“As a rule, Gruber’s show, which is broadcast every weekday evening, has only four guests who are invariably all left-wing – except one from the right who acts as both fig leaf and punchbag. She is shamelessly hostile to the right but if anyone points this out she appears genuinely shocked. No doubt she really does think that left-wing and objective are the same thing”.
(Nicholas Farrell, The Spectator, 29 novembre 2023)
Questo articolo apparso sul settimanale inglese The Spectator ci conforta, quantomeno perché ci fa sentire un po’ meno soli: più volte ci siamo domandati come vedono dall’estero quel teatrino inqualificabile che è il programma televisivo preserale “Otto e mezzo”, condotto su La7 dalla giornalista sessantasettenne Dietlinde Gruber, detta Lilli, già parlamentare europea per la sinistra dal 2004 al 2008. L’espressione “Piccolo Teatro Gruber” venne coniata da Guido Vitiello sul Foglio dell’11 novembre 2017, riferendo le affermazioni del giornalista-freak Beppe Severgnini – fra gli ospiti assidui di quel salotto insieme al rockabilly-giubbotto-nero Andrea Scanzi – riguardo alla vicenda della “testata di Ostia”:
«“Lo dico sempre in giro per l’Europa” che il merito dei Cinque Stelle è aver mantenuto il voto di protesta italiano entro limiti giusti, e che bisogna dare a Grillo quel che è di Grillo, perché “tra un insulto e una testata che spacca il naso c’è una differenza, e questo mi sembra che gli vada riconosciuto”. Scansati, Ionesco: c’è una popolare firma del grande quotidiano della borghesia milanese che va a spasso per l’Europa a dire che tutto sommato il partito più votato d’Italia non spacca i nasi dei giornalisti, al limite invita a vomitarli, e che questo è un signor merito».
Ora, calando questo teatro dell’assurdo nella drammaticità dell’oggi, il pezzo di Nicholas Farrell offre un quadro conciso ed efficace sullo stato delle cose, partendo dalla grande manifestazione di protesta contro i “femminicidi” del 25 novembre a Roma, dove l’ultra-femminismo si è lanciato negli slogan più brutali e rivelatori. «‘We Support Female Fury Against The Fascist Meloni Government’ and ‘Meloni Fascist Zionist Collaborator’», cita Farrell, prendendo atto che la sinistra italiana ha colto la palla al balzo per imputare alla premier Giorgia Meloni una connivenza proprio col “patriarcato”, individuato come matrice e causa dello stato femminile di soggezione e oggetto di violenza da parte del maschio italiano.
Non contente di ritenere Meloni colpevole di alimentare il criminale predominio maschile, le ultra-femministe – con i “maschi alleati” al seguito – la accusano di essere in prima fila nel sostegno al “genocidio” dei palestinesi operato dallo Stato di Israele nella sua guerra di risposta alle aggressioni dello scorso 7 ottobre. Nessuna solidarietà, sottolinea l’articolo, è stata espressa pubblicamente per le donne rapite, violentate e massacrate barbaramente dai terroristi di Hamas, tanto si è presi dalla furia antisionista – che poi diventa antisemita, a dispetto delle pelose distinzioni che vengono fatte per lavarsi la coscienza. E nessuna menzione, sottolinea Farrell, del fatto che più del 40 per cento dei crimini a sfondo sessuale risulta commesso da stranieri, i quali però rappresentano solo l’8,5 per cento della popolazione italiana: un modo incredibilmente disonesto per ingigantire la propensione alla violenza del maschio nostrano e spacciarlo come l’unico problema da estirpare.
«For days, Italian newspapers and talk-shows (most are left-wing, as in so many countries in Europe) have been chock-a-block with opposition politicians, feminists and phony experts attacking the ‘Meloni-sponsored patriarchy’. ‘Giulia Cecchettin – “A State Murder”?’, for instance, was the rhetorical title of an episode last week of Otto e Mezzo, which is one of Italy’s most famous talk shows, hosted by prominent champagne socialist Lilli Gruber».
E qui arriva il gustoso quadretto di Farrell riportato in esergo:
«Di regola il talk-show di Gruber, trasmesso ogni sera, ha solo quattro ospiti che sono invariabilmente di sinistra – tranne uno appartenente alla destra, che funge da foglia di fico e da sacco da boxe. Lei è sfacciatamente ostile alla destra, ma se qualcuno glielo fa notare rimane scioccata, quasi offesa: indubbiamente è convinta che la sinistra e l’obiettività siano la stessa cosa».
Qui sono in molti a essere convinti che la sinistra e l’obiettività siano concettualmente sinonimi, a partire da quegli esponenti gauche che negano l’esistenza della nota egemonia culturale: quando gliela si addebita, si guardano intorno increduli come se si trattasse di un’assurdità, vedasi il Marino Sinibaldi (dominus di Radio3 da un trentennio) che in uno studio televisivo dice cose del tipo: “Ma non si riesce a capire dove sta quest’egemonia, ma chi l’ha vista? La colpa non è nostra, che c’entriamo noi?”. Ad ogni modo, tornando allo Spectator:
«Gruber then asked her star guest, Serena Dandini – a feminist author, broadcaster and former communist, if she agreed. Of course she did. She said that Elena’s [sorella di Giulia Cecchettin assassinata a Vigonovo, ndr] words ‘reflect the words of everyone, most of them are women, who has worked for years on (the question of) violence against women.’ Gruber then trotted out the left’s default description of Meloni as a supporter of this patriarchy».
Le parole di Gruber le ricordiamo: “Non si può negare che in Italia c’è una cultura di potere patriarcale, e questa “destra-destra” non sembra contrastarla”. A quel punto, Giorgia Meloni ha ritenuto di rispondere via social di non capire come certa gente sfrutti tragedie terribili come i “femminicidi” per attaccare il governo in carica, e Nicholas Farrell rileva come, di conseguenza, «Gruber accused Meloni of being a threat to democracy for criticising a journalist such as herself». E aggiunge che la fallacia della tesi “in Italia gli uomini uccidono le donne perché c’è il patriarcato” sta innanzitutto nel fatto che oggi il nostro Paese è guidato proprio da una donna, in un quadro europeo dove Ursula von der Leyen presiede la Commissione Europea, Roberta Metsola presiede il Parlamento Europeo e Christine Lagarde presiede la Banca Centrale Europea.
«Nessuno mi convincerà che Giulia Cecchettin è stata uccisa perché il suo assassino è cresciuto in Italia. A parte tutto, attribuire il suo omicidio all’esistenza del “patriarcato” significa sminuire la responsabilità dell’assassino. Se domani l’Italia diventasse un matriarcato, crimini del genere non cesserebbero. Invece molti ritengono l’Italia, col suo culto della Vergine Maria e della figura sacralizzata della madre, un matriarcato effettivo».
Prendendo le mosse da questo sguardo esterno, tentiamo di fare il punto sulla questione Gruber. Nel corso degli anni il programma “Otto e mezzo” è diventato un velenoso salotto politico travestito da giornalismo, dove si pratica il tiro al bersaglio contro i personaggi al potere che non piacciono, si tratti del fu Matteo Renzi o della Giorgia Meloni di oggi. E non lo si fa tanto per coerenza ideologica, ma soprattutto per la smania di esercitare un contro-potere mediatico che possa soverchiare la parte avversa, usando ogni mezzo, nemmeno vergognandosi quando la faziosità diventa plateale. Il giorno in cui Matteo Renzi perse il “suo” referendum condannandosi alla sconfitta, il freak Andrea Scanzi – una delle punte di diamante di Lilli Gruber – perse ogni freno inscenando nel suo spazio social un balletto di gioia demenziale, come un adolescente in fregola. Fiancheggiatori abituali della padrona di casa, infatti, sono i giornalisti/direttori del Fatto quotidiano, il giornale più violento e scorretto d’Italia (per anni sfacciato sostenitore dei grillini del Movimento 5 stelle), oltre al salottiero Massimo Giannini, incallito moralista pretesco, ex-delfino di Ezio Mauro a la Repubblica, finito prima in una fallimentare conduzione televisiva su Rai3 e poi nella non meno sventurata direzione del quotidiano torinese La Stampa, vittima delle vendite in caduta libera. Senza dimenticare, si capisce, il freak Beppe Severgnini, che serve a mettere un po’ di bonaria scempiaggine nel cerchio magico del programma (“io sono di Crreema”, ama ripetere inclinando la testa e dispensando i suoi proverbi).
Il critico televisivo del Corsera, Aldo Grasso, più volte si è espresso con malcelata ripugnanza verso il Piccolo Teatro Gruber, basta raccogliere qualche spigolatura nei suoi interventi. Secondo lui “Otto e mezzo” «aspirerebbe a essere un luogo ideale di conversazione, che sa coniugare l’eleganza con il piacere, la ricerca della verità con la tolleranza e con il rispetto dell’opinione altrui. Però non sempre è così, anzi quasi mai».
«C’è del metodo in Lilli. Nel suo salotto accedono in tanti, anche i più potenti, segno che ci sono poche barriere d’ingresso, che non si temono domande a tradimento, che la politesse (cortesia) è anche policy (linea di condotta, qui trasformata in una sorta di cortesia istituzionale)».
«Lilli non si espone mai, preferisce il gioco di sponda. Il suo pensiero emerge dai sorrisetti di complicità e d’intesa, da certe smorfiette, dagli “umh!” con cui esprime diffidenza e cautela».
Tutte queste manovre militanti, volte a rafforzare un potere mediatico settario che sia in grado non tanto di controbilanciare – sarebbe fisiologico – ma di creare e distruggere le controparti politiche, finiscono per avvelenare la visione complessiva del Paese, già attaccata dal tentativo di ingabbiarla in teorie demenzial-ideologiche di stampo politico. Così ne escono approcci devianti che portano a paragoni assurdi anche nelle accennate tesi negazioniste sull’esistenza dell’egemonia culturale di sinistra.
Su questo vogliamo vedere un esempio? Il 3 ottobre, sul quotidiano la Repubblica, un articolo di Roberto Esposito inserito nella serie “A scuola di politica” pretende di liquidare così la questione:
«Dopo decenni di egemonia culturale della sinistra, adesso tocca alla destra. (…) Solo in questo modo, rimuovendo le incrostazioni di potere e le rendite di posizione di cui la cultura progressista ha finora goduto, si potrà instaurare un vero pluralismo dei valori. Questa, almeno, è la vulgata che da qualche tempo risuona nei convegni e riempie le pagine dei giornali vicini al governo italiano. Ma le cose stanno davvero così? Basta un rapido sguardo alla storia recente per dubitarne fortemente».
L’autore, dunque, afferma di poter dimostrare l’infondatezza del problema con un “rapido sguardo” a dati storici “recenti”. Vediamo come intende farlo:
«In Italia l’unica forma strutturata di egemonia culturale, non attraverso l’acquisizione del consenso, ma la repressione del dissenso, è stata realizzata dal Manifesto degli intellettuali fascisti nel 1925. Allo stesso periodo risale la fondazione dell’Istituto nazionale fascista di cultura e l’Enciclopedia Italiana diretta da Gentile».
Ma questo che diavolo c’entra? In pratica, come vogliono farci credere, non sarebbe vero che l’egemonia culturale della sinistra ha ingabbiato il Paese per decenni, innervando il mondo editoriale, universitario e degli enti collegati, perché – udite udite – cento anni fa uscì il Manifesto degli intellettuali fascisti per dirigere ideologicamente la cultura italiana, un manifesto che durò solo un ventennio per poi dissolversi, mentre a partire dal dopoguerra i tentacoli del PCI si svilupparono dappertutto, sostenuti dall’Unione Sovietica, entrando in concorrenza con la militanza cattolica e con la forza della DC. Un’occupazione del potere culturale durata eoni che ha condizionato la società fino a oggi, ci rendiamo conto? Dunque, che senso ha fare una correlazione del genere? Non ne ha nessuno, se non quello di ingannare il lettore col gioco delle tre carte. Dov’è l’egemonia? È qui, no è qui, invece è qua, e ora alza la mano: puf, non c’è più. Visto che avevo ragione? Ve la siete sognata l’egemonia culturale della sinistra, è una vostra fissazione, in realtà non esiste.
Come si diceva una volta della mafia.
Paolo Ferrucci