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Diritti sanitari o diritti umani? La storia di Irina, che in Australia non può vedere il corpo di suo figlio, Dmitri, funambolico paracadutista morto in volo

Del dolore si può dire poco. Nel limite del soffribile, lo si vive.

Chiedere a Irina Didenko, chiedere ad Alana Jayde Bertram, rispettivamente madre e compagna del fu Dmitri Didenko, giovane e funambolico paracadutista scomparso poco più di una settimana fa sulla West Coast Australiana. Deceduto dopo un salto andato a finire male nonostante la sua nota e minuziosa cura per i dettagli e le situazioni.

Il dolore, dicevamo, lo si vive, non lo si racconta. E il tempo del racconto, in questo caso un racconto ancora da scrivere, un racconto ancora a metà del guado, tra virus e burocrazia ingessata, è quello che stiamo attraversando ora, senza sapere quando avrà fine.

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La storia. Per iniziare l’autopsia del corpo, Dmitri deve essere riconosciuto dalla madre.

Dmitri, russo di nascita, italiano d’adozione, cittadino del mondo per vocazione, ci lascia in Australia il 14 marzo scorso. Per vedere la salma, però, la madre, Irina, deve effettuare un test molecolare PCR in Italia, volare in Australia, soggiornare in quarantena in un hotel per 14 giorni e, infine, dopo circa 20 giorni di agonia, uscire per incontrare la tragedia del suo destino.

Ed è questo che vogliamo raccontare. Il dramma del cavillo burocratico nell’era del covid; la disumanizzazione dell’uomo per salvare il suo futuro, contraddizione delle contraddizioni!

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La richiesta, il consiglio, l’auspicio, detto dall’Italia e spedito all’Australia è quello, semplice e chiaro, di aiutare Irina a vedere immediatamente Dmitri nei limiti della salute pubblica. Irina ha svolto il test molecolare in Italia il 17 marzo prima di partire, e ne ha svolto un secondo il 22 marzo in Australia.

In un regime come questo, due test effettuati a tale distanza dovrebbero essere più che sufficienti.

Chiediamo che vengano rispettati, accanto a quelli sanitari, i diritti umani. Chiediamo quindi che venga data possibilità a Irina di vedere Dmitri al più presto.

Ogni secondo perso di questa vicenda è una goccia di sangue e pochi ma significativi gesti possono fare la differenza.

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Accettiamo la rigidità delle regole, che capiamo essere fondamentali in questo periodo come lo erano per Antigone nell’antica Tebe. Ma sul fatto che non ci sia un briciolo di comprensione, compassione, empatia occorre spendere due parole, magari facendole arrivare alla Farnesina (la quale, oltretutto, potrebbe vantare una piccola vittoria politica se sapesse come fare politica, “La Farnesina aiuta madre italiana a ricongiungersi con suo figlio deceduto fuori Patria”. Che sia troppo?). È prima di tutto un fatto umano, una questione di giustizia, quella di accelerare questo processo per lenire l’insopportabile dolore della madre. E in secondo luogo un fatto politico-diplomatico, quello di tutelare i propri cittadini.

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Stiamo facendo passare la vita attraverso un filtro, sembra rimanga solo l’asettica esistenza. Chiediamo un colpo di umanità.

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La storia di Dmitri Didenko è stata raccontata da diversi giornali; l’articolo che abbiano ricalcato, pubblicato in Australia lo trovate qui.

Little can be spoken about pain. Suffering is lived.

Ask Irina Didenko, ask Alana Jayde Bertram, respectively mother and companion of the late Dmitri Didenko, a young and acrobatic skydiver who departed just over a week ago on the Australian West Coast. Died after a jump gone wrong notwithstanding his notorious and careful attention to details and situation.

Pain, we said, is lived, not spoken of. And the time of the story, in this case a story yet to be written, a story still halfway through the ford, between viruses and bureaucracy, is now. And we do not know how it ends.

The plot. To begin the autopsy of the body, Dmitri must be recognized by the Mother.

Dmitri, Russian by birth, Italian by adoption, citizen of the world by vocation, departs in Australia on 14.03.21. To see the body, however, the mother, Irina, must do a molecular PCR test in Italy, fly to Australia, stay in quarantine in a hotel for 14 days and, finally, after about 20 days of agony, go out to meet the tragedy of her destiny.

And this is the story we want to tell. The tragedy of bureaucratic quibble in the era of the covid; the dehumanization of man to save his future, the contradiction of contradictions!

The request, the advice, the hope, by Italy and sent to Australia is to help Irina immediately see Dmitri within the limits of public health.

Irina carried out the molecular test in Italy on 17.03 before leaving and carried out a second one on 22.03 in Australia.

In a regime like the one we live in two tests carried out at this distance should be more than enough.

We ask that human rights are respected alongside health rights. We therefore ask that Irina be given the opportunity to see Dmitri as soon as possible.

Every lost second of this story is a drop of blood and a few but significant gestures can make the difference. We accept the rigidity of the rules, which we understand to be fundamental in this period as they were for Antigone in ancient Thebes. But on the fact that there is not a shred of understanding, compassion, empathy, it is necessary to say a few words, perhaps making them arrive at the Farnesina (which, moreover, could boast a small political victory if it knew how to do politics, “The Farnesina helps an Italian mother to reunite with her deceased son outside the homeland. “Is that too much?).

It is first of all a human fact, a question of justice, to speed up this process to soothe the unbearable pain of the mother. And secondly, a political-diplomatic fact, that of protecting its citizens.

We are letting life pass through a filter, it seems that only aseptic existence remains.

We ask for a shot of humanity.

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