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“Quando te ne sei andata è stato folle”. Jim Morrison vs. Maneskin

Siamo in macchina, in direzione nord, quindi sopra il fiume Po. “Mio figlio vuole imparare a suonare la chitarra per dar su alle fighe” mi dice, paro paro, un caro amico (la frase è esattamente questa, a parte le erre, che lui tende ad arrotolare, alla maniera venetoveneziana anche se venetoveneziano non è). Il figlio in questione è seduto nel sedile di dietro e affonda gli occhi nello smartphone. Gli chiedo cosa ascolta. Si collega a Youtube e spara a tutto volume – nei limiti della tecnologia – Ultimo e i Maneskin. Gli dedichiamo il tempo necessario.

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Lo facevamo anche noi. Per un’attenzione, un sorriso, una telefonata a casa. Con gli apparecchi grigi o neri di bachelite (quelli bianchi li trovavi solo nelle abitazioni dei ricchi) a rotella che ti incastravano le dita e quindi ti toccava fare il suo numero – avuto da un’amica dell’amica dell’amica – con il mignolo. Machatamente con l’ultimo della mano destra. Drin drin. Ovviamente non risponde mai lei ma uno dei due genitori o il fratello, che se è piccolo non capisce il tuo nome, se è più grande ti fa il terzo grado.

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“I giorni sono sereni e pieni di dolore, / Racchiudimi nella tua dolce pioggia / Quando te ne sei andata è stato folle / Ci rincontreremo, ci rivedremo” (The crystal ship).

A notte fonda del 3 luglio, forse le 3 o 4 di notte, Pam si svegliò, sentendolo rantolare e vomitare. Lui si rifiutò di chiamare un medico, e decise invece di farsi un bagno caldo. Pam tornò a dormire, per poi risvegliarsi brevemente poco dopo, senza vederlo ritornare a letto. Alle 8 circa, Pam si alzò dal letto per recarsi in bagno, dove scoprì il suo corpo esanime e livido, ancora immerso nell’acqua della vasca.

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Mezzo secolo fa – luglio 1971 – se ne è andato James Douglas Morrison, “Jim”. Non è stato l’ultimo del maledetti che si è tolto dalla scena all’apice, più o meno, del successo: “Gli eroi sono tutti giovani e belli”, soprattutto se si ammazzano quando le rughe e i capelli bianchi e le occhiaie sono parole che non ti vedi scritte addosso quando ti rifletti allo specchio. Nel Club 27 (anni) si sono iscritti anche Brian Jones (diede vita ai Rolling Stones, proiettandoli nel mito prima di scomparire), Janis Joplin, Jimi Hendrix e più tardi Curt Cobain e Amy Winehouse.

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Nell’età dell’addio all’innocenza, più o meno quando nel pallone da calcio vedi le tette, inizi ad abbandonare il tuo solipsismo da sottoproletario (classe sociale che a Venezia non esiste ma ben vibrante in un paio di romanzi di Pier Paolo Pasolini, Ragazzi di vita e Una vita violenta) per lasciare il giusto spazio alle parole e ai gusti degli altri. Soprattutto se sono ragazzine. E soprattutto se sei all’inizio dell’affacciamento sul loro mondo (col tempo capisci che la fascinazione cade e che è più facile essere maschi che femmine, soprattutto nelle amicizie). Oggi sono i “contemporanei” a illibare le fantasie rosa della Generazione Z – Ultimo, Maneskin, eccetera – , ieri erano invece quelli che ci avevano preceduto, che avevano superato i 15 minuti di notorietà ed erano riusciti, in qualche modo, a lasciare una traccia. Un’orma. Sbagliata, forse, ma indelebile.

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I Doors hanno saputo unire la musica alla poesia. Sono stati i primi e forse gli ultimi. Per la mia generazione, nata negli anni Settanta e assetata di parole alte e belle, hanno rappresentato la perfezione: l’uomo lucertola, sempre devastato dall’alcol e dalle droghe, che ciondolava sul palco e cantava quello che sentiva, dava voce alle liriche alte dei maledetti, a William Blake e ai francesi che si friggevano il cervello a sorsi di assenzio. Sapeva di essere figo, carismatico, unico. E sapeva che quello che buttava giù a penna sui fogli era un distillato di essenza, di ricerca di un paradiso perduto che viveva nella testa di chi cercava la sua musica.

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Quando Jim è morto io non ero ancora nato. E nemmeno le ragazze che vedevo, che provavo a vivere, che usavano i body integrali (fortunatamente spariti dagli armadi: quanto imbarazzo nel non riuscire a sganciare quei due perfidi beccucci), che sapevano di poesia inglese e di testi tradotti, che profumavano di semplicità e di fondotinta fuso al sole. Si andava a pescare nel passato, nelle musiche dei genitori, ultimo veicolo identitario transgenerazionale assieme al dialetto: ascoltare quello che ascoltavano loro e farlo proprio per farsi accettare dalla mamma e dal papà. Parlare il loro vernacolare, riabilitato dopo la Seconda Guerra Mondiale e modificato nel passaggio da una bocca all’altra, nell’incontro con altre flessioni, nella disputa con la lingua italiana insegnata a scuola.

Al Pere Lachaise ci sono stato. È il cimitero gotico di Parigi, misterioso e affollato di personaggi celebri. La tomba del leader dei The Doors è lievemente nascosta, internata. Ottobre 2005, poi febbraio 2011. Pochi fiori, poche persone. Poco di tutto. Una ragazza, nel mio ultimo viaggio, è seduta vicino alla sua tomba, sbeccata e lasciata al suo destino. Scrive a penna qualcosa, fuma, si ferma, piange. Senza guardarmi: nel suo dialogo con il poeta non c’è spazio per intrusi. Poi se ne va, e lascia a terra un foglio, scritto in francese, bagnato forse dalla pioggia.

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“Oh dis-moi où se trouve ta liberté, les rues sont des champs qui ne meurent jamais. Délivre-moi des raisons pour lesquelles. Tu préfères pleurer, je préfère voler”. Rientrato in Italia, me lo faccio tradurre: è un verso di The crystal ship (“Oh dimmi dove si trova la tua libertà / Le strade sono campi che non muoiono mai / Liberami dai motivi per cui / Preferiresti piangere ed io preferirei volare”. Se piangi, il volo ti è negato. Se voli, non puoi piangere. È per questo che ci si lascia: si piange a testa bassa, si vola guardando in avanti, o il cielo. E gli occhi smettono di incontrarsi…

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Impetuoso “profeta della libertà”, poeta psichedelico e maledetto, Jim Morrison scelse il nome del gruppo citando i versi di una poesia di William Blake ripreso a sua volta dallo scrittore Aldous Huxley nel saggio The Doors of Perception, dedicato agli effetti della mescalina: “Se le porte della percezione fossero purificate, ogni cosa apparirebbe all’uomo com’è: infinita”.

Il 4 gennaio del 1967 la casa discografica Elektra pubblicò il primo ellepì, The Doors, il disco che contiene pezzi come Light my fire, Break on through (to the other side) e The end. Due anni dopo l’uscita, Morrison ha parlato di The end: “All’inizio era una semplice canzone di addio… Probabilmente solo ad una ragazza, ma vedo come potrebbe essere un addio ad una specie di infanzia. Non lo so davvero. Penso che sia abbastanza complessa ed universale nelle sue immagini da poter quasi essere qualsiasi cosa tu voglia che sia”.

Un blues rock psichedelico originale, quello dei Doors, con le tastiere di Ray Manzarek che davano l’impronta al sound “con motivetti vaudeville, boogie woogie e jazz, e con la chitarra-flamenco di Krieger (gitana, indiana, hawaiana), che duettava con le tastiere generando un’atmosfera intensa in cui si andava a insinuare la voce magnetica e suadente di Morrison e la batteria unica ed espressionista di Densmore”.

Fu proprio in questo periodo, inoltre, che fu chiamato un giovane fotografo di Brooklyn, Joel Lee Brodsky, per eseguire alcuni scatti di Jim in bianco e nero, tra le quali compare la famosa immagine a mezzo busto, successivamente soprannominata “Il giovane leone”, e che diventerà l’icona stessa del cantante.

 

“E buonasera, signore e signori, fuori gli attori / Vi conviene toccarvi i coglioni (…) / E tu sei fuori di testa, ma diversa da loro / Siamo fuori di testa, ma diversi da loro / Siamo fuori di testa, ma diversi da loro…”.

Non so come i ragazzi di oggi riescano ad approcciarsi al gentil sesso che miagola e fa le fusa davanti a versi come questo dei Maneskin. La nostra fuga rivoluzionaria mordeva i garetti e provava ad abbaiare attraverso una sublimazione alta, poetica, acerba senza dubbio per limiti di età. Avevamo gli anni che erano scritti sulla carta di identità, al massimo mezzo anno in più (quanti anni hai? Otto, otto e mezzo, dodici, dodici e mezzo, sedici e mezzo), gambe allenate al cammino e ginocchia sbucciate. E un sogno: camminare mano nella mano con la ragazza dei sogni parlando dei Doors, dei Pink Floyd, di Lucio Battisti.

Il direzionarsi in maniera contraria e ostinata (la dignità del verso di Fabrizio De André / Alvaro Mutis non la meritano) verso un modo più adulto di quello inciso nella data di nascita – lo stesso mondo che si troveranno a vivere dopo aver capito che la rivoluzione si è trasformata in un belato – è un grido di rabbia verso quella società che permette loro di essere quello che sono. Non diventi uomo a forza di pisciare in piedi e rutti liberi, bestemmie e mezze dosi di blu Viagra per non sfigurare quando scopi: la diversità parte dalla mente, dall’accettazione della diversità. Dalla partecipazione. E dall’umanità.    

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“Sono sempre stato attirato dalle idee di ribellione contro l’autorità. Quando ti riconcili con l’autorità, diventi tu stesso un’autorità”.

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Lo abbiamo ballato, e letto, e pogato, e ci abbiamo fatto i limoni. I primi, quelli nuovi, strani, euforici e psichedelici, senza aver preso prima ripetizioni: lingua a mulinello, lingua a pennello, lingua raspina, dentate, morsicature gocce di sangue. Dentro quella campana di vetro in cui rimbalzavano i suoni dei Pink Floyd, John Lennon, Jim Morrison, Bob Marley. Ultimo atto di un romanzo di formazione, utile a capire quello che ti attende: una lotta impàri e affascinante, iniziata per sentire il calore di un corpo diverso dal tuo che contiene una testa, e pensieri, ostinati e contrari, che accetti per sentirti meno solo.

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“È in questo che consiste il vero amore: lasciare che una persona sia ciò che davvero è. La maggior parte delle persone ti amano per quello che pretendono tu sia”. Jim Morrison. Anche la richiesta di essere un fan di Ultimo, o dei Maneskin?

Alessandro Carli

 

 

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