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Il meglio di Orwell giornalista: “Tutta l’arte è propaganda”. Torna in libreria una traduzione aggiornata

Gog editore ha avuto la prontezza di presentare alcuni tra i testi migliori di Orwell giornalista comprendendoli in Tutta l’arte è propaganda. Vediamo di cosa si tratta. Le date di pubblicazione sono importanti.

C’è Le frontiere dell’arte e della propaganda (maggio 1941). Seguito il mese dopo da una coda, più stringata, Letteratura e totalitarismo. A chiudere i pezzi antecedenti il conflitto, Perché i socialisti non credono nel divertimento (giugno ’41) che è più elaborato e merita di essere ricordato per l’affondo iniziale: “Il pensiero del Natale ci porta quasi automaticamente a pensare a Charles Dickens (…). Per cominciare, Dickens è uno dei pochi scrittori inglesi che abbia effettivamente scritto sul Natale. Il Natale è la festività inglese più popolare, eppure ha prodotto sorprendentemente poca letteratura (…). Dickens è straordinario, anzi quasi unico tra gli scrittori moderni, nel riuscire a regalare un’immagine convincente della felicità.

“Per ben due volte Dickens ha affrontato con successo il tema natalizio, in un capitolo de Il Circolo Pickwick e in Canto di Natale. Quest’ultimo è stato letto a Lenin in punto di morte e, secondo sua moglie, egli trovò il suo “sentimentalismo borghese” assolutamente intollerabile. Ora, in un certo senso, Lenin aveva ragione, ma se fosse stato in buona salute avrebbe forse notato che la storia è ricca di interessanti implicazioni sociologiche.”

Seguono le Note sul nazionalismo del maggio 1945, ristampate in formato tascabile dalla Penguin in un periodo di Brexit incerta, febbraio 2018.

Qui Orwell individua i tratti tipici del nazionalismo, i suoi atteggiamenti mentali: ossessione, instabilità e indifferenza alla realtà.

Ora, l’indifferenza alla realtà è qualcosa a cui è difficile abituarsi e che però conosciamo bene da quando gli USA votando Trump hanno manifestato, tra le altre cose, di avere un problema legato alla retorica. Anche l’ossessione è un fenomeno psicologico abbastanza facile da individuare e circoscrivere nei nazionalisti di ogni tempo.

È semmai l’instabilità com’è configurata da Orwell ad attrarre in modo ambiguo perché su questo punto il ‘giornalista’ è di una lucidità mostruosa che lo porta a considerazioni valevoli anche per la questione italiana del secondo dopoguerra, quando intellettuali e non fecero armi e bagagli passando dal PNF al PCI: “Un paese o un’altra entità che è stata venerata per anni può diventare improvvisamente deplorevole e essere sostituita all’istante. Nella prima versione di The Outline of History di H. G. Wells, e in altri suoi scritti di quel tempo, si nota che gli Stati Uniti sono smodatamente elogiati, quasi come i comunisti fanno oggi con la Russia: eppure, nel giro di pochi anni, questa ammirazione acritica si è trasformata in ostilità. Il comunista bigotto che si trasforma nel giro di settimane, o addirittura giorni, in un trotskista ugualmente bigotto, è uno spettacolo comune. Nell’Europa continentale i fascisti sono stati in gran parte reclutati tra i movimenti comunisti e il processo opposto potrebbe benissimo avvenire nei prossimi anni. Ciò che rimane costante nel nazionalista è il suo stato d’animo: l’oggetto dei suoi sentimenti è mutevole e può essere immaginario”.

Qui la traduzione di Gog, fosse stata più aderente al testo di Orwell, avrebbe rivelato altra e più inquietante considerazione. Letteralmente il testo suona così: “i movimenti fascisti europei furono raccolti ampiamente tra i comunisti, e un processo di segno contrario potrebbe benissimo verificarsi nello spazio di pochi anni. Quel che rimane costante nel nazionalista è il suo stato mentale: l’oggetto del suo sentire è mutevole ecc.”.

Orwell ha esatta nozione del movimentismo fascista per averlo visto in Spagna e quindi in Italia come battaglia partigiana ante-litteram; scrive di corsa contro il futuro e vede che il rovesciamento dei neri nelle fila dei rossi sarà rapido e automatico; cosa ancora peggiore, qui si ha a che fare con un mental habit e non con uno stato d’animo istintivo, ingenuo e sentimentale. È la persuasione retorica che lo preoccupa e questo scritto è decisamente tra i più alti di Orwell.

Anche se non si riesce a vedere con nettezza il suo bersaglio: per i fascisti, passi. Ma il nazionalismo degli internazionalisti comunisti è difficile da trovare. Lui forse è anarchico: nostra patria è il mondo intero / nostra legge è la libertà ecc. ma non ha l’esclusiva dell’internazionalismo. Forse voleva dire assolutismo ma è un’altra cosa.

Bravo Orwell, però ‘con giudizio’: In continental Europe Fascist movements were largely recruited from among Communists, and the opposite process may well happen within the next few years. What remains constant in the nationalist is his own state of mind: the object of his feelings is changeable, and may be imaginary.

Dopodiché nel corso del saggio Orwell passa a classificare le forme del fenomeno: “Il nazionalismo è un argomento vastissimo. Il mondo è tormentato da innumerevoli delusioni e rabbie che si intersecano in modo molto complesso, sebbene le più minacciose non abbiano ancora toccato la coscienza europea. In questo saggio esamino come il nazionalismo si manifesta tra gli intellettuali inglesi. In essi, più che nell’inglese medio, il nazionalismo non è mischiato al patriottismo e quindi può essere analizzato nella sua forma pura. Qui di seguito elenco le varietà di nazionalismo che ora prosperano tra gli intellettuali inglesi, commentando quando necessario. È conveniente utilizzare tre categorie – nazionalismo positivo, trasposto e negativo – malgrado alcune varietà rientrino in più di una categoria”.

Il nazionalismo positivo per lui comprende neoconservatorismo, conservatorismo celtico e sionismo.

Quello trasposto raggruppa invece sotto di sé comunismo, cattolicesimo politico, ‘pregiudizio sul colore della pelle’, senso di classe e pacifismo.

Il nazionalismo negativo, infine, ingloba anglofobia, antisemitismo e trotskismo.

La conclusione è distesa: “Fino a qui ho asserito che «i nazionalisti fanno questo», «i nazionalisti fanno quello», citando come esempio per i miei scopi divulgativi il tipo di nazionalista puro, estremo, nella cui mente non ci sono zone neutrali e che non coltiva alcun interesse al di fuori della lotta per il potere. In realtà queste persone sono abbastanza comuni, ma non vale la pena di dar loro troppo peso. Nella vita reale Lord Elton, D. N. Pritt, Lady Houston, Ezra Pound, Lord Vansittart, Padre Coughlin e il resto del gruppo devono essere combattuti, ma non vi è alcun bisogno di sottolineare le loro carenze intellettuali. La monomania non è interessante e il fatto che nessun nazionalista tra i più fanatici riesca più a scrivere un libro che valga la pena di essere letto a distanza di tempo ha un effetto gradevole di aria fresca”.

La raccolta di Gog si conclude su un tono più soft con La prevenzione della letteratura (gennaio ’46), Verso l’unità europea (agosto ’47) e Gli scrittori e il Leviatano (agosto ’48) che sono ‘risalenti’ – come dicono i docenti di medievistica – e cioè datati e invecchiati male, ma godibili e da assorbire per avere un quadro generale dell’ultimo Orwell giornalista.

Per capirlo appieno bisognerebbe riprendere in mano i Penguin classici che si chiudono col quarto volumetto, In front of your nose 1945-1950:una raccolta curiosissima di lettere e articoli dalla quale va ritagliata questa missiva del nostro a Michael Meyer. Vale mille biografie politiche di Orwell.

“Caro Michael, grazie della pappa che mi hai mandato e che è arrivata un paio di giorni fa, e grazie della tua lettera […] Ho sempre pensato che la Svezia sia un paese da fessi [a dull country], più di Norvegia e Finlandia. Immagino che lì si peschi molto bene, caso mai tu voglia farti del male e decidessi di darti a questo hobby. Ma da parte mia non sono mai riuscito a farmi interessare da questi paesi modello dove tutto è aggiornato e igienico e ad altissimi tassi di suicidio. Ho anche la vaga sensazione che nel nostro secolo ci sia un collegamento tra qualità di pensiero, cultura e dimensioni di un dato paese. Sembra che i paesi piccoli non riescano più a produrre scrittori degni di interesse, benché poi potrebbe essere che vada così perché i loro nomi non ci giungono all’orecchio. Ho le mie ragioni per pensarla così, ma si tratta pur sempre di un tiro a dadi. […] Al momento non faccio altro che leggere, fino al mese prossimo non tenterò nemmeno di iniziare qualche nuovo lavoro. Mi sono messo a rileggere i romanzi di Hardy dopo molti anni e ne sono stato piacevolmente sorpreso. È uscita una nuova biografia di Dickens, scritta da Pearson, che devo recensire. L’ultimo testo di Huxley su Scimmia ed essenza umana è orribile. Quanto a Insight e outlook di Koestler, manco l’ho visto”.

Andrea Bianchi

***

George Orwell, Le frontiere dell’arte e della propaganda

Parlare di critica letteraria oggi, nel mondo in cui viviamo, è rischioso almeno quanto è rischioso parlare di pace. Questa non è un’epoca pacifica, e non è nemmeno un’epoca critica. Nell’Europa degli ultimi dieci anni, vedere affermata la critica letteraria di vecchio stampo – una critica giudiziosa, scrupolosa, di buon senso, che tratta l’opera d’arte come una cosa dotata di valore intrinseco – è stato praticamente impossibile.

Se guardiamo indietro alla letteratura inglese dell’ultimo decennio – magari non tanto alla letteratura, quanto all’attitudine letteraria predominante – ciò che salta all’occhio è la graduale scomparsa dell’estetica. La letteratura è stata sommersa dalla propaganda. Non è mia intenzione affermare che tutti i libri scritti in questo periodo siano mediocri, ma gli scrittori che hanno caratterizzato questa fase, come Auden, Spender e MacNeice, sono stati scrittori didattico-politici, senz’altro esteticamente consapevoli, ma più interessati all’argomento che alla tecnica. E la critica più vivace è stata quasi interamente opera di scrittori marxisti come Christopher Caudwell, Philip Henderson ed Edward Upward, che vedono ogni libro potenzialmente come un libello politico e sono molto più propensi ad indagare le sue implicazioni politico-sociali che le sue reali qualità letterarie.

Ciò è tanto più evidente perché, così facendo, si produce un contrasto netto e improvviso con il periodo immediatamente precedente. Gli scrittori caratteristici degli anni Venti del Novecento – ad esempio T. S. Eliot, Ezra Pound e Virginia Woolf – enfatizzavano la tecnica. Avevano le loro convinzioni e i loro pregiudizi, ovviamente, ma erano molto più interessati alle innovazioni tecniche che a qualsiasi morale, significato o implicazione politica che il loro lavoro potesse contenere. Il migliore di tutti, James Joyce, era un tecnico e poco altro, così vicino a un artista “puro” nella misura in cui uno scrittore può esserlo. Persino D. H. Lawrence, sebbene fosse qualcosa di più di uno “scrittore con uno scopo” rispetto alla maggior parte dei suoi contemporanei, non aveva molto di ciò che dovremmo ora chiamare coscienza sociale. E anche se mi sono limitato agli anni Venti, già dal 1890 in poi è stata la stessa cosa. Durante tutto quel periodo, il principio secondo cui la forma è più importante dell’argomento, e l’idea di art for art’s sake, «l’arte per l’arte», erano dati per scontati. Alcuni scrittori, ovviamente, non erano d’accordo, – Bernard Shaw era uno di questi – ma quello era il pensiero dominante. Il critico più importante del periodo, George Saintsbury, negli anni Venti era un uomo già molto vecchio, nonostante ciò ebbe una potente influenza fino al 1930 circa. Saintsbury propendeva per una visione tecnica dell’arte, affermò egli stesso di giudicare qualsiasi libro solo dalla sua fattura, dal suo stile, provando un forte disinteresse per le opinioni dell’autore.

Ora, come ci si può spiegare questo improvviso cambiamento di prospettiva? Verso la fine degli anni Venti del Novecento esce un libro, Alexander Pope, la cui autrice, Edith Sitwell, tratta la letteratura come una sorta di ricamo, quasi come se le parole non avessero significato. E solo pochi anni dopo compare un critico marxista, Edward Upward, che afferma che i libri possono essere “buoni” solo quando di tendenza marxista. In un certo senso sia Edith Sitwell che Edward Upward erano rappresentativi del loro periodo. La domanda è: perché le loro prospettive dovrebbero essere così diverse?

Penso che si debba cercare la ragione in circostanze esterne. Sia l’estetica che l’atteggiamento politico nei confronti della letteratura sono stati prodotti, o comunque condizionati, dall’atmosfera sociale di un certo periodo. E ora che un’altra epoca è terminata – l’attacco di Hitler alla Polonia nel 1939 ha concluso sicuramente una fase, come la grande crisi del 1931 ne ha chiusa un’altra – possiamo concludere e vedere più chiaramente di alcuni anni fa il modo in cui le attitudini letterarie sono influenzate dagli eventi esterni. Ciò che colpisce chiunque guardi indietro agli ultimi cento anni è che la critica letteraria della quale vale la pena occuparsi, e l’atteggiamento critico nei confronti della letteratura, esistevano a malapena in Inghilterra tra il 1830 e il 1890 circa. Non si vuole certo affermare che in quel periodo non siano stati prodotti buoni libri. Molti degli scrittori di quel tempo, Dickens, Thackeray, Trollope e altri, saranno probabilmente ricordati più a lungo di quelli che sono venuti dopo di loro. Ma non ci sono figure letterarie nell’Inghilterra vittoriana del calibro di Flaubert, Baudelaire, Gautier e moltissimi altri. Ciò che ora ci appare come scrupolosità estetica è a stento esistita. Per uno scrittore inglese dell’età medio-vittoriana il libro era in parte una fonte di guadagno e in parte un veicolo per evangelizzare il pubblico. L’Inghilterra stava cambiando molto rapidamente e una nuova classe monetaria era sorta sulle rovine della vecchia aristocrazia; il contatto con l’Europa era stato interrotto insieme a una lunga tradizione artistica. Gli scrittori inglesi della metà del diciannovesimo secolo erano barbari, anche quando si trattava di artisti dotati come Dickens. Ma nella fase successiva del secolo il contatto con l’Europa fu ristabilito attraverso Matthew Arnold, Pater, Oscar Wilde e vari altri, e il rispetto per la forma e la tecnica in letteratura è tornato in auge. È ad allora che risale la nozione di «arte per l’arte»: una frase ormai fuori moda, ma penso la migliore a disposizione. E il motivo per cui poteva prosperare così a lungo, ed essere così tanto data per scontata, era che l’intero periodo tra il 1890 e il 1930 fu di eccezionale benessere e sicurezza. Era quello che potremmo chiamare l’età dell’oro del periodo capitalista. Nemmeno la Grande Guerra la sconvolse davvero. Quest’ultima ha ucciso dieci milioni di individui ma non ha scosso il mondo come lo farà e come lo ha già fatto la guerra attuale. Quasi tutti gli europei tra il 1890 e il 1930 vivevano nella tacita convinzione che la civiltà sarebbe durata per sempre. Si poteva essere individualmente fortunati o sfortunati, ma si aveva la sensazione che nulla potesse cambiare radicalmente. È in un contesto simile che l’indolenza intellettuale e il dilettantismo germogliano. È quel sentimento di continuità, di sicurezza che poteva consentire a un critico come Saintsbury, conservatore di vecchia data e alto ecclesiastico, di essere scrupolosamente giusto coi libri scritti da uomini la cui visione politica e morale egli detestava.

Ma dal 1930 quel senso di sicurezza non è più esistito. Hitler e il crollo finanziario lo distrussero come nemmeno la Grande Guerra e persino la Rivoluzione russa erano riuscite a fare. Gli scrittori apparsi dopo il 1930 hanno vissuto in un mondo in cui non era solo la vita a essere costantemente minacciata, ma l’intero sistema di valori. In tali circostanze l’indifferenza non è contemplata. Non si può avere un interesse puramente estetico per una malattia di cui si sta morendo; non si può avere un atteggiamento spassionato nei confronti di un uomo che ci sta per tagliare la gola. In un mondo in cui fascismo e socialismo si fronteggiavano, ogni individuo pensante sentiva la necessità di schierarsi, e i sentimenti dovevano trovare la loro strada non solo negli scritti ma anche nei singoli giudizi sulla letteratura. La letteratura doveva diventare politica, perché qualsiasi altra cosa avrebbe comportato la disonestà intellettuale. Gli attaccamenti e le repulsioni erano troppo vicini alla superficie della coscienza per essere ignorati. Gli argomenti trattati nei libri sembravano così importanti che lo stile e la forma in cui questi venivano scritti passavano in secondo piano.

E questo periodo di circa dieci anni in cui la letteratura, e persino la poesia, si mescolavano con gli opuscoli di propaganda, ha favorito ampiamente la critica letteraria, perché ha distrutto l’illusione del puro estetismo. Ci ha ricordato che la propaganda, in un modo o nell’altro, si nasconde in ogni libro, che ogni opera d’arte ha un significato e uno scopo – politico, sociale o religioso – e che i nostri giudizi estetici sono sempre carichi dei nostri pregiudizi e delle nostre credenze. Ha sfatato il mito dell’arte per l’arte, ma ci ha anche condotto, per il momento, in un vicolo cieco, perché ha persuaso innumerevoli giovani scrittori a cercare di vincolare il proprio pensiero a una dottrina politica che avrebbe reso certamente impossibile l’onestà intellettuale. L’unico sistema di pensiero possibile per loro in quel momento era il marxismo ortodosso, il quale esigeva una lealtà nazionalistica nei confronti della Russia e costringeva lo scrittore che si definiva marxista a confondersi con le disonestà dei giochi di potere. E anche se una prospettiva simile poteva essere auspicabile, i presupposti su cui questi scrittori si erano basati furono improvvisamente scardinati dal Patto russo-tedesco. Proprio come molti scrittori del 1930 avevano scoperto la difficoltà di mantenere un certo distacco dagli eventi contemporanei, allo stesso modo molti scrittori del 1939, continuando a scrivere, si scoprivano incapaci di sacrificare la propria integrità intellettuale in favore di un’ideologia.

La scrupolosità estetica non è sufficiente, ma neanche la rettitudine politica. Gli eventi degli ultimi dieci anni ci hanno disorientato: hanno lasciato l’Inghilterra priva di una rilevante vocazione letteraria, ma ci hanno aiutato a definire, meglio di quanto fosse possibile prima, le frontiere dell’arte e della propaganda.

*traduzione Loris Pasinato. Si ringrazia Gog editore. Ho apportato solo una modifica (Trollope non Trollop)

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