13 Settembre 2024

“La felicità mondana è nulla, il mio cuore non ha più legami”

Nato ad Agra, nell’Uttar Pradesh, nel 1797, Mirza Beg Asadullah Khan usava, scrivendo, due pseudonimi. Preferiva Asad quando scriveva le lettere: estratto da Asadullah, significa leone. Una belva si aggirava tra la savana delle frasi, la prateria dei finimenti retorici. Era un esteta della mania epistolare, Mirza, intesa come patto, pattugliamento dell’amicizia. “Migliaia di miglia percorre la mia penna purosangue: godo di tali incontri, benché il destino ci separi”.

La storia, tuttavia, ricorda di Mirza il nomignolo onnipossente: Ghalib. Significa: il superiore, colui che tutto conquista. Non ebbe pari, in effetti, nell’arte poetica, in cui primeggiò con singolare avvenenza. Sorprende, soprattutto, di Ghalib, la capacità di destreggiarsi tra i ‘generi’, la voluttà di smuovere sentimenti contraddittori – l’ebbrezza; la tristezza –, una certa astuzia nel centellinare confessione intima, senso ascetico, spavalderia. Fu una figura fondamentale, il pioniere della poesia moderna indiana. Ne dicono – per intenderci – come di un Goethe, di un Puškin, di un Wordsworth. Un innovatore, insomma.

Scrisse i primi versi a dieci anni, mietendo stupori; a tredici fu costretto a un matrimonio d’interessi con Umrao Begum. La dicono donna pia, avviata alla contemplazione: gli diede sette figli, nessuno gli sopravvisse. La vita di Ghalib, in sostanza, fu plasmata dal dolore, senza requie, e dalla ricerca letteraria, compiuta con dedizione e spirito d’avventura. Il fratello, trasferitosi a Delhi, fu solcato dalla schizofrenia.

Visse tra i meandri della corte Moghul, ormai in decadenza; ottenne premi e prebende, titoli onorifici e stipendi. Tuttavia, la sua poesia si discostava dai contenuti canonici: fu apprezzata nei decenni successivi alla morte del poeta. Ghalib si premurò di poter vivere scrivendo; quanto al resto, mantenne lo stile sobrio, a bordeggiare la povertà, che si addice ai maestri. Le ‘sciocchezze’, come le chiamava, le poesie scritte per incantare se stesso e non i principi e i re, sono quelli che si ricordano ancora, con perentorietà di diamante.

Visse, piuttosto, nel pieno della contraddizione. Nato e cresciuto in India, proveniva da una famiglia turca: il nonno era emigrato da Samarcanda, vantava antiche discendenze risalenti al sultano selgiuchide Berkyāruq. La famiglia era perlopiù incardinata negli alti ranghi dell’esercito: il padre era morto in battaglia quando Ghalib aveva cinque anni. Ghalib optò per la battaglia letteraria. Nelle sue poesie, il sangue è, per così dire, astratto, estratto da corpi celesti: la vita, in sé, è un simbolico massacro.

Visse un passaggio epocale nell’India ottocentesca: il crollo dei Moghul, secolare impero islamico, nel 1857, per mano della British East India Company. Arrestato dai militari britannici, Ghalib fu condotto dal comandante in capo: alla richiesta se fosse musulmano, il poeta rispose con aplomb britannico: “A metà”. Cioè? “Bevo vino, non mangio maiale”. Diffidava dei fondamentalisti, non sopportava gli esagitati esegeti, che estorcono dal Testo ciò che fa loro comodo. Si impose la via cruciale della libertà: tra il santo e l’ubriacone, come scrive in uno dei suoi più noti ghazal.

Scrisse, appunto – a proposito di contraddizioni – in persiano le poesie ‘di corte’, in urdu quelle che lo consegnarono a imperitura fama. Fu uomo duplice, sdoppiato, a cavallo di due mondi: galvanizzò le antiche forme, conferendo ai suoi scritti una dignità isolata, solare, priva di dinastia lirica. Amatissimo, imitatissimo, Ghalib trovò traduttori di genio nel mondo inglese. I Ghazals of Ghalib editi dalla Oxford University Press nel 1995, a cura di Aijaz Ahmad, raccolgono versioni poetiche di W.S. Merwin, Mark Strand e Adrienne Rich. Quest’ultima, in particolare, sentì congeniali i versi di Ghalib, che rilegge e rifà in Leaflets (1969); giocava con le etimologie in bilico: ghazal/gazelle, diceva, il ghazal, la poesia, “come grido della gazzella che soccombe alle frecce del cacciatore”.

Ghalib non imbracciò la poesia come pratica ascetica: restò in questo mondo, a saggiarne i dolori. I suoi versi alternano scetticismo a estasi: tra la selva delle lettere, forse, credeva nell’apparizione divina – che un falò desse a quei fogli entità di cenere. Morì a Delhi, nel febbraio del 1869, nell’ormai British India, cinto da sparuti ammiratori – musulmani come induisti –, non in gloria. Il distico che adorna il suo monumento funebre intona una poetica del distacco:

“Nulla è ai miei occhi la felicità mondana: il cuore
non ha più legami, ma soltanto misere briglie di sangue”.

In una poesia, il poeta racconta la sua morte, il vagabondaggio dell’anima iena, la condanna di non poter morire definitivamente. Anelare la gloria: affibbiare ai propri versi garanzia di fiamma. Tutto resti ustione, cicatrice. 

***

Mirza Ghalib

(Agra, 1797 – Delhi, 1869)

Mi ha dato cielo e terra: pensava che sarei stato felice.
In realtà, ero troppo imbarazzato per controbattere.

I vagabondi dello spirito sono stanchi, si fermano lungo
il sentiero; altri, arresi, ignorano la meta.

In molti sperano che la candela non si estingua:
ma se si scioglie, cosa può fare chi ne condivide il dolore?

*

Lascia che gli asceti cantino i giardini del Paradiso
noi che pratichiamo la vera estasi possiamo
dimenticare le loro chiacchiere ben addestrate.

Nella sala degli specchi, la Faccia dell’Unico appare
come lo splendore del sole: incendia un mondo di rugiada.

Nascosta in quell’immagine, la sua fine:
i contadini, dopo il raccolto, fissano il picco dei fuochi.

Celati nel mio silenzio, mille desideri in abbandono –
le mie parole: lampade sulla tomba di uno sconosciuto.

Ghalib, la strada della conversione ti è di fronte:
l’unica via che unisce le disperse, disperate parti del mondo.

*

Quasi nessuno
di quei mirabili volti
ritorna nella forma di qualche istantaneo fiore

una volta che polvere li possiede

le tre Figlie come si addice alle stelle
si nascondono nella luce finché muore il giorno
poi escono nude
nelle loro menti è nera notte

il signore del sonno
è il signore della pace
il signore della notte
sul suo braccio poggi i tuoi capelli

Nella versione di W.S. Merwin, in Ghazals of Ghalib, Columbia University Press, New York 1971

*

Soltanto alcuni ritornano nella rosa e nel tulipano
volti non ancora velati dalla polvere!

Le tre stelle, le tre Figlie, restano nelle segrete del giorno
quale parola pronuncia l’oscurità per denudarle?

Suo è il sonno, la pace della mente, la notte:
sulle sue braccia stendi i veli dei tuoi capelli.

Noi siamo le avanguardie: rompere lo schema è il nostro stile di vita.
Ogni volta che le razze irrompono, entriamo nel flusso della realtà.

Se Ghalib deve versare lacrime, voi abitanti del mondo
vedrete le vostre città cancellate dal deserto.

Ibidem, versione di Adrienne Rich

*

Mio destino non è amare né essere amato.
Se fossi vissuto a lungo, più a lungo avrei atteso.

Sapere che sei infedele mi rende famelico.
Sapere che hai fede in me mi uccide di gioia.

Sei delicato come delicati sono i tuoi voti:
per questo si spezzano facilmente.

Sei un arciere arcigno. Non mi uccidi
per consegnarmi a morte perpetua.

Che gli amici mi soccorrano, mi guariscano:
non ottengo altro che discorsi e ragionamenti.

Conflagrazioni che farebbero schizzare sangue
dalle pietre sono un fuoco fatuo per la mia angoscia.

Angoscia bipenne, impossibile!
Angoscia d’amore – angoscia per il tempo che mi angustia.

La notte è oscura, mi lacera: non ho nessuno
con cui parlare – se potessi morire per sempre…

Avrei voluto una morte in solitudine, non questo
nobile funerale, una tomba al cospetto di funerei visitatori.

Ghalib, rassegnati, sei un mistico mirabile nel parlare.
Sei davvero un santo – e sei ubriaco come al solito?

*

Questi divini versi
sono sacre rivelazioni
che dalle altezze
scendono:
il sussurro della penna
nella notturna quiete
è l’eco della musa celeste
che pronuncia parole immortali.

*

In questo mondo di infinite vie
mi ingegno per scalare
il secondo grado del desiderio:
tutto ciò che vedo sono tracce
trame di impronte!

*

La goccia muore nel fiume
della sua gioia:
lontano, il dolore trova la sua cura

in primavera, dopo la pioggia, la nuvola
scompare:
sono un nulla le lacrime

in primavera, i prati sono uno specchio
che contiene il miracolo:
il vento muta il suo splendore

e la rosa che ha guidato i nostri occhi

permette a tutto di sbocciare

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