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“Nel nostro tempo, i migliori lavorano controcorrente”. Marguerite Yourcenar

Tra Memorie di Adriano e L’opera al nero passano diciassette anni: una nuova maturità. Dal 1950 Marguerite Yourcenar si è stabilita a Mount Desert, nel Maine, insieme a Grace Frick; l’anno dopo il suo romanzo più noto, edito da Plon, pensato “per dieci persone” – così scrive a Gallimard nella lettera tradotta sotto – diventa un ‘caso’ letterario. Come sempre, la Yourcenar lavora su taccuini del passato, idee remote, che modifica, converte, fa esplodere: ritorna sulla propria alba, scorticando. L’opera al nero uscirà nel 1968, per Gallimard, conquistando, tra l’altro, il Prix Femina. Abituata al viaggio, la Yourcenar distingue gli anni della “vita errante” da quelli della “vita immobile”: l’immobilità è l’avvio al viaggio romanzesco, all’esplorazione narrativa. Questi anni ‘immobili’ – la loro diversa mobilità – racconta la corrispondenza 1964-1967 registrata da Gallimard come “Le pendant des Mémories d’Hadrien et leu rentier contraire” (edizione a cura di Bruno Blanckeman e Rémy Poignault). La lunga preparazione all’Opera al nero è scandita dalla scoperta di Kavafis – presentato nel 1958 –, dal libro in cui Marguerite raccoglie gli spirituals dei neri d’America (1964), dai tentativi teatrali – tra cui Qui n’a pas son Minotaure?, pubblico nel 1963 – e dalle raccolte saggistiche – Con beneficio d’inventario è edito da Gallimard nel 1962. Di certo, la scrittrice malsopporta la città: “Conosco troppo bene Parigi, le inevitabili chiacchiere mondane, gente che intorbida le acque assicurandoci di aver sentito ciò che non è mai stato detto, e le interviste sui giornali che distorcono ciò che tentiamo di dire, e, peggio ancora, le conversazioni ‘d’affari’ con i maestri del procrastinare, che dicono sì dicendo no, e promettono sapendo di non poter mantenere” (a Natalie Barney, 1 gennaio 1967). Tenta di aggiogarsi a un altro ritmo, la scrittrice, dando al foglio natura di terra, e pietra al verbo. Aliena alla cronaca del tempo, nel crudo della Storia, con una certa limpida ferocia.

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A Gaston Gallimard

Petite Plaisance, Northeast Harbor, Maine, USA; 18 gennaio 1964

Gentile Signore,

secondo i nostri accordi, le propongo una nuova opera, che sarebbe il terzo e ultimo manoscritto, come previsto dai termini del nostro contratto. Si tratta di Fleuve profond, sombre rivière, uno studio sulla poesia popolare e la mistica dei Neri degli Stati Uniti, con in sottofondo una storia concentrata su tale poetica e la traduzione di circa duecento spirituals, per lo più sconosciuti in Francia. L’argomento mi pare accessibile al grande pubblico, soprattutto oggi, alla luce dell’importanza che sta assumendo il problema dei neri negli Stati Uniti. Le invio il manoscritto, che al momento conta una ventina di pagine: preferisco che lei si faccia un’idea del lavoro, per capire se adatto alla sua casa.

Vengo al punto più delicato. Lei sa che sono legata a Plon da un contratto del 1956, che vorrei rivedere. Questo contratto concede a Plon la ‘revisione’ di quattro opere – due romanzi e due saggi – la cui prima versione è apparsa tra il 1932 e il 1938. Contrariamente a ciò che immaginavo, queste ‘revisioni’ e ‘ridesignazioni’ sono cresciute in me, fino a diventare nuove opere. Così, La Mort conduit l’attelage, del 1934, un soggetto che ho cominciato a riscrivere nel 1956, ora è evoluto in una trilogia di romanzi storici, di cui uno solo è quasi finito (mi restano due lunghi capitoli da scrivere). Questo romanzo è ambientato nella prima parte del XVI secolo, in Francia, Germania, Fiandre, e s’intitola, secondo l’antica formula alchemica, L’opera al nero. È diventata per me un’opera pari alle Memorie di Adriano, anche se diversa nella formula e nel tessuto narrativo; il che, s’intende, significa che non posso attendermi una simile accoglienza, tanto ampia. Pensavo di aver scritto Memorie di Adriano per dieci persone: mi sbagliavo. Al momento, credo che L’opera al nero sia per dieci persone: può darsi che non mi sbagli…

Vengo al punto: L’opera al nero, romanzo dalla tecnica piuttosto complessa, con intenzioni piuttosto assurde e forse ardite (vi si agita una vita frenetica, ma anche piena di meditazioni, di un uomo che fa piazza pulita delle idee e dei pregiudizi del suo secolo, per capire dove il suo libero pensare si librerà, dove lo condurrà), mi pare, per spirito, appropriato a Gallimard e francamente fuori luogo in una casa editrice poco propensa alla letteratura ‘difficile’…

Marguerite Yourcenar

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A Jean-Louis Coté

15 febbraio 1964

Caro Jean-Louis,

sarai sorpreso che non ti abbia ancora ringraziato per i regali, davvero squisiti, che mi hai inviato a Natale. Accetta le mie scuse, non credermi ingrata. I tuoi divertimenti sono meravigliosi. L’inverno è stato molto impegnativo per noi, usando un eufemismo. Lo stato di salute di Grace Frick ha richiesto un trattamento, ora terminato, che ha ritardato di diversi mesi i nostri piani di viaggio; d’altronde, il lavoro letterario è più impegnativo che mai. Piena dei miei problemi compositivi, ho ascoltato Haydn, che così mirabilmente ha trionfato sui propri. Che abbondanza, che dolce vigore nella grazia… Come il piccolo contadino croato che assimila la civiltà del suo tempo… Nel nostro tempo, i migliori lavorano controcorrente, e hanno motivo di farlo, ed è un piacere ascoltare questa musica che si permette di essere così pienamente, così argutamente in armonia con il proprio secolo.

Ma c’è un’altra ragione che mi ha frenato nello scriverti. Ho letto la tua ultima lettera a Grace Frick, e avevo un gran desiderio di sgridarti, un compito che non si assume mai a cuore sereno… Ricorda che la nostra corrispondenza è iniziata perché con la tua lettera, molto toccante, mi hai chiesto dove, al giorno d’oggi, un ragazzo potrebbe mendicare un centesimo di grandezza. Chiediti se le tue ultime lettere siano state a quel livello, se non hai peccato di frivolezza, di compiacimento verso te stesso, di spavalderia… Dirai: si è giovani una volta sola, sono le colpe della giovinezza. Senza dubbio… ma ciò non può estrarci dal compito… Grace ti ha consigliato, con saggezza, di pensare meno a Jean-Louis, che tale negligenza è santa, e le sarai grata, dacché in questo mondo irrequieto, comunque, devi vivere e morire.

Non dire a uno scrittore o a un artista che la sua opera recente non vale quella che i tuoi occhi ritengono un capolavoro, e soprattutto, non paragonarla, per quanto piatta possa essere, a Corneille (in ogni caso, è sbagliato: Cinna e Sertorio hanno grandezze comparabili, ma un lungo romanzo come Memorie di Adriano e una raccolta di saggi come Con beneficio d’inventario appartengono a generi e a sessi diversi, non commisurabili). Sembra che tu dimentichi che il lavoro di uno scrittore o di un artista deve estendersi su una tastiera molto vasta, che è una follia dire a Beethoven (passami il nome, ho bisogno di un esempio lampante) che ti piacciono meno i suoi minuetti della Settima sinfonia. Senza considerare il fatto che un ascoltatore capace, giunto a autentica maturità, riconosce che tra il minuetto in questione e la Settima sinfonia, nonostante la diversità radicale di intenzione e di forma, vi sono relazioni, legami, il più importante dei quali è il temperamento, la tempra dell’artista.

Non dire al cospetto di un grande libro di saggi che “è piuttosto bello”, se questo giudizio si attaglia soltanto a uno dei testi raccolti: un corrispondente piuttosto scaltro crederebbe, con giustizia, che non lo hai letto. Diciamo che preferisci un testo agli altri perché è più accessibile, o tratta di un argomento che ti interessa. Proprio questa tendenza a ‘preferire’ i libri i cui soggetti ti ‘piacciono’ nasconde un grave pericolo… Ricordo che durante la giornata che hai passato a Northeast Harbor hai detto che ‘i giovani della mia generazione non pensano di riformare il mondo’. Torniamo sempre, dunque, a questa incapacità di guardarti intorno come un uomo, a quel tipico, tenero narcisismo, che si autoassolve, di cui è pieno il mondo delle lettere. Siamo sinceri: quando dici di amare “la venerabile antichità” (formula globale di per sé assurda, perché infine non esiste una antichità, neppure quella greco-romana, ma innumerevoli periodi e situazioni, ciascuna delle quali ha avviato tendenze diverse), sei certo che non sia per lo più perché, come a tanti giovani, non ti importa altro che una specie di Eldorado dei sensi, sensuale, dove la vita delle passioni pare – a torto – più libera e audace di quella che ci circonda? Se ad Adriano non fosse piaciuto Antinoo avresti avuto interesse a leggere della sua riforma dell’amministrazione romana, dell’economia dell’Impero? Temo di no. Jean Genet, scrittore scandaloso, a tratti immondo, ma tuttavia grande, ha scritto da qualche parte che il lettore comincia a interessarsi di Storia quando scopre che Federico II era omosessuale; poi, magari, finisce per diventare uno storico. Quasi tutti i nostri amori si basano su un motivo personale, perfino infimo: dobbiamo ammetterlo. Ma poi questa fase si supera. Mi pare che tu sei ancora al punto in cui ami una natura morta con pesche perché le pesche sono i tuoi frutti preferiti…

Non credo di riuscire a convincerti che questa lettera è scritta senza rabbia ma, al contrario, con simpatia, perché uno scrittore, a torto o a ragione, crede di avere un breve ‘onere dell’anima’ verso chi con fiducia a lui si è rivolto. La mia lettera, comunque, non chiede risposta, sarà senza dubbio l’ultima che ti scriverò; il lusso di un tale dispendio di tempo è impossibile nella mia vita sovraccarica. Tanti auguri, e tutti i miei migliori ricordi,

Marguerite Yourcenar

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