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Quei giorni a Bologna nel Dams. Speranze, attese, malinconie del ricordo

Tra le varie ricorrenze di cui ogni giorno o forse ora del giorno è probabilmente deposito, tanto che potremmo dedicare ogni minuto a quella tale morte o nascita o evento che hanno avuto una qualche importanza al mondo; e se andassimo a indagare anche in quelli che ne hanno avuta di meno o nessuna, certo scopriremmo che una simile ricerca dovrebbe procedere per secondi o per frazioni di secondo fino a far sparire il presente in un’emulsione viscida fatta di frammenti di morti – così, constatando che quella appena descritta è una tendenza purtroppo pienamente in atto, si potrebbe quasi sostenere che nel nostro tempo il presente della cultura tende ahinoi a sparire nel passato e il passato a colonizzare il presente; ragion per cui non si parla di poesia se non c’è un poeta morto da ricordare, e così via per la storia, il romanzo, l’arte (morte di Napoleone e Dante, quest’anno 2021; e soltanto oggi 7 maggio nati tra gli altri – vedo sul web –  Browning, Brahms, Tito, Gary Cooper, Elisa Fornero – e pure la ferrigna Ferragni, il cui cognome iniziasse per T potrebbe essere confusa a suo vantaggio con un architetto che almeno ha il merito di aver progettato alcuni splendidi edifici).

Allora tra le varie ricorrenze, dicevamo, non si può tacere quella che quest’anno riguarda il Dams di Bologna nel cinquantenario della sua fondazione. Perché non si può tacere? Ma perché fino a un certo punto della sua storia, diciamo dalla sua nascita e fino a  tutti gli anni Novanta, il Dams è stato davvero un luogo dove si sono concentrate figure di docenti tutte straordinarie, poste al limite tra genialità nella propria arte o disciplina e totale irregolarità di posizione nell’ambito paludato delle professioni accademiche tradizionali. Ovvio che sia stato un bel botto in quel lontano 1971 la nascita di un corso di laurea dedicato alle discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, fondato nientemeno che da un grecista appassionato di teatro, il professor Benedetto Marzullo.

Ma non si vorrebbe fare qui una storia “ufficiale” di quella strana fucina di talenti bislacchi e originalissimi, laureati con lode in discipline mai sentite prima e studenti mai laureati perché magari subito sprofondati nelle professioni artistiche o dell’informazione, e fucina anche di future “maschere televisive” – che infestano sempre le situazioni culturalmente più vive. Del resto racconti allucinati, perfidi, sarcastici, innamorati ne sono già stati fatti (si pensi soprattutto alle Straordinarie avventure di Pentothal di Andrea Pazienza). Il Dams sta celebrando da par suo il cinquantenario con un programma di incontri che coniuga una certa apertura di credito verso il mondo della cultura pop o televisiva alle grandi sperimentazioni artistiche tardonovecentesche e contemporanee.

L’apertura di credito al pop massmediatico la si percepisce nettamente nella tendenza ad accogliere nel programma una certa qual frangia delle maschere televisive in auge che abbiano avuto la ventura di passare per il Dams (vedi Iacona, Bignardi o Chiambretti) – ma mettiamoci pure il cattolicissimo ex cantante dei CCCP, il miracolato Lindo Ferretti, cavaliere dell’ordine della Marlboro e sagrestano mongolo di un tempio cristiano arrampicato su per il Tibet dell’appennino reggiano.

Per quanto riguarda le grandi sperimentazioni artistiche non si puo’ non citare la mostra di Mimmo Paladino, e per il teatro gli incontri con Eugenio Barba e gli attori dell’Odin Teatret, il Workcenter of Jerzy Grotowski, il Teatro delle Albe con Marco Martinelli ed Ermanna Montanari, Romeo Castellucci.

Si potrebbe vedere come parte di questa sezione del programma anche l’incontro con Tony Servillo, la cui notorietà ormai internazionale soprattutto dovuta al cinema e alla vittoria di un Oscar, non stona con un passato in cui il gruppo con cui produceva, i Teatri Uniti, veniva generalmente indicato come una delle realtà della ricerca teatrale italiana più viva degli anni Ottanta e Novanta. Ma la dissonanza che chiunque può percepire nell’accostamento di queste due linee, più che il segno di una sintesi pare manifestare la presenza di una cesura, se non di una frattura, fra due anime dell’attuale Dams. Una orientata decisamente verso il mondo dell’infotainment, l’altra, minoritaria, verso la ricerca nelle arti performative. A farne le spese ci sembra anche la letteratura: scrittori dal Dams ne sono usciti, altri ci hanno insegnato: ma di Palandri e Belpoliti (ex studenti) o di Celati e Scabia (ex docenti, splendidamente viventi e operanti) neanche l’ombra.

Qui si vorrebbe fare invece, non tanto per compensare le mancanze sopra individuate, ci mancherebbe (che potere possono avere delle parole come queste), ma per portare all’attenzione un altro significativo Dams, magari personale, nondimeno esistito, una specie di piccola mostra di fotografie. Allora la prima immagine in bianco e nero è questa. Si vede un uomo che alle 9 in punto del mattino, attraversa il corridoio della storica sede di via Guerrazzi 20, a Bologna, per entrare in un’auletta posta a un’estremità dello stesso (mentre sul lato opposto si apre l’aula più grande, e a metà quella più piccola – tutto qui il nucleo del Dams-Spettacolo di allora). Allo studente seduto sulla lunga panca addossata alla parete l’uomo appare in un’aura di grandezza potenziata dallo svolare delle falde del suo trench bianco panna, mentre a grandi passi decisi e rapidi si avvia nella sala, ancora vuota.

Quello sulla panca è il primo studente arrivato a lezione, e il professore, puntualissimo, tranne l’assonnata matricola ha anticipato tutti gli altri, che cominciano ad apparire solo ora, quasi al suo seguito. Dunque la foto è questa: le falde bianche, dicevo, dell’impermeabile sollevate nel dinamismo del passo, una figura alta, una testa dai capelli lisci a ciuffi ribelli, jeans a tubo, clarks ai piedi, una vestusta valigia di cuoio pendula dal braccio. Sullo sfondo, a sinistra, lo studente che lo guarda con occhio dilatato dall’ammirazione.  Ammirazione dovuta al fatto che lui, di quel professore, ha letto i primi tre romanzi e li ha trovati strani e bellissimi. I libri sono Lunario del Paradiso, Le avventure di Guizzardi, Comiche e lo scrittore è Gianni Celati.    

Seconda immagine: un uomo barbuto e panciuto che dalla cattedra dell’aula più grande interrompe la lezione sovraffollata per comunicare agli studenti che è stato acclarato un pericolo di crollo del pavimento per via di problemi di statica rilevati in quel vecchio edificio, e quindi lui la lezione non la fa più finché non gli daranno un’aula più grande e sicura; e allora la massa degli scorridori si scioglie, ha vivi lanci e grida ed oltrevarca i ponti e si trova tutta sotto i portici di via Guerrazzi e poi di via Zamboni, capitanata da una virago napoletana adusa a portar pastiere e altre dolcerie partenopee ai professori per ingraziarseli o per minaccia; e vogliono tutti andare sotto la finestra del pro-rettore a invocare giustizia, brandendo come picche insanguinate l’ambasceria del docente fumante e famoso. Fumante perché a lezione non smette un momento di accendersi sigarette e famoso perché ha appena pubblicato un romanzo dove nel titolo c’è una rosa.

Terza immagine: un teatro dove lo studente sta lavorando da qualche anno e che è diventata finalmente la nuova sede del Dams-Spettacolo: una sala all’italiana da 200 posti e tante aule e aulette più piccole; ma ci si arriva dopo aver fatto quattro rampe di scale e pare incredibile che in cima a quell’antico palazzo in pieno centro a Bologna vi sia adagiato un teatro – se non fosse che l’immagine corrisponde sorprendentemente a quella che, qualche tempo prima, un poeta della scena, fin dagli inizi docente alla facoltà bolognese, aveva prefigurato in vari suoi testi, e che poi diventerà come il sigillo poetico di tutta la sua opera: l’immagine di un Teatro Vagante che scala i cieli e svolazza sulla testa degli uomini: che è anche un’arca, un giardino, una città e via dicendo; e però in questo caso pare essersi posato sul tetto di quel palazzo. Pare, perché il detto poeta della scena non fa lezione lì, ma in un’aula poco distante, incuneata al fianco in una delle poche torri rimaste in piedi nei secoli; e quest’aula affrescata e attrezzata gli serve da laboratorio teatrale: là dove cerca di far atterrare ogni volta la sua navicella teatrale il professor – tra i più amati al Dams – Giuliano Scabia. E mentre Giuliano sotto la volta dipinta sta per cominciare a parlare, e gli studenti hanno preso posto e le luci lambiscono le forme che nuvoleggiano sul soffitto, torniamo al teatro posato sulla cima del palazzo, nel quale lo studente-lavoratore teatrante sta scaricando la scenografia per lo spettacolo di una nota compagnia.

Un teatro sul tetto, come ogni navicella spaziale che si rispetti, e come da regolamento ricavato dalle pagine di tutti i romanzi di fantascienza degni di questo nome, è ovvio sia dotato di un raggio trasportatore che, puntato sulle masserizie accumulate ai piedi del camion parcheggiato quattro piani più sotto, le innalzi come fossero fili d’erba e le depositi dolcemente sul palco.  

E infatti ecco il raggio entrare in azione ed ha la forma di un braccio che si sporge da una porta sul vuoto in cima e scarrella un paranco con dovizia di gancio, il quale andrà a pescare nel lago del cortile il pesce-sedia di cui sono ammucchiati alla rinfusa, giù, nel piazzale, decine di esemplari, incastrati uno sull’altro. Il gancio-amo ne pesca quattro o cinque alla volta, e dopo l’urlo che da giù ne sancisce la presa, il fardello sale mentre lo studente manovra il carrello e si sporge sulla tentazione del volo, senza protezioni e guanti e sbarre di sicurezza: ma che ci vuoi fare il lavoro del teatro è come quello del guerrigliero monaco, si va all’attacco a mani nude, e tutto sta nell’autodisciplina che ti dai, che è poi l’unico modo per dare una calmata al caos che ti preme addosso dal mondo.

Lo studente vedendo quelle sedie i cui schienali s’inarcano pian piano nel vuoto grigio-azzurro del cortile con un bel pezzo di cielo appiccicato in cima, s’immagina – ed essendo teatrante non può non immaginare un personaggio o una situazione appena vede una sedia vuota – s’immagina che lì sopra sia seduto cavalcioni, nella posa eterna tramandata, l’angelo azzurro Dietrich, che canta a mezza voce e fuma mentre viene issata dal cavo d’acciaio fino al piano del magazzino. Mica è così vecchio lo studente da conservare ricordi legati a quel film degli anni ’20, ma quella foto l’ha vista su tutti i muri della città a propagandare una rassegna di cinema restaurato. Appena il cavo è arrivato a fine corsa lo studente deve scarrellare verso l’interno il paranco che regge il groppo, e così si ritrova il volto all’altezza delle cosce della donna, e ce n’è una per ogni sedia, di donna, e non sa se distogliere lo sguardo o appuntarvelo con più decisione.

Poi cala il tutto a terra nello stanzone del magazzino, su ciascuna seggiola siede una Marlene; e tutte quante una volta giù lisciandosi le gonne vanno a mettersi dietro la quinta a fumare e canticchiare. Alla fine ci saranno un duecento cantanti azzurre che hanno riempito di fumo l’ambiente e di melodie ante-guerra lo spazio; stanno imbambolate, tutte ammassate dietro il fondale. Lo studente le lascia cantare ancora un po’, mentre finisce di trasportare nella platea, svuotata delle poltroncine, le sedie di legno, che risultano essere elementi scenografici dello spettacolo della compagnia napoletana Teatri Uniti. E mentre il loro regista e attore siede sconsolato sopra una di queste aspettando che sul palco tutto sia pronto, lo studente fa uscire di soppiatto le duecento Marlene dalla scala antincendio.

Ma torniamo a Scabia che sta leggendo il primo paragrafo di una sua opera a un gruppo di otto studenti – sì, solo otto – riuniti nella sala vuota albeggiata dall’alone discreto dei proiettori puntati sul soffitto, sulle danze secolari di quelle figure colorate ivi dipinte – ed è un’alba di teatro-mondo: I personaggi nascono dal fondo oscuro del teatro;/ pronti a ricevere qualunque forma;/ i personaggi scoprono lo spazio;/ percorrono scena e platea in tutte le direzioni;/ scoprono la dimensione del loro corpo e intorno al loro corpo”.

Franco Acquaviva

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