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“Enigma Requiem per Pinocchio” è un’opera teatrale di bellezza sibillina. Riaprono i teatri e rinasce la critica!

Nell’ultima fatica del teatro Valdoca – ed è davvero il caso di chiamarla così visto che la genesi di Enigma Requiem per Pinocchio che è andato in scena in prima assoluta al Bonci di Cesena il 14 e il 15 maggio è stata partorita durante il lockdown – l’eroe “antieroe” di Carlo Collodi si limita ad apparire, fortunatamente, solo nel titolo e in qualche frammento visivo: il cappello di asino che indossa Silvia Calderoni e il vestitino da fatina-sposa di Chiara Bersani.

Un testo che diventa, poeticamente, un pre-testo per raccontare altro, l’infanzia e l’adolescenza di una manciata di giovani (oltre a Silvia e a Chiara, le voci e gli abiti di Elena Griggio e Silvia Curreli, chiamate a fungere da coro greco) in un tempo attuale e antico, quello della guerra. L’impatto del pubblico, rigorosamente appollaiato nei palchetti in quanto palco e platea sono stati adibiti a spazio scenico, è straniante e doloroso: un telo bianco, sporcato di sangue (forse sacrificale), annulla sin da subito un’eventuale epicità di Pinocchio. L’interesse della compagnia cesenate è focalizzato, anche in un gioco di contrasti, sulla forza dei corpi: quelli ossimorici di Chiara e di Silvia, quello importante di Matteo Ramponi, mangiafuoco muscoloso e dolce.   

Sguardi e silenzi che tagliano le visioni e che si stratificano verticalmente, come un geyser che nasce dalla pancia, dalle difficoltà interiori di comunicazione delle generazioni più giovani per esplodere, chimicamente, quando incontra l’aria.

Pinocchio come spunto quindi, Pinocchio come scusa, come punto di partenza per indagare – ed è esattamente questa l’intenzione, riuscita, di Cesare Ronconi e Mariangela Gualtieri – non tanto l’impianto narrativo della fiaba macabra di Collodi ma le modalità espressive – e sociali – dei giovani.

Un Enigma che scava e pone domande, anche poco comode, e che vede un apparente passo indietro di Cesare, saldo timoniere-regista, e di Mariangela, che alla scena dona la sua voce “anziana” che si specchia, fellinianamente, in quella di Silvia: un passaggio di testimone funzionale allo svolgimento drammaturgico dell’indagine avviata dalla compagnia sui sentimenti adolescenziali.

Non mancano, come in tutti i lavori della Valdoca, gli elementi che hanno tracciato il percorso di Ronconi e Gualtieri: gli animali, la parola poetica, la spazialità che supera le quinte e le quarte, il totem attorno a cui gira il rito che in questo lavoro è rappresentato da un Cristo-Pinocchio di legno appoggiato su una barella da campo.

Lì dove le parole non arrivano – l’incomunicabilità e l’incomunicazione verbale scandiscono tutta l’ora  e un quarto di mise en scene – ci pensa la gestualità: gli abbracci, il contatto, un’ovattazione della diversità delle mani e della pelle diventano linguaggio senza fonemi.

Nella chiusa, che ricorda quella del film Full monty con le luci posizionate nel fondale e direzionate verso il pubblico, “Pinocchia” diventa quasi stroboscopica: si muove, cerca di liberarsi dalla prigione del corpo per diventare farfalla e volare nel mondo dei grandi.

Alessandro Carli

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