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Testamento di un idolatra

No, il Nazareno non procede nello Sconosciuto, fatua astrazione con cui i mistici in voga misurano la propria ascesa – contraffazione dell’ascesi. Egli va verso l’Irriconoscente, transfuga nell’irriconoscenza, fino a sfigurarsi. L’opera violenta dei soldati di Pilato è dunque pia: Dio va smembrato, scudisciato, scassato, finché dei suoi tratti non si è fatto abominio, sgrammaticatura, confusione complice, puro foro. Gesù nessuno sa chi sia, sta al bivio dei fraintesi: ama e porta la spada – bacio irto di lame –, slega dalla Legge ma della Legge non modifica un verbo; è Verbo e dito sulla sabbia, lapidario e lapidazione; sta coi pubblicani e dialoga coi farisei; trascina le folle ma tracima in una solitudine antartica, feroce; realizza ogni promessa in qualcos’altro, per questo, infine, lascia tutti scontenti, stuolo di traditori che dal Dio estraggono l’idolo, che del Messia fanno massacro in chiacchiere.

Gesù è Elia, Giovanni il Battista redivivo, un combattente, un profeta, un originale interprete della Torah, è sempre altro da sé, sempre altri lo dicono, per esaltazione – “Tu sei il Cristo!” è Pietro a dirlo – o in bestemmia, arcano del tempo sovrabbondante di bestia (“re” lo preferisce Pilato, “re dei Giudei” lo sfotte chi flagella); Gesù, invece, “intimò loro di non parlare di lui a nessuno” (Mc 8, 30). Che Dio non si nomini, iconoclastia in grammatica, che non si faccia formula del Nome, che lo si dilati ai quattro vertici della Croce – di cui è figura l’altare, la missione, l’etimo astronomico del pianeta – per volatilizzarlo, votati a un esilio di elemosine. Egli sfianca ogni deduzione, non si lascia inscatolare in didascalie, intenerire in norme; rende ovvia la razione esegetica dei legisti, è latitante dalla Storia, non si fa imbrigliare dagli zeloti rivoluzionari, redige il Regno e reagisce contro chi crede di incanalarlo in un effetto domino di estasi, di visioni utopiste, morganatiche a Dio.

Perché non diventi idolo, Dio deve essere giudicato colpevole, squalificando la legge degli uomini e quella dei sacerdoti; deve essere fustigato, punito, menato. Ciò che pende dalla croce non è che pezzuola di carne equivalente a ogni altra, obliqua, obbligata al marcire, trasfigurata nell’irriconoscibile.

La Bibbia è il racconto dello sterminio che fa Dio degli idoli: l’uomo, a figura di Dio, è fabbricante di idoli, a proprio scopo e figura. “Non rivolgetevi agli idoli, e non fatevi divinità di metallo fuso” (Lv 19, 4) è la pretesa minima di Dio. L’idolo è artefatto, fatto ad arte – “immagini scolpite o stele”; “di legno, di pietra, d’argento e d’oro” – l’arte stessa si consacra all’idolatria. L’arte invita alla disobbedienza quando basta a se stessa, si basa sui suoi assunti: perfino l’armonia favorisce il caos. “L’adorazione di idoli innominabili/ è principio, causa e culmine di ogni male”, dice l’autore della Sapienza.

Tuttavia, l’idolatra non è chi s’inchina, ingenuo, all’artefatto, chi adora le forme mute, che investe il credo in amuleti. Già Senofane, mezzo millennio prima di Gesù, aveva scardinato lo schema, con frammenti d’incendio (qui nella traduzione di Ezio Savino):

Avesse un par di mani il bue (cavallo, leone, fa lo stesso)
e ritraesse, materializzasse la roba che facciamo noi,
i cavalli precisi a cavalli, i bovini a bovini,
disegnerebbero sagome di dèi, facendo le corporature
tali e quali al fisico che ha ciascuna delle bestie.

Idolatra è chi del dio – o del mondo, o di sé – non venera che una forma, utile, apparsa alla propria viltà. Chi ricorre alle astrazioni – il bene, la famiglia, il futuro, lo stato, la chiesa… – disancorandosi dal sangue; chi rincorre le norme, a rassicurare lo sbalordimento imposto dal divino, il caos dopo la rivelazione. L’Apostolo insegna che infine siamo tutti idolatri (“Sappiatelo: nessun fornicatore o impuro o avaro – cioè nessun idolatra – ha in eredità il regno di Cristo e di Dio”, Ef, 5, 5; e noi fornichiamo con le nostre convinzioni, avari di avventatezze, alieni al puro, che sbianca e sbilancia a zero tutti i nomi). Per questo, l’antica polemica di Porfirio non coglie il segno:

Se alcuni greci sono abbastanza ingenui da credere che gli dèi vivano negli idoli, il loro pensiero è tuttavia molto più puro di quello [dei cristiani] i quali credono che la divinità sia entrata nel seno della vergine Maria, sia diventata un feto, sia stata generata e avvolta in panni, sia piena di sangue, membrane, fiele e cose ancora più vili.

Per Porfirio è inaccettabile il corpo di Dio, il sangue, e che un dio mangi e stringa la mano e sappia leccare, che abbia un cuore e un intestino, che produca feci. Il dio che piscia, il dio tangibile, materia che si scioglie, putrefatta, è impossibile per Porfirio. Ma Dio si è fatto uomo – cioè, idolo – per scardinare ogni idolatria. Non è artefatto, ma carnale – carne irrisa di segni, intrisa di escoriazioni, arresa alla contraddizione.

A Urbino, una statua raffigura il santo che passeggia sopra il drago. Il demonio insinua il dominio delle forme, delle cose a propria misura, misurate, misurabili: instilla l’idolatria – sotto i piedi del santo, urla, latra, esplode i denti e la lingua, labirintica, scuote la coda. Urbino è assediata dalla nebbia, a spirali, intontisce, promette l’assenza del futuro, una perenne sospensione da sé, l’intontimento. Il santo non si preoccupa del drago che grida sotto di lui: si fissa le mani, perfette, con calma spaventosa. Non crede al male perché il male è già vinto e non lo ispira chi ancora ha paura.

Qui, con Alessandro Dehò, continuiamo a coltivare, mendicando, un Nuovo Alfabeto del Sacro.

***

Testamento di un idolatra

“Io sono YAWH il tuo ELOHIM che ti ho fatto uscire dalla terra d’Egitto da una casa di schiavi”. A me pare che tutto sia cominciato qui. Poi hanno parlato di Genesi e del serpente ma tutta questa storia della libertà ha un punto di inizio esattamente qui. Lo so per certo, lo raccontano senza pietà alcuna, ci son cresciuto con queste prediche a trapanarmi le orecchie. Ogni volta le pareti d’acqua si ingrossavano sempre più, l’esercito si moltiplicava, la strada da percorrere si illuminava. Ogni volta il ricordo fagocitava nuovi particolari da consegnare al mito. Crescendo mi son fatto un’idea precisa di tutta questa storia, che più il popolo è miserevole più il racconto fondativo deve essere abnorme, ingombrante, inattaccabile. Se qualcuno osava anche solo mettere in dubbio la vivibilità del presente ecco i sensi di colpa scendere a prendere casa nella voce dei tuoi vecchi che ti costringevano a chinare il capo davanti al Dio dal braccio potente. Eravamo stati liberati da mano potente di un Dio unico e solo nostro. E tu non potevi sentirti che piccolo, come osavi mettere in dubbio la sacralità del mito?

Tutto è cominciato esattamente dalla prima volta che qualcuno ha messo mano a quelle parole in difesa del Dio unico: nessuna divinità mai a sostituzione, nemmeno da affiancare, almeno ufficialmente. La purezza dell’unicità contro la barbarie della molteplicità, la cristallina perfezione del Nulla contro la fantasia di tutte le immagini. Il Sacro contro il profano. La fede contro le arti. La libertà contro la dipendenza. I fedeli contro gli idolatri. E io tacevo, per forza.

Ma dentro di me no, e sono sicuro di non essere stato il solo, dentro di me prendeva forma un contro racconto a mia immagine e somiglianza, senza rabbia e senza altezzosità, nessuna versione alternativa solo una narrazione mia e personale che mai avrei pensato di raccontare ad alcuno. Io stavo con tutto il gruppo dei padri fondatori, era notte, e seguivo questo manipolo di coraggiosi dirigersi verso il fiume di cui sapevano ogni segreto, loro ci lavoravano, stappavano mattoni da quella terra, loro sapevano dove mettere i piedi, Dio o non Dio loro avrebbero saputo guadare quel fiume ad occhi chiusi, ma pregavano e combattevano la paura della morte raccontandosi di essere i prescelti da Dio. E camminavano, era notte, e io con loro, verso una Terra Promessa. Dalle retrovie non capivo tutto ma a un certo punto sentivo delle voci, tanto silenzio, e poi la colonna a scorrere veloce, corrente umana più forte della natura. Dietro, il terrore, aveva forma militare, se non si fosse aperto un varco saremmo morti affogati o trucidati. Nel mio racconto tutto procede secondo canone poi però ecco lo scarto della fantasia, o della libertà, io che mi fermo e nessuno che si accorge di me. Appena prima di mettere il mio piede sulle terre prosciugate io mi fermo e li lascio andare, nessuno mi degna di uno sguardo e io non ho per niente paura. Non di averli persi e nemmeno dei soldati che, come previsto, non mi degnano di attenzione, sono un tipo sufficientemente insignificante io, lascio passare i carri del faraone e senza ripensamento alcuno volto le spalle al mito e torno a casa mia, in Egitto. Inizia così la mia carriera da idolatra.

Che è una vita molto tranquilla. Volutamente tranquilla. Vita di uno che gli sembra troppo il regalo che ha davanti e decide di non farlo suo. Ringrazia e riconsegna il pacco al mittente. A me il dono della libertà è sempre parso troppo. Per me intendo. Questo Dio che pretende unicità in cambio della libertà per me era semplicemente troppo. Gli idolatri non sono viziosi, al contrario, siamo gente tranquilla noi, ci accontentiamo. Nessuna domanda troppo ingombrante sul mistero della vita, d’altra parte non avevo scelto io di venire al mondo e di certo non avevo le forze per quel nuovo parto che dalla rottura delle acque voleva regalarci parentela di divinità. A me bastava stare al mondo. L’idolatra è un tipo calmo e pacato, torna a casa, senza pretese, e si accontenta di vivere il giorno uno dopo l’altro, senza dare troppo fastidio e senza grandi turbamenti.

Se avessi seguito il mio di racconto fondativo mi sarei risparmiato il dramma di tavole della legge rotte e del vitello d’oro ingoiato. Io sarei tornato a casa prima. A spolverare tutti gli idoli che mi servivano, a metterli in fila e a ringraziarli, la sera, prima di prendere sonno. Non mi vergogno io di dire che prendo la vita un passo alla volta, con grande senso di realtà so bene che ad ogni passo si apre una pena, avrei dovuto solo appoggiarmi a qualcosa per sopravvivere. Qualche idolo, uno per ogni evento misterioso, qualche gioia, nessuna pretesa di onnipotenza né per il divino né per l’umano, l’idolatra è persona comune e di buon senso, frammenta le responsabilità. Chiedere a divinità diverse serve a mantenere un profilo basso, chi ero io per mettermi a questionare con il Creatore? Avrei lasciato fare ai profeti, ai sacerdoti, ai poeti, ai veggenti, ai dominatori, ai sognatori, a tutta quella gente che ha una fame dentro da non riuscirci a dormire la notte. Io non ero fatto così. A me bastava la vita, quella che vedevo, a me bastava sfangarla, giorno dopo giorno, obbedire a chi dovevo e gioire per quel che mi era consentito. Di più non riuscivo.

Davvero è un peccato essere idolatra? Non credo, il mio cuore semplicemente non regge la radicalità, non ho coraggio, forse non ho allenato il cuore, di sicuro mi basta quel poco che ho. L’idolatra non è vizioso, al contrario è l’umiltà in persona, non si crede all’altezza di questionare con Dio o con i faraoni, rimane nel suo spazio, allena il desiderio a farsi bastare le cipolle d’Egitto e crede sia inevitabile lavorare per qualcuno. Nasce schiavo e se ne fa una ragione. Senza vergogna.

Io in quel racconto di attraversamenti miracolosi e di eserciti spazzati via dalla furia di un Dio di cui avevamo l’esclusiva mi sentivo estraneo. Sarei tornato a casa senza fare polemiche e come preghiera una formale richiesta di scuse, rivolta a questo Dio: mi chiedi troppo, non ce la faccio, scusami. Grazie per la fiducia.

Non farai per te immagine scolpita” e perché mai non dovrei? A me il Vuoto fa paura. Ammiro chi davanti al baratro sa abbandonarsi, invidio sinceramente le persone che vivono la vita al limite, i visionari del Tutto e del Niente ma io non ne ho la stoffa. Perché costringermi a sprofondare in un Mistero? Io voglio credere alle immagini scolpite a cui posso rivolgermi, come un bambino in cerca di conforto. Amo le regole e i patti chiari, prego e spero in un aiuto. Non sono poi tanto diverso dalla maggioranza dei fedeli, di fatto. Comunque scolpisco le mie paure, ne faccio idolo e spero di attraversare giorno dopo giorno non dico le tempeste ma almeno le quotidiane fatiche della giornata. I miei contrattempi. E se non funziona, in quel caso è colpa mia, avrò pregato male, io proteggo le mie divinità.

Non sono libero? L’umanità è fatta per diventare immagine e somiglianza di Dio? Mi sembra francamente troppo. Per me di sicuro. Le dieci parole declinate a comandamento sono una mirabile utopia ma io conosco troppo bene la meschinità del mio cuore, idolatra e sincero, io non sarò mai figlio di un’umanità così nobile. Invece che affinare le punte delle virtù mi accontento di smussare i deliri dei desideri. Basta accontentarsi. Abbassare le attese, che è poi quello che facciamo tutti, una specie di religiosità minima, fare il minimo necessario, evitare di rubare o di pretendere, non pestare i piedi, non mettere gli occhi sugli amori altrui. Non per fede ma per quieto vivere. E quando si pensa di non farcela: cercare un appiglio qualsiasi, una divinità a portata di mano, all’altezza delle mie bassezze. Sono uno che si accontenta.

Non ti prostrerai per loro”, a meno che questo non serva a garantirmi la sopravvivenza. Ammiro, lo dico sinceramente, ammiro le persone che non si piegano, che non si abbassano a compromessi, che evitano ogni tipo di mediazione, martiri di una fede. Servono, fanno il mondo migliore, ma io non ce la faccio. Mi prostro quando serve e poi mi rialzo, fino alla prossima volta. Chi sono io per dover trovare il coraggio di stare sempre in piedi? Io mi prostro perché sono umile. Mi basta un po’ di pane, qualcuno che mi aiuti a capire quello che devo fare e un dio qualsiasi che mi stia vicino, che si faccia vedere quando le cose si mettono male. Per queste cose non ho nessun problema a prostrami. Se arriverà un Messia sarà meglio che si metta il cuore in pace, ci siamo anche noi, che non pretenda di chiederci l’impossibile.

In parte poi credo che le religioni di sempre, alla fine, non facciano che replicare questo schema, danno pane e speranza, chiedono obbedienza. Il mondo funziona così. Sarò idolatra ma non sono ipocrita. La fede, quella che azzanna le arterie e non lascia tregua, quella che cerca il Senso profondo in ogni cosa, quella pronta a farsi crocifiggere piuttosto che a tradire è ipotesi che le mie forze non possono reggere. È per pochi. Io mi prostro e chiedo aiuto. È forse un peccato essere umili?

Alessandro Dehò

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