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“Nella tarda sera, come fosse un rito, osservo quei libri che adagio sempre sul mio letto, quasi a farne un secondo lenzuolo…”

Nella tarda sera, come fosse un rito, osservo quei libri che adagio sempre sul mio letto, quasi a farne un secondo lenzuolo. Un’ossessione che mi porto dietro da decenni, persino quando stavo nel vecchio palazzo. Allora mi davano del pazzo, del malato. A casa non comprendevano. E proprio adesso che ci ripenso, proprio quando mi viene in mente questo particolare, mi accorgo che dalle copertine degli infiniti libri gli autori mi guardano con quella sprezzante sprezzatura, unica originale e irripetibile. Altri libri sono invece inclinati, incrinati a mo’ di domino ‒ tradiscono quella mano che li ha presi seriamente in considerazione, seppur per un attimo soltanto, dalla libreria. Sono giorni di via vai, di nuovi arrivi e vecchie conquiste. Ma quelle facce sembrano apposta lì per dirmi: ‒ Non ci deludere. Noi crediamo al ‘dimenticato’ che è in te. In quel qualcosa che solo la poesia può far intravvedere in lontananza e che permane, nonostante gli insulti della vita.

Immagino che siano stati tanti (troppi) quegli scrittori che hanno dovuto patire la fame, il lavoro perduto e ritrovato decine di volte, come altrettante diverse sofferenze vissute, a ricevere ‒ come un sacrosanto diritto ‒ la cittadinanza dalla riconoscenza del mondo. A posteriori. S’intende.

E, se ci pensate, al di là della truffa, è un gioco affascinante. È interessante ritrovarsi soli in una stanza, che poi soli a questo punto non si è mai. Perché sembra quasi che un soffio di vento in lontananza sia venuto a portare un cenno proprio a te, spalancando o socchiudendo quella finestra che trattiene il respiro serrato dall’affanno.

La poesia in fondo è una gabbia dorata, il risalire da un abisso; quel fondale dimenticato da molti (ancora una volta, troppi) tranne che da te. La poesia d’altronde è un richiamo, il potente volo del falco; quel giardino nel quale coltivare gli svariati umori delle parole. E quei volti, dai libri ‒ ora, sempre ‒ sono qui a ricordarmelo. Così le mie parole rinnovano il labirinto, quello smalto che non da tregua: il permesso a oltrepassare la soglia dell’incompiuto.

In questa tarda serata Joseph ha scalzato Franz. Conrad dunque mi terrà compagnia, insieme a Emanuel Carnevali. Mentre le lettere della Cvetaeva attenderanno ‒ chissà quando! ‒ quelle di Anna. E poi ancora c’è Cristina e l’inarrivabile Dante. Sono dappertutto. Loro. E dappertutto sono accerchiato, similmente a un gioco nel quale non si vince o si perde niente. Si tenta, piuttosto, di guadagnarsi un briciolo d’immortalità; battendo forte sui tasti, come a voler far sentire che sei davvero vivo, e non fai finta d’esistere.

Il ‘dimenticato’ che è in me, sprigiona grinta da vendere. Più che ferocia, furia. Dimenticato dal mondo, ma non da quel mondo che sta al di là dell’apparenza. Oltre il commercio e lo scandalo, fortunatamente avverti un passaggio, che è il cenno di quei volti. Il loro potente sguardo.

La poesia proprio è una posa, un’occhiata. Meglio ancora, un’occhiataccia. L’occhiolino alla sottana di quella vita puttana che ti ha appena tradito. E il poeta quando è stanco ‒ se non deluso, o accigliato ‒ s’attarda nella penombra a sfidare quegli sguardi, perché li sa gemelli, gentili fratelli nell’agguato. Cosicché, all’interno del giardino improvvisamente s’illuminano delle mura. Quel granito bucherellato e balenante ti chiede d’entrare da una porta, e di farsi attraversare, rasentando gli specchi. D’altra parte la poesia è un serpente che devi cavalcare. Striscia talmente forte per le vie del dedalo, che è difficile averne ragione. Eppure qualcosa va domato. Se non nella bestia, almeno in te. Per un attimo soltanto ti sentirai perso, non troverai vie d’uscita, né vie di fuga. Poiché la poesia è uno spiraglio, il trabocchetto nel quale cadere. O stai al gioco della vita, o stai a te stesso. Non c’è altro da aggiungere. Se non che, tra poco, stanco, quando avrò finalmente riempito la pagina bianca, dovrò rimettere a posto tutti i libri sulla scrivania. Tutti quegli sguardi su di me avranno finalmente pace. Ed io, stremato ma contento, avrò dato pieno senso alla mia giornata.

Giorgio Anelli

*In copertina: Pietro Rotari, “Ragazza con un libro”, 1750

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