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“Non comprendiamo più niente”. Da Dada a Dio: l’epopea di Hugo Ball

Tra dio e nulla la differenza è inferiore allo schiocco di palpebre, Dada sconfina nel nonsense con la stessa paralizzante potenza di un apoftegma. Hugo Ball aveva un viso esigente: alla svagata tenerezza di altri mondi alterna il candore dei discepoli del cilicio, i rivoluzionari dello spirito. Hugo Ball non ti guarda; oltrepassa. Una fotografia leggendaria blocca Hugo Ball al Cabaret Voltaire – da lui ideato – che legge il glossolalico componimento Karawane: pare incapsulato in un tubo, figura ambigua tra il marziano, il papa dadaista, l’icona, per lo più. Ecco: Hugo Ball stravolge le ragioni della prospettiva. E quelle della grammatica. Dada è tutto e il contrario, “è solo una parola, una parola in movimento. Molto facile da capire. Piuttosto terribilmente semplice… Come si ottiene la beatitudine eterna? Dicendo Dada. Come si diventa famosi? Dicendo Dada. Con un nobile gesto e una delicata eleganza. Finché non si impazzisce. Finché non si perde conoscenza. Come ci si sbarazza dell’afrore dei giornali, dei vermi, di ciò che è bello & buono & giusto, moralizzato, europeizzato, snervante, esangue? Dicendo Dada”: così il primo manifesto dadaista, recitato da Ball nel 1916 – seguirà quello di Tzara, dopo. Tedesco, teatrante, volontario durante la Prima Guerra – salvo ricredersi: “La guerra è fondata su un clamoroso fraintendimento: gli uomini sono presi per macchine” –, alternava l’anarchismo all’esegesi biblica, leggeva Bakunin e maneggiava la Filocalia.

Nato nel 1886, nel tardo febbraio, morì nel 1927, causa cancro allo stomaco. Il suo sguardo, comunque, fu sempre teologico: nel 1920 passò da Dada a Dio, e nel 1923 pubblicò un libro di stravagante bellezza, Cristianesimo bizantino (uscito per Adelphi nel 2015), dove il suo talento nei meandri del linguaggio si confronta con le vite di Giovanni Climaco, lo Pseudo-Dionigi, Simeone lo Stilita. Hermann Hesse, di quel libro, al di là dei complimenti – “non saprei paragonarlo a nessun altro tra i moderni, con l’eccezione forse delle vite dei santi ebrei scritte da Martin Buber” – capì il punto estatico: “vi aleggia un’atmosfera di purezza come nelle opere dell’Alto Medioevo”. Che meraviglia: chi ha aggiogato Dada si scopre agiografo; l’oro ricavato da Ball screziando i verbi non è dissimile da quello che scopre, in quegli stessi anni, William B. Yeats salpando verso Bisanzio. Armonie liriche, patteggio tra spettri, sfida con i coltelli astrali, fate voi. “Ogni cosa ha la sua parola, ma la parola è diventata una cosa a sé… La parola, la parola, la parola fuori da vostro dominio, dalla vostra norma, risibile impotenza, stupenda compiacenza, al di là del pappagallo della vostra indotta limitatezza”, scriveva Ball nel manifesto. Vedi? Chi crede di stivare i verbi in una grammatica è cieco al mistero; la parola sfugge, sconfigge.   

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Porzioni di Hugo Ball tratte da “Cristianesimo bizantino” (Adelphi, 2005)

Sull’ascesi. “Da quando orpelli e immagini hanno sopraffatto l’anima, da quando la finta semplicità ha cacciato quella vera, si è inclini a percepire l’ascesi come nemica della vita. Viene vista come un segno di mutilazione, una violenza alla natura, un perfido strumento che sminuisce l’uomo. Addirittura la si è additata come una corruttela della libertà. L’ascesi non è tutto questo, anzi è il contrario. Ma è caduta in discredito da quando operosi apologeti della generosità negli appetiti e nei piaceri hanno cominciato ad avallare fieri, rudi istinti ‘ferini’. La melanconia dell’uomo moderno, alimentata dalle macchine, andrebbe invece imputata, secondo i suoi detrattori, agli effetti dell’ascesi. I mali della società, paralisi e isteria, dovrebbero essere eliminati con una compiacente dissoluzione della forma interiore. Dove era necessario ampliare la sfera spirituale, la si è demolita del tutto… Si può ben dire, infatti, che solo la legge dell’ascesi garantisce quella santa vastità dell’anima in cui l’infinita dolcezza fa argine contro la ferocia, la grandezza si separa dalle meschinità, e in cui il timore reverenziale trova magia e ali”.

Sulla preghiera. “La preghiera è l’aristocrazia della povertà. In essa si tocca tutto ciò che è esclusivo nel cielo e nella terra. Solo colui che qui è emarginato è là benvenuto e solo colui che qui è imprigionato là si libera. Nessun intelletto penetra con uno scopo o un tornaconto in questo luogo santo. La meditazione può infiammare, ma solo la preghiera illumina”.

Sui misteri. “La vera celebrazione dei misteri consiste in una serie di procedure misteriose che elevano l’uomo. Un significato inattingibile è insito nei riti e nelle cerimonie. Nessuno riesce a sottrarsi al loro influsso divino. Lanterne e luci in splendente simmetria; un primitivo miscuglio di versi di animali e voci di bambini; una musica che vibra in cadenze da lungo tempo scomparse: tutto questo scuote l’anima e le ricorda la sua patria originaria. Un anelito afferra lo spirito e lo riporta all’inizio di tutto, lo tuffa in paradisi del mondo ultraterreno e primigenio da lungo tempo dimenticati. Singolari figure mascherate portano insegne e simboli astrali, ruotano in cerchio, fanno apparire per magia, con i loro movimenti, la dolce immagine di una volta stellata in mezzo a uno spazio terrestre”.

Sulla lingua di Dio. “Abbiamo disimparato la lingua dei geroglifici. È andata perduta la sua chiave. La lingua di Dio è l’idea somma. Non comprendiamo più niente. Come potremmo riuscire ancora a pensare? La bussola del soprannaturale indica il cuore. Noi però abbiamo perso, insieme al cuore, anche la testa… Abbiamo cercato anche di introdurre altre morali. Ma vi è soltanto una morale: quella del cuore e della sua vittoria, così come si dà un solo senso dell’esistenza: l’interpretazione dei segni divini per mezzo del cuore. Come abbiamo disconosciuto tutto questo!”.

Hugo Ball

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