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“Non abbiamo mai fatto l’amore come si deve”. Le rose (e le ragazze) di Orwell

Boris Pasternak deprecava l’epoca, la sua, in cui “cominciarono a introdurre Majakovskij per forza, come le patate al tempo di Caterina”. In questo modo, la potenza eversiva di Majakovskij era avvilita, vilipesa, ridotta a niente: “Questa fu la sua seconda morte”, scrive Pasternak. Che paradosso: il poeta veniva sbandierato come un simbolo da quel regime che, in vita, lo temeva, scelse di marginalizzarlo, fino a indurlo al suicidio. Allo stesso modo, oggi, iniettano George Orwell ovunque; tutti citano 1984, tutti parlano di ‘società del controllo’, di ‘capitalismo della sorveglianza’, ma nulla cambia. Più si parla di Orwell, appunto, più lo si pubblica, più lo si ammazza; egli diventa autore degno di bibliografia e di stratosfera accademica, non è più il ribelle, inafferrabile, l’eterno polemista; così vogliono mutilarne la forza funesta, il pensiero ignifugo all’ovvio.

In un paese prono a denudare i miti, a smutandarli, a misurare il sesso del savio cadavere, di Orwell si scoprono rarità ogni anno. Durante l’ultima Orwell Memorial Lecture, alla presenza di Ian McEwan, per dire, si sono svelate “50 lettere inviate a due ex fidanzate, che dimostrano le relazioni mantenute da Orwell nonostante i matrimoni fino alla morte, nel 1950”. Le lettere, una leccornia per biografi, sono inviate a Eleanor Jacques e a Brenda Salkeld: si tratta di due ragazze frequentate negli anni Trenta, quando Orwell abitava a Southwold, nel Suffolk; la prima è la figlia del dentista del paese, la seconda è l’insegnante di educazione fisica della scuola femminile locale. Entrambe l’hanno rifiutato. Nel ’31, tra l’altro, George si premura di tranquillizzare Brenda: “anche se non siamo che amici, non preoccuparti, non faccio l’amore in modo misero, e se ti chiedo ogni tanto di andare oltre, questa è la mia natura”. Nonostante il matrimonio con Eileen O’Shaughnessy, contratto nel 1936 – ma inteso da entrambi come un rapporto ‘libero’ – Orwell continua, ogni tanto, a tampinare Brenda: “è un peccato… non abbiamo mai fatto l’amore come si deve. Avremmo potuto essere felici. Se le cose collasseranno, sarò tentato di vederti. Mi rifiuterai?”.

Maliziose minuzie, si dirà. Nel marzo 2020, su “The Critic”, D.J. Taylor – che ha firmato una importante biografia su Orwell, 2003 – ha impilato una lista di amanti più o meno presunte del divo George, da Jacintha Buddicom, “la fidanzata adolescente con cui andava a raccogliere funghi sulle colline sopra Henley” a Sally McEwan, segretaria del “Tribune”, e Inez Holden. Come si sa, Orwell preferì Sonia Mary Bronwell su tutte: nata a Calcutta, assistente di Cyril Connolly, redattrice dell’“Horizon”, donna di maschia bellezza e di implacabile intelligenza, sposò George che era in punto di morte, nell’ottobre del 1949, più giovane di quindici anni. D.J. Taylor ci ricorda che “quando si trattava di donne, Orwell era un tradizionalista, maschilista, voyeur, uno che non lesinava a provarci quando gli capitava l’occasione”. Non si faceva problemi di età: Mabel Fierz, un flirt degli anni Trenta, era sposata, gli diede una mano a trovare editore, “avrebbe potuto essere sua madre”; Dora Georges, invece, a cui dedica una poesia verso la fine degli anni Venti, di anni ne aveva appena 16. D.J. Taylor, talentuoso guardone, sta scrivendo una nuova biografia orwelliana, che terrà conto di tali terremotanti scoperte: è prevista per il 2023.

Lei è Sonia Mary Bronwell: ha sposato Orwell il 13 ottobre 1949

Di tutt’altro stampo, invece, l’ultimo libro scritto intorno a Orwell. S’intitola Orwell’s Roses, lo stampa Viking e Granta, lo firma Rebecca Solnit, esponente – così scrive Sara Wheeler in un articolo elogiativo uscito su “The Spectator”, The unfamiliar Orwell – della creative non-fiction, che significa, mescere di tutto un po’ in un saggio che è anche un po’ romanzo. La Solnit, in effetti, parte da un dettaglio – “le rose e gli alberi da frutto coltivati da Orwell nel 1936, nel giardino della modesta casa nell’Hertfordshire” – per svariare tra le mitiche Roses di Tina Modotti del 1924, i libri di Jamaica Kincaid, il ritratto di Joshua Reynolds del 1760, ora al Met di New York, che raffigura Charles Blair, il trisnonno di Orwell (ergo: Eric Blair), “i cui denari provenivano dalle piantagioni di zucchero, dunque dallo sfruttamento degli schiavi”. Sappiamo dove si andrà a parare; dovremmo chiedere consulenza floreale a Claudia Gualdana che alla Rosa – meglio, alla “Storia culturale di un fiore” – ha dedicato un libro mirabile, edito da Marietti nel 2019. Il testo della Solnit, di cui si traducono alcuni paragrafi, ha un piglio rapido, sagace, aggraziato. Pare che le rose – in tutti i sensi, compresa la beatitudine di amare – dicano di Orwell più del Grande Fratello, più dei grigi dicasteri d’Eurasia.

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Il Giorno dei Morti

Nella primavera del 1936, uno scrittore piantava rose. Lo sapevo da più di trent’anni ma non ci ho mai riflettuto abbastanza, fino a un giorno di novembre, qualche anno fa; il dottore mi aveva ordinato di riposarmi, a San Francisco, ma io ero su un treno che da Londra mi avrebbe portato a Cambridge, a parlare di un libro con uno scrittore, un amico. Era il 2 novembre e nei luoghi da dove vengo si festeggia il Día de Los Muertos, il giorno dei morti. Tornata a casa, i miei vicini avevano costruito altari in onore dei morti deceduti quell’anno, li avevano decorati con candele, cibo, fotografie, lettere; la sera la gente passeggiava omaggiando i morti, mangiava il pane dei morti, alcuni avevano il volto dipinto con un teschio irto di fiori, perché nella tradizione messicana la vita è nella morte e la morte nella vita. Nei paesi cattolici, quello è il giorno in cui si visitano i cimiteri, si puliscono le tombe, si portano fiori ai morti. I confini tra la vita e la morte, per un giorno, diventano labili…

A Mosca, gli alberi piantati durante l’era zarista sono cresciuti, hanno perso le foglie, sono rimasti saldi durante i rigori invernali, sono fioriti in primavera, durante la Rivoluzione, hanno ombreggiato le estati dell’era stalinista, scandita da purghe, processi farsa, carestie, guerra fredda; è giunto un altro autunno, con l’ascesa di Vladimir Putin, un fervente ammiratore di Stalin, ma quegli alberi sopravvivranno a Putin, a me e a tutti quelli che quella mattina di novembre erano sul mio stesso treno. Gli alberi ricordano quanto sia effimera la nostra resistenza: eretti e giusti, sono i guardiani del tempo.

Quando parlo di alberi, cito quel saggio di George Orwell che preferisco tra tutti: breve, casuale, lirico, è uscito su “Tribune” il 26 aprile del 1946, s’intitola A Good Word for the Vicar of Bray, ed è il trionfo del vagabondaggio narrativo. Il pezzo inizia descrivendo un tasso nella chiesa del Berkshire, piantato da un vicario notoriamente volubile, che ha cambiato schieramento diverse volte durante le guerre di religione dell’epoca. Proprio quella volubilità gli ha permesso di sopravvivere, come un albero, mentre altri sono caduti, sono fuggiti. Orwell scrive: “Eppure, dopo tutto questo tempo, tutto ciò che è rimasto di lui è una canzone comica e un bellissimo albero, che riposa negli occhi di generazioni e che ha smorzato gli effetti negativi di una politica qualunquista”. Da lì, Orwell balza all’ultimo re di Birmania, di cui menziona i presunti misfatti e gli alberi che il re ha piantato a Mandalay, “alberi di tamarindo che gettavano un’ombra leziosa, piacevole, fino a quando le bombe incendiarie giapponesi non li hanno bruciati nel 1942”. Orwell è stato un poliziotto al servizio dell’Impero britannico in Birmania, ha visto di persona quegli alberi; così come il tasso che ha descritto, in una piccola cittadina a ovest di Londra.

Lo scrittore ritiene che “piantare un albero, un albero, in special modo, dal legno duro e longevo, è un dono fatto ai posteri, quasi privo di costi: se l’albero mette radici durerà più a lungo di qualsiasi tua azione, buona o cattiva essa sia”. Infine, Orwell parla delle rose e degli alberi da frutto che ha piantato, dieci anni prima, dell’effetto che gli ha fatto rivederli, modesto contributo botanico in favore della posterità. “Uno dei miei alberi e uno dei cespugli di rose sono morti, ma il resto è ancora fiorente. In totale, cinque alberi da frutto, sette rose e due cespugli di uva spina… Queste piante non hanno richiesto molto lavoro, nessuna spesa oltre all’importo iniziale. Non sono mai stati nutriti a letame, tranne quello che riuscivo occasionalmente a raccogliere quando uno dei cavalli della fattoria si fermava oltre il cancello”.

Mi colpì l’immagine del venerabile scrittore con il secchio, davanti a un cancello dove pascolavano i cavalli, che piantava rose. Il saggio mi pareva memorabile. Mi sembrava la traccia fugace di un Orwell rimasto in embrione, non sviluppato, che avrebbe potuto godere di tempi migliori. Mi sbagliavo.

Rebecca Solnit

 

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