skip to Main Content

“Il mio primo grande viaggio”, un poemetto inedito di Henry de Monfreid. Un vecchio lupo di mare che smerciava hashish tra Mediterraneo e Pacifico

Siamo qui lontani da Uomini e topi di Steinbeck, da La peste di Camus, due allegorie degli uomini presi in trappola, e pure – e quanto! – dal famoso caso clinico del freudiano “Uomo dei topi”, e più vicini forse a un sogno fiabesco, quello de Il pifferaio magico dei fratelli Grimm, non fosse che qui, quale che sia stato il facilmente intuibile destino dei piccoli ratti di cui è questione, siamo di fronte a un pifferaio di se stesso, Henry de Monfreid, di cui vogliamo offrire una lettura nella sua veste di poeta, meno nota di quella di romanziere, giornalista, epistoliere, scrittore autobiografico e d’avventura. Una poesia tra il biografismo e l’epico, il gioco e lo psicologico, il trasognato e l’ironico, non la magìa bensì la malìa del viaggio come ricerca di un aldilà (?) mondano sempre differibile nella realtà (?) o con l’immaginazione. Una poesia mai tradotta…

Henry de Monfreid (1879-1974)

 

Per scoprire chi fosse Henry de Monfreid, “L’incredibile” secondo Daniel Grandclément (Grasset, 2000), “Il corsaro nero” e “l’ultimo avventuriero” secondo Stenio Solinas (Neri Pozza, 2015), ci sono queste due biografie d’autore. Un uomo, Monfreid, la cui vita, dai prodromi non meno avvincenti, fu avventurosa quanto i romanzi che scrisse a decine, in accordo con un fato che lo fece salpare verso i porti del Pireo, delle Indie, e soprattutto del Corno d’Africa. Sulle tracce, va detto, più di se stesso, delle Sirene che aveva nella sua mente, nel suo cuore, quelle della libertà[1], che non di quelle di un famoso predecessore, il fanciullo “veggente”, Rimbaud, a sua volta scrittore e commerciante. Ma il quale, diversamente da Monfreid, fu prima scrittore e poi commerciante. Mentre fu entrambe le cose a un tempo, il magro e baffuto navigatore del sud.

Pubblicato sul Courrier des Messageries maritimes, n° 110 del maggio-giugno 1969, con una forma quasi da semplice calligramma che qui non è possibile riprodurre (la prima e la terza parte come due onde), poi ripreso nella seconda sezione, dal significativo titolo Sequenze di vita senza collare, di Vivre libre, volume antologico (Grasset, 2018), il poemetto di Monfreid, Mon premier grand voyage, narra un episodio che ebbe luogo a La Franqui, nella regione dell’Aude, sua terra natale, agli inizi del decennio conclusivo dell’Ottocento, quando il futuro scrittore viaggiatore era allora un ragazzino, “veggente”, verrebbe da dire, del suo proprio futuro di pilota contrabbandiere d’hashish tra il Mediterraneo e il Pacifico – a partire da un transfert su una nidiata di bestiole, certo poco gradevoli, ma innocenti, lanciate Cers[2] in poppa in un piccolo stagno.

[1] La libertà, un concetto che per l’autore di CharasLa Cargaison enchantée, convertito alla religione islamica, fondamentalmente agnostico ma affascinato dal Credo quia absurdum, non era certo quello dei rivoluzionari giacobini.

[2] Il Cers, el cerç in catalano, ricorda lo stesso Monfreid, è il nome di un vento del posto, a volte fortissimo presente tre giorni su quattro, vento di pianura, delle zone interne dell’Occitania, ed è il più antico nome di un vento francese.

Marco Settimini

Henry de Monfreid, Il mio primo grande viaggio

Ero giovanissimo,

era tanto tempo fa,

prima della fine del secolo scorso!

Alla fine delle vacanze,

dopo la partenza dei miei amichetti,

mi sentii triste

senza darmene ragione.

Senza dubbio, inconsciamente

già a quell’epoca,

sognavo

di andarmene oltre quest’orizzonte

che mi chiamava attraverso

il muro invalicabile

delle convenzioni, degli obblighi

e delle esigenze scolari.

Tentavo sì di non udirlo,

in buona fede mi ci sforzavo,

come se quel richiamo fosse stato quello

delle tentazioni colpevoli.

Ma era il canto delle Sirene…!

Oggi il ricordo di una piccola peripezia mi rivela l’incantesimo che,

venticinque anni più tardi, doveva rompere tutte le dighe

e orientare il mio strano destino. Fu in qualche modo il mio primo grande viaggio.

Un mattino, il Ramonet, tutto fiero, venne a mostrare a mia madre una nidiata di ratti

presi la notte in una nassa. Emozionato dalla sorte di

quelle bestiole che stavano per bruciare

per via del crimine d’aver rosicchiato delle patate,

mi offrii di eseguire

la sentenza, non col fuoco, ma con l’elemento opposto.

Ovvero l’acqua. Intendo dire che li avrei annegati

nello stagno…

Mia madre ebbe un impercettibile sorriso nel vedermi partire

così allegramente per quella missione patibolare.

Aveva paura dei topi,

ovviamente, come tutte le donne, ma amava troppo

le bestie per rallegrarsi del loro supplizio.

Serbò dunque il silenzio, avendo intuito.

Io avevo immediatamente immaginato un modo per evadere,

innanzitutto per me, sulle ali d’oro

dell’illusione, e a seguire per i miei poveri ratti

che stavo per lanciare

in una prodigiosa avventura che potevo seguire col pensiero.

Avevo raccolto sulla spiaggia, nella mareggiata dell’equinozio,

una grande placca di corteccia di quercia da sughero

di circa un metro per cinquanta centimetri.

Quel magnifico galleggiante sarebbe diventato una nave perfettamente insommergibile.

Fissai una cassa rovesciata accumulandovi

patate, carote e angurie,

in una parola una riserva di cibo che avesse in sé il po’ d’acqua

necessario a dei roditori. Aggiunsi dei biscotti e dei dolcetti

che la mia inclinazione all’antropomorfismo

giudicava gradevole ai ratti.

Non dimentichiamo

che quei ratti mi

rappresentavano:

preparavo così la mia “crociera”.

Un piccolo albero solidamente sorretto

e una vela quadrata completaron l’equipaggiamento.

Non senza fatica,

in mezzo allo stagno

per evitare qualsivoglia evasione

travasai i prigionieri, i quali, ignorando l’avvenire,

si ribellavano contro il loro salvatore.

Gli uomini assai spesso agiscono ugualmente.

La cassa-cabina

aveva una piccola apertura

per permettere ai passeggeri

di uscire quando avessero toccato terra,

perché non dubitavo che l’Arca

giungesse senza intoppi in Africa.

Il vento che regnava da nord-ovest l’avrebbe portata

vento in poppa… Quando…? Sì, appunto, quando…

Ma poco importa a coloro che se ne vanno

verso la libertà, soprattutto verso l’Africa assolata,

i deserti, la foresta vergine, con le gazzelle,

gli elefanti, i leoni, i negri…

Il soffio poderoso del Cers

gonfiò la vela e l’arca filò

rapidamente verso sud.

Corsi a cercare un binocolo per seguire

più a lungo la macchiolina bianca

che portava via con sé il mio più bel sogno,

perché io ero con i ratti,

vivevo con loro ora dopo ora,

ebbro di libertà,

affrancato da tutto,

salpando verso l’ignoto,

l’imprevisto, il favoloso

— verso l’Avventura

come si dice

oggi…

*traduzione di Marco Settimini

Continua a leggere su Pangea

Back To Top
Cerca