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Se ne va Giuliano Scabia, il maestro del teatro che ha vinto la morte “sulla musica dei violoncelli”

Il grande storico del teatro Fabrizio Cruciani diceva, citiamo a memoria, che Giuliano Scabia faceva teatro del suo essere poeta. Ma si potrebbe ugualmente dire, parafrasandolo, che Scabia faceva poesia del suo essere teatro; o che faceva l’attore della propria poesia, o il poeta del proprio teatro. Ad ogni modo, la personalità dell’artista “pavano” era così multiforme che non si riusciva a collocarla dentro a un’unica definizione.

E bisogna dire che, in tempi come questi, in cui le vecchie definizioni sono sì venute meno ma al loro posto si è instaurato il dominio di una dimensione liquida, dove una cosa si disperde nell’altra, senza distinzioni, e tutto è uguale a tutto, le ricchissime sfaccettature, tutte peraltro ben delineate e brillanti, dello Scabia artista e pedagogo ne stagliano il profilo su uno sfondo che non appartiene a questa epoca: è l’immagine di un ricercatore fuori dallo spirito del tempo, ma profondamente calato nel suo tempo, capace di insinuarsi nell’anima sorgiva di varie arti (poesia, drammaturgia, spettacolo, recitazione, romanzo, disegno) con piglio sperimentale e ironico, fiabesco e sapienziale, destrutturatore di forme e riformulatore di strutture a volte, nella temperie del lavoro teatrale più “sociale”, temporanee, volutamente “vuote”, da completare con un lavoro di gruppo; e sempre confrontandosi con un’interrogazione filosofica viva, pulsante, sulla natura della realtà e dell’apparenza.

Ci ha provato a definirlo in questi termini “infradimensionali” per così dire, anche un altro grande studioso del teatro come Ferdinando Taviani, che ne delineò la figura come quella di un “orefice del fra”, così cogliendo in pieno una diteggiatura attenta e minuziosa nell’atto di coniare parole per la poesia e atti per il teatro, e insieme quello stare “fra” mondi diversi, come per un gusto del volo, lo stesso che par di cogliere nell’apparizione di taluni suoi personaggi memorabili: quelle presenze svolanti tra fiaba e percezione, fra concretezza materica delle cose e “andare in oca”, che riempiono le sue narrazioni, rendendole terragne e aeree – trafitture pulsanti del cielo, trafori d’arte di luce e nuvole dove ogni cosa si trasfigura.

Ma anche il suo stare nel corpo, questa navicella temporanea che tutti dovremo lasciare,  era un attento danzare della postura e del camminare, un ritmo del pensiero prima ancora che dell’azione. Così le sue performance erano teatro di atto e di pensiero, più che recitazioni; si coglieva una distanza del dire, anche quando il tono rischiava l’enfasi, sentivi nel dosaggio dei tempi, dei ritmi, qualcosa di antico, un andare verso la cantilena del canto incantatorio. L’esperienza della voce in poesia è un po’ questa: una voce sorgiva, un’esperienza di parola che si fa conoscenza nell’atto dell’ascolto. E allora anche il corpo si fa veicolo di questa conoscenza, il corpo che cammina, dove il cammino è una danza che si fa però chilometro, attraversamento di spazi, che si compie nella cucitura della distanza. E che spazi. A volte enormi: teatro di colline e fiumi e mare. E non certo consoni all’abitudine mappatoria della geografia canonica, ma anche (il “ma anche”, nella sua prassi conoscitiva fatta col teatro, era come un dispositivo di pensiero, delineava un sovrappiù di disponibilità alla comprensione, il che finiva per inanellare le più insolite connessioni) spazi residuali, periferici, reinventati nelle loro relazioni con altri spazi, a tracciare sentieri che erano anche convocazioni di poesia dentro al dato a volte scabro della topografia.

Per tutto questo ci voleva una qualche sorta di attitudine sciamanica. Che Scabia indubbiamente possedeva. Questo farsi caverna, coppa, delle voci filate dentro ai paesaggi dalle generazioni e dalle storie. Un amoroso prendere ascolto, dove l’umanità semplice e diretta dell’approccio era conseguenza di questa attitudine.

Ci credeva, Giuliano, in una vita nell’aldilà? Chi lo sa. Ma le sue narrazioni l’aldilà nell’aldiqua lo convocano continuamente. E se ciò che è pensato da qualche parte deve pur esistere, si può pensare che esista ciò che si pensa. Così viene da rileggere il finale di L’azione perfetta (Einaudi, 2017) e di scorgervi come il lampo di un’intuizione su questo aldilà che sta nell’aldiqua, e che, con qualche brivido in chi lo legge in questi giorni, si manifesta a Sofia, la protagonista, convocata sulla soglia della dimensione ultima, proprio in una sera di maggio – il mese in cui Giuliano ha lasciato la sua navicella corporea. Questo finale lo riportiamo qui, sigillo e insieme – come dire? – traccia di una drammaturgia in divenire.

“– È venuto il momento – disse l’arcangelo – di parlare dell’azione perfetta.

– Da tempo volevo farlo – disse Sofia – ma non ero pronta.

–  Stanotte sei pronta, – disse l’arcangelo.

–  È un fatto, – disse Sofia. […]

–  Adesso – disse l’arcangelo – è tempo di suonare. Cominci?

–  Sì, – disse Sofia.

Attaccò il preludio della prima Suite di Bach – sol re si la si re si re – e lui suonò con lei all’unisono. Tutto era in ascolto, fra i monti. Quando sollevarono gli archi l’arcangelo all’improvviso disse sottovoce, sorridendo:

– Ciparìn.

– Ciparìn? – disse Sofia. 

E mentre lei ripeteva quel sopra nome accadde un fatto – là nello scuro. L’arcangelo – che era già di per sé così fuori dal normale – trasfigurò il volto in quello di Lorenzo [il padre di Sofia, morto quando lei era bambina – N.d. R.]

–  Eri tu, sempre? – disse Sofia.

–  Sì, – disse Lorenzo.

–  Perché sei partito così presto? – disse Sofia.

–  Era l’ora, – disse Lorenzo.

–  Hai scelto tu? – disse Sofia.

–  In parte sì in parte no, – disse Lorenzo.

–  Perché? – disse Sofia.

–  Perché così tu e tuo fratello siete diventati più forti, – disse Lorenzo.

–  Invece ci sei tanto mancato, – disse Sofia.

–  È così, – disse Lorenzo. – Adesso è tempo di volare. Sei pronta?

–  Sì, – disse Sofia.

–  Ed ecco che il padre – l’arcangelo – la prese per la vita con delicatezza, come certi danzatori di tango – e la sollevò da terra.

Sofia sentiva il cuore battere veloce – era per l’amore, fra quelle braccia, nell’aria – vedeva piano piano il paesaggio allargarsi e sé diventare leggera – le parve di essere un fiore in quella coppa dei monti e del mare – il mondo di Lorenzo e Cecilia, e suo – da cui era andata via e a cui era tornata – da cui adesso di nuovo si allontanava in una luce crescente.

–  Allora, – disse Lorenzo. – Hai assolto i tre compiti che ti sei data nella vita?

–  Mi manca il più difficile, – disse Sofia. – Vincere la morte.

–  Stai vincendola, – disse Lorenzo, l’arcangelo. – È questa la vera, infinitamente perfettibile azione perfetta.

–  Si udiva – sempre più vicina – la musica dei violoncelli.

FINE”  

Franco Acquaviva

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