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“Lettere carbonare su Facebook” di Vincenzo Pezzella Dedalus squarcia “il fegato dell’etrusco eroe Dedalus” per ritrovare chi siamo dopo la pandemia

Vincenzo Pezzella Dedalus è fedele all’amore, perché è stato segnato fin all’origine dalla poesia, pur essendo pittore, grafico, editore, fotografo, regista di video; pur essendo stato in giro per il mondo, costeggiando i margini della terra, puntando al centro, verso il centro geografico immaginario, che non esiste, o andando a vuoto, in lungo e in largo per il pianeta, con il cuore piantato a Napoli e la testa a Milano, la città che non vuole saperne dei nostri cuori, dei nostri sogni, affinché solo la pratica conti, l’essere concreti, corazzarsi. E, a forza di infingimenti, ecco che la voce viene fuori in un grido: “sul Neckar voglio lasciare la poesia là dove nessuno la può raggiungere né virus né altra cosa contaminata o distruzione e le nostre vanagloriose miserie perdersi svuotate di certezza allo scorrere eracliteo tutta la nudità dell’essere ci beffeggia e ci concede l’ultimo minuto del tempo sprecato della nostra vita e delle utopie avite e mai realizzate ma il nostro sogno sarà rispettato più di quanto n’abbia il Sapiens rispettato la sua natura e su quel Neckar che voglio in ode lasciare la poesia che ho amato più di quanto io l’abbia saputa scrivere farmi quel cantos senza menzogna che solo l’acqua può sciogliere sia alla fonte che a rovescio e in mare né altra misura della vita che sogna” (pag.57)

Così, in Lettere carbonare su Facebook (Edizioni Archivio Dedalus, 2020), scrive l’autore nelle sue prose liriche, scritte in tempo di pandemia, quasi un diario, anche se in realtà si tratta di poesia d’amore, che segue il suo impulso d’amore, di vicinanza, di partecipazione alle vicende drammatiche dell’uomo. Io dico che è ispirazione di poesia d’amore quella che leggiamo, là dove l’uomo si eleva dai suoi pesi, le sue scorie, i suoi assurdi protocolli, permettendo di divenire riconoscibile a se stesso, sé a se stesso; là dove l’amore (parola stra abusata) fa vibrare le parole, dà senso al nostro vagare perennemente in cerca di qualcuno o qualcosa che ci dica (a parlare, nella mia fantasia, sono due estranei, che nemmeno si sono mai sfiorati, eppure improvvisamente si capiscono, si rivelano profondamente l’uno all’altro): “Tu sei questo”, “Ma come, io questo?”, “Tu sei questo io”, “Io?”, “Già!, con la ferita aperta che ti ritrovi, qui, la vedi?, e l’impraticabilità dei sentimenti che viviamo ora, incapaci di dire, nell’emergenza che ci attanaglia”, “Sì, finalmente lo so, adesso lo so, ma in relazione alla parola poetica, al dire della poesia, che non si dimentica, che permette di riconoscere tutto, quando ci si mette, come in questo caso, in relazione al vero e unico che siamo”: “mamma com’era il mondo senza mascherine? la lunga marcia delle madri e dei ragazzi e delle donne gli uomini le seguivano comunità in strada per l’Italia mi sale un moto di guerriglia se penso ai nostri figli i senza futuro modificati i loro geni con i vaccini Rm ma subito il groppo si muta in indignazione rabbia in azione di resistenza con quel poco di coraggio in vita e umana sfida che ancora ci è rimasta prima che vinti nel nostro sangue nei battiti del cuore che pompa bitb la nostra utopia come motore a curvatura in vermhole ci avveleni coi prossimi vaccini OMS progettoC2020 nella comune sorte ora che non c’è più la democrazia sul pianeta terra attenderemo gli Anunnaki da sbarco notte il potere non ha storia non ha ideologie assiede solo il contingente il presente punta reso nuovo capro espiatorio dai pastori del Sinai quell’Etnia è cambiata in specie H S noi siamo il bersaglio di vita e di morte piano che è maturato nei secoli dopo le indotte guerre e pestilenze da sovrappopolazione indigenza miseria e non ci lasceremo segregare a uno a uno nella colpa l’antico terrore del dominio e dell’inganno modificati come dolly alla sua specie la lunga marcia nell’LHC se l’energia del vuoto non può vivere né darci freccia del tempo e della storia senza impatto che la biologia si adegui a una nuova selezione cooperativa comune per una rinnovata avventura che superando l’infanzia ostile dell’umanità ci trasformi nel dna homocosmos” (pag.37)

Eppure, ogni volta che ci spostiamo, ogni volta che ci muoviamo (che la poesia ci muove), il lettore è ancora là, non si è conquistato del tutto, c’è ancora da vivere, da dire, da sopportare l’amore che ci è stato dato e vorremmo consegnarlo a qualcuno in dono, farlo vivere in qualcun altro: tienilo tu, è prezioso, fanne buon uso, io lo so che lo farai: “quel fiume sa molte più cose di quanto noi possiamo immaginare e della vita che scorre e della poesia che ci dà il sangue e l’utopia e mi risveglio da un lungo torpore in cui siamo caduti confidenti alla menzogna per il meschino terrore di perdere il nulla cosmico che siamo la vanagloria delle nostre prodezze delle nostre miserie e mi sono rivoltato nel nodulo del mio polmone come messaggero kafkiano che porta con sé la parola origine e fine della distruzione mi cucino il fegato dell’etrusco eroe Dedalus peregrino ciclotrone che seppe accogliere l’ultimo tramonto della nostra perduta genìa a la nera ancella lascerò tutte le mie speranze d’insoluta equazione” (pag.51)

Siamo disorientati, è terribile lo sbilanciamento che proviamo, è drammatico, se voglio il bene dell’umanità, perché ricevo solo il contrario: “così come un formichiere può da solo sterminare milioni di formiche sarà lo stesso vinto da un esercito di più miliardi e miliardi guerriere uscite da biche nelle storie naturali il teatro che ci insegna l’eccezione e la misura della nostra sete d’emancipazione e di giustizia planetaria” (pag.35)

La macchina ci nega (ovvero il meccanismo che è in atto nelle nostre vite tecnologiche), rappresenta solo una comodità, l’ennesimo elettrodomestico, mentre noi vogliamo essere, e il garbuglio ristagna come in un labirinto in cui non si trova l’uscita: perché continuo a chiedermi chi sono?, perché devo morire?, perché devo compiere questa esperienza se non so dove mi porta?, chi abita al di là di me?, ritroverò la speranza?, e lì c’è ancora la speranza per me?, o sarà un putiferio di immagini che si svilupperanno al contrario, annodandosi, negandosi una con l’altra, fino a tornare ai bestioni dei dinosauri, al mondo abitato dalla bestialità. Eppure mi dico: ecco il motivo per cui Dio sopportava quell’immagine orripilante di bestie, davanti a sé, per dirci: attenzione che potreste tornare alla stregua di quelle: il mondo abitato dai mostri, dalla paura, dai nemici dell’uomo.

Ci vedo una luce in questo libro, che a volte è di piombo, a volte proprio a causa di quella materia dura si fa riflesso. Essere come tutti gli altri, essere diversi uno dall’altro, sempre a sperare che il nostro sogno si avveri, che la luce del Nord si sposi alla polvere rinata del Sud, come nei quadri di Caravaggio; e che la luce del Sud vada incontro al matrimonio della luce del Nord, portando nel cuore l’affermazione e l’esperienza di quel nitore maestoso, cavalcando da Sud a Nord, nello sguardo ch’era di Antonello da Messina, poi riversato sulla tavola dipinta. Dunque c’è un’attesa in agguato, un affidamento, non è tutto perduto: “andiamo a dormire al buio con la speranza e ci svegliamo nella luce con la speranza” (pag.11).

Abbiamo ancora da vivere e siamo giustificati per questo, abbiamo ancora da scrivere libri, leggere quelli degli altri, sorprenderci per la loro bellezza, la loro verità, come nel caso di Lettere carbonare su Facebook. Un piccolo libro, da trionfi, che vince il web e le sue malattie, che si rifà della macchina infernale del web, del sistema, della rete; il sistema che ci vuole adunati in un’unica massa virtuale. Se non sei lì, dove sei?, come puoi vivere senza? Insomma chi sei?, un traditore?, un ingenuo?, un illuso?, un intellettuale?, un perdigiorno?, un qualunquista?, un provinciale?, un incapace?

“Il display pc scrivania è pieno di cartelle file immagini e commenti canzoni progetti opere un vano sì tentativo di conservazione e illuso desiderio di memoria oltre quel tempo d‘uso che né c’è né ha causa o resterà alfine traccia lasciandoci ingenui a un concetto astratto e di pura follia il delirio avito di una presenza mai naufragata e viva natura alla sua deriva” (pag.12).

E ritorniamo alla vera domanda, alla domanda che conta, che non è scontato chiedersi ancora, con tutta la nostra memoria affogata in un microprocessore: insomma chi siamo?, e che cosa ci stiamo a fare, qui?: “alziamo il culo loro sono 10 mila 50 mila o anche un milione ma noi siamo 7 miliardi e se pure riformiamo i vecchi bambini i disabili gli indecisi i vili possiamo farcela a ribaltare la terra la storia riprenderci il pianeta conseguendo la marcia dell’utopia la storia osata d’una nuova specie che riporta l’uomo al centro di ogni fine ora nel tempo delle nostre vite qui nel paradiso dei nostri continenti dei mari e delle foreste dei campi delle vette dei deserti e dei laghi dove la mano ha coltivato i suoi frutti e reti hanno pescato i branchi di fiumi e d’oceani ma se il divano è la nostra tomba e lo smart la fiammella dei nostri desideri e di ex voti non abbiamo speranze di riuscire vincitori e l’arcano sciogliersi dell’equazione che ci incatena inchiostrerà nuove pagine sapiens solo se i servi modificheranno il loro DNA avremo tutti la cittadinanza di madre terra (pag.34).

Basta leggere questo piccolo libro, per ritrovare i grandi maestri del ‘900, e non solo, Pound, Joyce, Pasolini, Faulkner, Orwell, Burgess, grandi perché visionari nel consegnarsi a un’opera più grande di loro, che è come chiedersi qual è la nostra identità, chi siamo, al fine di amare davvero, e se è ancora possibile farlo, non a parole vuote o annunci o teorie o slogan, ne abbiamo abbastanza, non vogliamo assistere per l’ennesima volta alla domanda diretta a un interlocutore famoso, incorniciato da remoto: ma cosa si prova ad avere successo?

Saremo così anche dopo morti?, scriveva Auden, il grande Wystan Hugh Auden; siamo ancora governati dall’ansia, caro Wystan, lo siamo tutt’ora, dai tuoi tempi passati a oggi. Proteggici, se puoi, da lassù!

Vincenzo Gambardella

 

 

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