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L’estate di Ray Bradbury, ovvero: la ricerca della felicità

La macchina della felicità brucia dentro un garage dell’Illinois.

Questa è forse l’immagine più potente tracciata da Ray Bradbury nel suo L’estate incantata. Nel 1928 arriva l’estate a Green Town, la tipica cittadina americana con il droghiere, il barbiere, il tram, i ragazzi che giocano in strada finché c’è luce, torte alle mele e tutto il resto. Quelle cittadine che Stephen King ama popolare di mostruosità proprio in virtù del loro candore esteriore. Ma qui, in Bradbury, tutto è esattamente come deve essere: il giovane protagonista e le sue nuove scarpe da tennis sfrecciano nei chiarori estivi, mente le giornate si allungano e sembrano non finire mai.

Allora, in quel momento, si insidia lo sguardo di Bradbury: perché l’estate è una stagione bella e maledetta, incantata, per l’appunto. Illude chi la vive di durare in eterno; ci sono certi pomeriggi estivi in cui il tempo pare fermarsi intorno a noi, pare che la bellezza che ci circonda sia eterna. L’estate diventa in Bradbury il tempo delle possibilità illimitate, il tempo dell’immortalità, il tempo dell’infanzia. In questo spazio magico avviene la più dura delle battaglie, quella contro il tempo. Si vorrebbe poter imbottigliare quell’aria, quella luce speciale, quegli odori; profumi che fin da bambini segnalano l’ingresso in un tempo stupendo. I vecchi si illudono, credono di poter inscatolare il profumo dell’erba appena tagliata, mentre rimangono sulle verande a gingillarsi con i resti della loro gioventù, ancora vivi nell’estate che infuria. Perché in Bradbury l’estate si fa cosa viva, pulsante, creatura dalle mille proprietà: respira, si adombra, riluce.

In quella stagione, il giovane protagonista si accorge di qualcosa di sconvolgente: capisce di essere vivo. Prende consapevolezza che il tempo sta correndo la sua folle corsa verso l’età adulta, e presto, non si sa quando, ma molto presto finirà l’incantesimo dell’infanzia. Perché l’infanzia è una remota regione incantata da cui presto o tardi verremo cacciati, è il vero Eden di cui sentiremo la mancanza per tutta la vita. Allora sparisce il vecchio e cigolante tram, soppiantato dall’autobus; l’amico fraterno si trasferisce in un’altra città perché il padre ha trovato un nuovo lavoro, e ci si abbandona a promesse vane, ci sentiremo, ci scriveremo, verremo a trovarti; ma tutti sanno che è finita per sempre, non ci si vedrà più, come capita coi morti.

Cosa si può fare allora, cosa può escogitare la mente umana in una simile estate, dove ogni cosa sfugge dalle mani, dove la luce ricorda ogni istante quanto è lontano il tempo dell’infanzia? Leo Auffmann, una specie di inventore, vuole costruire la macchina della felicità, una scatola entro cui rinchiudere tutta la bellezza del mondo. Così Auffmann chiude nella sua miracolosa scatola il tramonto estivo, un tramonto per sempre. Sarà sua moglie a farlo ragionare: «Abbiamo sempre amato i tramonti perché durano poco e poi svaniscono».

È questo, forse, l’aspetto tragico del tutto: l’infanzia, come un tramonto, è meravigliosa proprio perché limitata. Proprio perché non dura per sempre, diventa l’oggetto della nostalgia, del rimpianto, uno spazio magico irripetibile. La macchina della felicità, come ogni altra macchina di questo romanzo, porta soltanto guai, allontana gli uomini (i ragazzi) dall’estate. E proprio mentre dà prova della sua totale insensatezza, prende fuoco e brucia, lasciando tutti senza parole, un po’ colpevoli d’essersi lasciati sedurre. Ma non è l’unica macchina del romanzo: ci sono macchine che cercano di semplificarci la vita, mentre in realtà non fanno che privarci della libertà o del profumo dell’erba appena falciata.

Allora, in questa corsa contro il tempo, in quest’ansia di trattenere ancora per un po’ l’estate sulla nostra pelle, si consuma il dramma dell’umanità. Mentre le vecchie fotografie si scoloriscono fino a che i volti si riducono a macchie indistinte, mentre ci accorgiamo di come le giornate si sono fatte disperatamente più corte, il protagonista dodicenne annota ogni scoperta, ogni novità, ogni sapore di quella sua infanzia, certo che qualcosa di unico e meraviglioso gli sta accadendo dentro, intorno, addosso. Perché dell’estate, dell’infanzia, non bisogna lasciarsi sfuggire nulla.

Valerio Ragazzini

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