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“Essere umani è più che essere divini”. Emily Dickinson, Dante & la visione di Dio

L’esperienza della visione di Dio non è privilegio esclusivo dei mistici. I poeti – quelli veri, per intenderci quelli che Platone definiva nello Ione “creature alate e sacre” – testimoniano che si tratta di un’esperienza esistenziale che, sebbene quasi impossibile da esprimere in parole (“significar per verba”) può tuttavia essere rappresentata e trovare forma in un linguaggio, appunto, poetico. Il termine coniato da Dante, “trasumanare”, è vocabolo che affascinerà molti secoli più avanti anche Pier Paolo Pasolini (vedi il suo Trasumanar e organizzar). La Divina Commedia resta il testo di riferimento principe in proposito, e segnatamente nei due canti che aprono e chiudono la cantica del Paradiso, il primo e il trentatreesimo.

L’unica voce poetica d’età moderna che riecheggia (non sappiamo quanto consapevolmente) il sommo Dante nella ricostruzione graduale dell’esperienza visionaria del divino è Emily Dickinson. Lo intuiamo già solo leggendo uno dei suoi più incisivi e perentori aforismi. “Siamo tutti umani finché non diventiamo divini. Per alcuni di noi questo momento è lontano, per altri è vicino”.

William Blake: visioni disegnate dalla Divina Commedia di Dante, 1825/27

Il processo iniziatico che viene ricostruito dai due poeti, in prima persona, a distanza di cinque secoli e mezzo ha a che fare col tempo e insieme con l’eterno: è il graduale affinamento di una vista interna e insieme il potenziamento del desiderio primario dell’intelletto. La difficoltà iniziale avvertita, e brillantemente superata, da entrambi i poeti è quella del lessico, dell’espressione verbale. Il Logos che deve tradursi in logos. Dante vi accenna più volte sia nel primo che nell’ultimo canto (“Vidi cose che ridire/ né sa né può chi di lassù discende…”, I, vv.5/6); “Da quinci innanzi il mio veder fu maggio/che ’l parlar mostra, ch’a tal vista cede…”, XXXIII, vv.55/56); e ancora: “Omai sarà più corta mia favella/ pur a quel ch’io ricordo, che di un fante/ che bagni ancor la lingua a la mamella”, Par.XXXIII, vv.106/108). Similmente la Dickinson (“Spiegare la Bellezza significa intaccarla/ e definire il Fascino – avvilirlo –/ c’è un Mare senza Sillabe/ di cui essi son segno.// La mia mente s’affanna a ricercare/ quella parola invano…”, cfr. “To tell the Beauty would decrease”). Oltre alla difficoltà inerente il linguaggio, sussiste anche per entrambi il pericolo di perdere il senno (San Bernardo alla Vergine: “Ancor ti priego, regina che puoi/ ciò che tu vuoli, che conservi sani/ dopo tanto veder li sensi suoi”, Par.XXXIII , vv. 34/36) e la Dickinson: “…ché vivere non può chi vide Dio”).

Se è vero che in entrambi gli iniziati c’è (e non potrebbe non esserci) la disposizione a perdersi (come anche nei grandi mistici-poeti San Juan de la Cruz e Teresa d’Avila, cronologicamente a metà tra i due) si mantiene vigile la coscienza di quanto sta accadendo: una serie di percezioni registrate con acume psicologico e filologico: una vera e propria ‘ascesi’ dell’anima che dalla ‘stasi’ (annulla-mento del contingente) perviene all’‘estasi’ (contatto con l’essenza): l’avvertimento della compiutezza del desiderio, che più intenso non potrebbe essere (“L’ardor del desiderio in me finii”, Par. XXXIII, verso 48), cui fa seguito il traguardo del ‘visus’ che coincide con la conoscenza suprema (cfr. “I finished knowing then”: “e finii col conoscere – a quel punto”, Dickinson, “I felt a Funeral in my Brain”); la percezione di un alterarsi  dell’elemento atmosferico (il “certain slant of light” di Emily suscita il medesimo smarrimento dantesco per la sensazione di un raddoppiarsi del sole: “E di subito parve giorno a giorno/essere aggiunto, come Quei che puote/avesse il ciel d’un altro sole adorno”, Par. I, vv.61/63), così come la vertigine di uno sprofondamento e il senso dello ‘svanire’ (“Nostro intelletto si profonda tanto/che dietro la memoria non può ire”, Par. I, vv. 8/9; “Ed io precipitai sempre più in fondo/ e urtavo un Mondo ad ogni movimento”, cfr. “I felt a Funeral in my Brain”).

Lievemente angosciante il riaffacciarsi del timore della perdita di senno (“La mia mente sentii fendersi/ come se il mio Cervello si fosse spaccato/ L’uno all’altr’orlo cercai ricongiungere/ ma non riuscivo a farli combaciare…”, cfr. Dickinson, “I felt a Cleaving in my Mind”, ma anche “Potrebbe essere questa la follia”), versi che con modernissima ‘nervenkunst’ riecheggiano lo sgomento del geometra dantesco impotente a risolvere il problema della quadratura del cerchio ( “Qual è il geometra che tutto s’affige/ per misurar lo cerchio, e non ritrova,/ pensando, quel principio ond’elli indige”, Par.XXXIII,vv.133-136) e di nuovo la minaccia dell’incapacità della parola a focalizzare “la forma universal di questo nodo” (e in Dickinson “La mia ruota è nel buio/ Non vedo neppur uno dei suoi raggi”, “My wheel is in the dark”); lo scostarsi finale del velo che offuscava la vista, unica vera causa del ritardo della Rivelazione (“Non è Rivelazione ad esser tarda/ ma i nostri occhi imperfetti”, Dickinson, “Not Revelation ’tis that waits”, è distico prodigioso che ricalca, nella perspicua acribia dell’aggettivo “unfurnished” riferito agli “eyes”, i versi danteschi dell’epifania divina: “Non perché più di un semplice sembiante/ fosse nel vivo lume ch’io mirava/ che tal è sempre qual s’era davante// ma per la vista che s’avvalorava/ in me guardando, una sola parvenza/ mutandom’io, a me si travagliava”, Par.XXXIII,vv.109/114).

È in questo “attimo polare”, in questo “Bandage Moment” che viene annullata ogni discriminazione di luogo e di tempo, poiché la coscienza è pervenuta alla dimensione del “no time, no space” costitutiva di quell’Altrove cui l’anima aspira da sempre riconoscendo in esso la propria origine (“Sempre di un bene perduto/m’oppresse il desiderio”… “ed ogni tanto il Dito del Sospetto/ mi passa sulla Fronte:/ ch’io stia cercando dalla parte opposta/ solo il Regno dei Cieli”, Dickinson, “A loss of something ever felt I”; accenno alla condizione di un cielo capovolto da riconquistare, che suggerisce anche Dante: “Non dei più ammirar, se bene estimo/ lo tuo salir, se non come d’un rivo/ se d’alto monte scende giuso ad imo”, Par.I, vv.136/138).

Quell’attimo fatale, di cui l’io è per speciale privilegio cosciente “protagonista”, è l’incandescente soglia del trapasso, (“trespassing”) del transito per eccellenza in cui si abbatte definitivamente la barriera del tempo misurabile (“Un punto solo m’è maggior letargo/ che venticinque secoli all’impresa/ che fé Nettuno ammirar l’ombra d’Argo”, Par. vv 94/96; “Da allora sono secoli, ma meno/ mi sembrano del giorno in cui m’accorsi/ che all’Eternità/ le teste dei Cavalli eran protese”, Dickinson, “Because I could not stop for Death”).

La visione di Dio, ‘oltraggioso’ traguardo consentito all’anima prescelta perché ne riferisca agli umani la metempirica esperienza, ripropone però un enigma con esiti diversi: per Dante il mistero della “nostra effigie”  (la figura umana dipinta “nel cospetto eterno” che  una “folgorazione” divina gli chiarirà come  “si indova… al cerchio”) si scioglie felicemente in una numinosa fusione epifanico-trinitaria; per Emily invece il tremendo “what of that?”, l’interrogativo che riaffiora inesorabile (“rilanciando l’enigma” appunto, cfr.di nuovo “My wheel is in the dark”), e permane tale relativamente al “senso” (perfino del divino): l’insondabile enigma viene “flinged back”, rilanciato indietro dallo stesso Dio a cui del resto la Dickinson non esitava a muovere rimproveri anche prima di “conoscerlo”.

Il Dio che è in Dante, agostinianamente, somma bontà e sapienza, ma anche Bellezza e Verità, per la sovrumana Emily resta un’entità potenzialmente imperfetta: anche dopo essersi ‘svelato’, rimane in qualche misura in debito rispetto agli umani. “Essere umani è più che essere divini, perché quando Cristo era divino non fu contento finché non fu umano”: questo lo sconvolgente messaggio iconoclasta della “monaca deviante”.

Silvio Raffo

 

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