato dodici nuovi fratelli, aveva appena decretato che lo stesso sangue non è garanzia di legame, la dissoluzione del sacro per inaugurare una parentela di comunione con gli affamati, con i disgraziati, le puttane, i ladri, i santi, con chiunque purché smarrito e assetato. Lei soffre e tace, si lascia usare, ancora, si lascia trascinare in una sconfitta bruciante, si lascia umiliare. Lei, la diseredata, diventerà protettrice della tradizione, patrona dei sacri vincoli, scudo per cristianesimi senza coraggio, blasfemie culturali. E lei a tacere, a lasciarsi trascinare senza opporre resistenze evidenti. La faranno apparire a comando, pontificherà in contesti misticheggianti, sarà brandita da spade a forma di rosario, sarà maltrattata dalla storia, dai politici, dai credenti, da chiunque. Lei che solo voleva portare a casa il figlio. Gravissimo errore perché la replicheranno in troppi. Quel figlio invece porta a disperdersi, fuori di sé, da sé, disseminato, sparso, semente anarchica e senza ritorno, folle spreco di profumo, vaso rotto che non contiene la fragranza. Mirra e unguento, strappo ad ogni sudario. Beffa di qualsiasi sindone. Maria è vittima di una continua dispersione, più simile al figlio ora che allora.

Infine la croce. Ma a lei è negato il sollievo del capo chinato, dell’affidamento al Padre, dopo tre anni nell’ombra eccola sprofondare nelle tenebre del Calvario, ma se il Figlio riesce a strappare i veli del Tempio ecco che lei è una placenta sfatta ai piedi del fallimento, una Pietà a cui Dio non ne ha invece riservata nessuna, nemmeno degna di morire all’unisono con il figlio. La morte è terribile per chi resta, per chi vede il mondo avanzare nonostante il dramma. La morte si vendica giorno dopo giorno, istante dopo istante, nella vita di chi resta. L’ucciso eternamente uguale a se stesso e intorno un mondo che non ha il pudore di fermarsi. Costretta madre di un discepolo, ancora in silenziosa obbedienza. Viva negli occhi delle donne a cui hanno strappato il frutto del grembo, viva nel dolore, implacabile nell’atto di tenere sulle ginocchia il figlio cadavere. Ora lei è mangiatoia, nessuna pietà, nessuna, lei è carne fatta a brandelli, lei è vita collassata attorno a un dolore, lei è tutte le lacrime che la morte piove sui sopravvissuti. Nessuna pietà.

Mai nessuna pietà. Ci si può solo sentire colpevoli, iene bisognose di uno specchio, Maria è usata, trascinata, falsificata, riscritta. Non oppone resistenza. Forse è questo il segreto profondo del suo “sì”. Non opporre resistenza è accettare lo smarrimento, l’abuso, l’incomprensione. Maria è crocifissa da sempre, dall’inizio. Immobile, ostia consacrata sigillata alle fami del mondo. Lei donna del silenzio costretta all’abominio dell’ennesima narrazione.

Alessandro Dehò

Gruppo MAGOG