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Marco Pesaresi. Il fotografo che ha iniettato in pellicola i frammenti della disperazione umana, vent’anni dopo

La conferma del suo respiro internazionale, della sua grandezza – pare un ossimoro, visto che si parla di fotografia e generalmente la fotografia ha formati abbastanza ridotti o perlomeno contenuti, chessò, al massimo un 70×50 – è in quella parolina piantata tra le due parentesi, rivelatrice, abbattitrice di muri, distanze, linguaggi, idiomi. “Revisited” difatti non può che portare al primo Bob Dylan, non ci esci. Qui però la prospettiva è diversa, verticale. Il menestrello di Duluth nel 1965 si è messo a correre alla vista del sole, all’aperto, lungo la Highway 61, ovviamente rivisitata: le automobili diventano note musicali da far inciampare sulle corde della sua chitarra, da far tamponare e gridare attraverso la sua voce grattata, bassa, unica. Marco Pesaresi invece ha scelto l’ombra. Rivisitata, certo, perché in fondo – come Zimmerman – la ricerca della verità è sempre solipsistica. E la loro, una sul pelo della terra, veloce e guizzante; l’altra nella pancia, nella mente, insomma “dentro” e sotto, porta sempre a scoprire lo stesso vaso di Pandora, il lato buio della luna, l’inquietudine della vita.  

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Pesaresi è in mostra a Savignano sul Rubicone con il suo viaggio più silenzioso e assoluto: quello nei sotterranei, dove vivono i topi e i disperati, quelli che sfuggono dalla luce e cercano rifugio nelle tenebre. I curatori, l’ottimo Denis Curti e lo stenopeico Mario Beltrambini, l’hanno intitolata Underground (Revisited) ed è visibile dal 5 giugno all’8 agosto all’interno del Consorzio di bonifica (via Garibaldi, 45), impronta archeologica industriale di un tempo che non esiste più: se Parigi val bene una messa, Marco a Savignano merita sicuramente una messa “fuorifuoco”, mossa ma mai incerta.

Il compito è arduo: raccontare senza utilizzare le parole. Immagini come linguaggio universale, una scelta di vita che l’ha portato a varcare il limen e a scendere giù, giù, sino a far scoppiare l’etimologia della parola “fotografia”: scrivere con la luce è facile, ma con la sua assenza?

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In fondo è questo che ha voluto raccontare attraverso il suo sguardo: iniettare nei chilometri di pellicola i frammenti della disperazione umana, imperfetta e rumorosa, sgranata, granulosa. Così New York, Mosca, Tokyo, Calcutta, Milano, Città del Messico, Parigi, Londra, Berlino e Madrid, lungo i binari delle metropolitane che non conoscono il sole. A cercare i visi distratti, i baci ladri, gli incontri clandestini, il distratto tran tran della vita che si compie sempre identica a se stessa. Ieri come oggi e come domani, come un criceto che corre all’interno della ruota pensando di procedere. A completare il lavoro di indagine che Weegee ha interrotto quando ha chiuso gli occhi. Aveva 4 anni, Marco, quando Arthur Fellig ha smesso di fare quello che gli riusciva meglio: creare le foto-storie. Racconti che non avevano bisogno di parole.

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Un passaggio di testimone forse non voluto. Però il pensiero va lì, ecco, quando davanti agli occhi ti si parano gli scatti di Marco: anche lui, come il fotografo ucraino (ma a inizio carriera, poi si è concentrato su altro), è riuscito a catturare l’odore delle metro, quella commistione di ferro caldo, cibo, sudore, profumi, scarpe, fondotinta, sacchetti, giornali che avverti solo se certi posti li hai visti, li hai respirati nell’attesa del passaggio del treno.

C’è un attimo, uno e uno solo, che definisce il capolavoro. Un attimo prima e un attimo dopo. Quando sta arrivando la metro e quando parte. L’aria si ovatta, e un sibilo annuncia il silenzio. Marco ha cercato quell’infinitesimale punto di tempo e di spazio. E l’ha trovato anche e soprattutto in Underground (Revisited), perché è sottoterra che accadono i miracoli. Perché è sottoterra che avvengono quelli più belli. Quelli che ti tolgono il fiato. Attimi fermati quando la macchina fotografica era merce quasi proibita, da tenere cioè sotto al giubbotto. Quando i filtri della privacy non esistevano. Quando la fotografia era arte materica e non file e pixel da caricare sui social.   

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“Ancora oggi, mentre guardo le fotografie di Marco Pesaresi, sento il rumore di quelle ciglia che si aprivano e chiudevano di continuo. Ad ogni battito corrispondeva uno scatto interiore. Era il suo modo di fare scorta di ricordi e, come diceva spesso, di sentirsi la ‘fotografia addosso’ con quella sua straordinaria capacità di trattenere il fiato e di lasciare liberi i sentimenti. Marco era il risultato armonico dell’imperfezione. I suoi pensieri laterali e i suoi silenzi sapevano riempire il cuore di chi gli stava accanto. Il suo sguardo ci ha portato ovunque nel mondo, raccontandoci storie di culture, città, individui e quantità umana” ha raccontato Denis Curti, direttore artistico di SI FEST.

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Ottantaquattro fotografie, tutto volutamente attaccato. In apnea, ma senza maschere né tubi per respirare. Una discesa verticale negli Inferi, con un santino in tasca e uno vicino al petto. Un’avemaria apocrifa recitata attraverso gli occhi, da seguire senza pause. Una foto, poi un’altra, poi un’altra ancora. Bastano quarantaquattro gradini per scendere nel vero Paradiso.

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La mia fotografia prende corpo – nasce – da tradizioni contadine, di campagna; e si sviluppa nella poesia del mare d’inverno; accompagnandosi a immagini di libertà, di emancipazione, di trasgressione nella notte. Però, comunque, nasce dalla campagna. Io amo questa terra, la amo con tutto il cuore. Ne amo i luoghi, mi piacciono i luoghi. E poi mi piace tantissimo – questa terra – perché muta in continuazione. Nulla è mai uguale all’anno precedente, tutto è in evoluzione continua. Più soffro e più mi affanno nella ricerca della poesia. Più sento che dentro di me vivo situazioni di disturbo, difficili – cose che purtroppo nella mia vita continuamente incontro – più il mio sguardo si addolcisce. E più cerca la serenità, l’armonia delle immagini. E qualche volta le trova”. Marco Pesaresi (Qui e altrove, Pazzini Editore).

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Rimini si è accorta tardi del suo talento. Nessuno è profeta in patria – si pensi a Federico Fellini, ci ha messo una vita per essere riabilitato dalla sua città e dai suoi abitanti che lo consideravano solo un “patàca” scappato a Roma a cercare (e trovare) successo – e gli artisti romagnoli, stranamente e quasi tutti, lo sono più di altri.

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Underground (Revisited) è un Eden al contrario: un imbuto rovesciato dove sono capitati ignari condannati a vivere senza voce. Marco gli ha dato un ruolo nuovo. Li ha portati alla luce. Li ha fatti diventare un ago – questo è lo spessore del foro in cui le immagini scivolano nell’obiettivo e si impressionano nulla pellicola – per donarli all’immortalità.

New York, Eastern Parkway. Marco si concentra sul profilo di un ragazza con il cappello da baseball in testa che sta attendendo che la metro si fermi. Lei è centrata e distratta, assieme all’insegna della fermata. Ma quello che spicca sono gli occhi di un ragazzo sfocato. Occhi sorpresi, occhi sereni e non preoccupati. Occhi che raccontano una quotidianità nascosta che, stranamente pensa lui, hanno catturato l’interesse del fotografo.

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Londra, la metropolitana: King’s Cross St. Pancras. Un uomo sale le scale sulla strada che porta all’uscita. In basso, sulla destra, l’elemento che rende unica l’immagine. Semplice e innocente come lo sguardo di un bambino: due palloncini rossi appesi, dimenticati, parcheggiati e legati sul passamano. L’anomalia è racchiusa nella desertificazione sociale della fermata, solitamente gremita di formichine umane che corrono a testa bassa per prendere la coincidenza. È esattamente in questo attimo fermato che si compie la magia più sublime: il silenzio. Che non è mai l’assenza di rumore. Mai.

Alessandro Carli    

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