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“Occuparsi del baratro, del vuoto.” Sull’ultimo libro di Chandra Candiani

Ci sono tante frasi-chiave nell’ultimo libro di Chandra Candiani “Questo immenso non sapere. Conversazioni con alberi, animali e il cuore umano” (Einaudi, 2021). “Chiave” proprio nel senso di qualcosa che apre,  che provoca come dei piccoli soprassalti di consapevolezza, quando accade di riconoscere frammenti di verità di cui avevamo avuto sentore, che stavano però sepolti sotto l’abitudine, sotto la pellicola del non-ascolto.

Questa, per esempio, a pagina 11: “Gli animali e gli alberi insegnano a non sapere, a tollerare di stare al mondo senza l’ossessione di capire”. “Stare al mondo senza l’ossessione di capire” è, fra l’altro, quanto tutta la società, dalla scuola in poi, invece ci spinge a non fare. Dobbiamo capire tutto, non lasciare dubbi, residui, per poterci muovere sulla strada del successo economico, del riconoscimento sociale. Nel periodare intimo, raccolto di Candiani, ecco che arrivano spesso queste frasi, che aprono mondi piccoli o grandi, che spostano lo sguardo.

Innanzitutto Chandra Candiani è poeta grande. I suoi sono versi che si snodano come in una sottile colonna spinale, dove tensione verso l’alto e compiutezza orizzontale coesistono, dove il discorso si fa filo che trapassa dalle cerniere del senso a una vasta area di comprensione intuitiva in cui il dato ordinario, quotidiano si fa porta, soglia.  Versi spesso brevi, stilettati, vertebre limate e lamate, li senti pronti al balzo, al repentino scarto. Il serpente poesia nel suo snodarsi vigile si àncora al cuore, parla alle sue crepe a partire – ecco, gli spazi bianchi della poesia – da un silenzio matrice, un silenzio creatore presente prima delle parole e che fa continuamente spazio intorno e fra le parole.

Ma Questo immenso non sapere non è un libro di poesia. E’ scritto in prosa, con capitoli a volte molto brevi, il tempo di un’immagine, di un piccolo racconto, di una citazione, su cui plana il silenzio degli spazi bianchi, che non solo ritma il costruirsi di un discorso fatto di apparenti digressioni e di improvvise, fulminee, concentrazioni di senso, ma apre letteralmente all’aria, al cielo, al fuori, punta ad una zona di esperienza che non si può dire, cui le parole cercano di dare forma (e lo fanno con grande icasticità e precisione) ma a cui non è affidato in esclusiva il compito di esprimere, di dire.

E’ una prosa che si costruisce per associazioni e stratificazioni – senza che si vedano all’opera puntelli teorici, dimostrativi – in un fluire di frammenti autobiografici a volte accennati, altre esplicitamente detti, ma come allontanati e osservati: sono la premessa che accompagna lo sguardo; sguardo chiamato a spogliarsi dell’ansia di catturare qualcosa, a contemplare; che consente di dare ascolto al mondo microscopico delle cose che sembrano non accadere ma accadono, pur immobili o apparentemente invisibili.

Ci muoviamo tra sezioni che offrono perle di saggezza buddhista (come le quattro “dimore divine”: la gentilezza amorevole, la compassione, la gioia per la gioia dell’altro, l’equanimità), ma sempre offerte al lettore senza intenti di ammaestramento, con semplicità, strumenti di conoscenza di sé cui tutti possiamo accedere attraverso il lavoro interiore – ma attenzione, i risultati non sono immediati, non sono facilmente attingibili, richiedono lavoro continuo – e brevi favole, storie di incontri con esseri “ordinariamente straordinari” si potrebbe dire, parafrasando il titolo di un celebre libro di Gurdjieff, dove vediamo l’Autrice rapportarsi ad animali e piante con una particolarissima sensibilità e delicatezza; in un dialogo che si sposta e ci sposta in una dimensione parallela a quella quotidiana; dialogo muto ed eloquente insieme, sospeso ma ancorato al qui ed ora. E’ un’immersione nell’invisibile, che si fa vita nel momento in cui gli si dà attenzione.

Gli animali di cui e con cui parla l’Autrice sono i più vari: cani, gatti, ma anche asini (di cui uno bianco), rane, cervi, rospi, uccelli d’ogni tipo, tapiri e addirittura lama. In queste presenze giace un mondo di significati reconditi, di parole sottintese, di proficui scambi amorevoli, forse di indicazioni di senso e quasi di precognizioni: “Gli animali misteriosi, che ti accolgono gradualmente, guardandoti con la coda dell’occhio, studiandoti, mettendoti alla prova, e con cui alla fine festeggiarsi insieme o andarsene per vie separate”.

Gli altri protagonsiti sono gli alberi. Ci sono l’olmo vecchissimo (p. 27); il grande ciliegio selvatico, le quattro querce rosse (p. 137); il castagno molto vecchio (p. 70); il faggio gigante (p. 113). Sono presenze, esseri viventi con cui scambiare segni di familiarità e gentilezza, presso cui accovacciarsi, da abbracciare.

Cardiomegalia, immagine RX.

Altro protagonista è quello che l’Autrice chiama “cuore”: “il cuore è una zona ampia, tra le due ascelle, da sotto la gola fino al petto, ha anche una parte posteriore, tra le scapole; è il cuore più vecchio, quello tante volte accoltellato alle spalle, quello che ricorda e freme presentendo il pericolo e ha bisogno di essere ascoltato nella presenza del puro sentire, ora”. (p. 141). Siamo quasi davanti a una fisiologia del corpo sottile, che non corrisponde del tutto a quella anatomica, ma la amplia, comprendendo un’area che sta tra fisico e sovrafisico, tra vita e distacco, tra azione e contemplazione, area di cui la somma delle singole parti materiali che compongono l’anatomia non potrebbe mai dare ragione.

Il libro, annuncia l’Autrice nella prefazione, è disordinato. Eppure la sensazione che dà non è quella del disordine. Semmai quella di una necessità così profonda che non ha bisogno di punti d’appoggio e di schemi preordinati. E’ il flusso di un discorso in prosa che si comporta come una lunga poesia,  nata dal contatto intimo con le cose, in un inesausto ascolto. Come avviene questo contatto?

Non certo con le parole. Esse sono soltanto l’emersione finale di un processo continuo, che conosce alti e bassi, e passa attraverso il corpo. Il corpo non è soltanto ciò che attraverso i cinque sensi si manifesta all’autopercezione, che si muove ed esplora il mondo, è anche la fonte del respiro, ed è attraverso il respiro che il corpo ricorda e si mette in contatto. Il respiro è la chiave di volta dell’esperienza interiore, ma non solo, dal momento che quando lo dimentichiamo, nella vita quotidiana, ci perdiamo. E sappiamo (lo sappiamo dallo yoga e dalla meditazione) quanto il respiro rispecchi, ma sia anche in grado di provocare, tutti i nostri stati mentali.

Così il respiro torna spesso nel libro. E’ come un “cavallo” che ci porta a raggiungere zone di noi che non sospettavamo. Zone nelle quali è possibile riparare qualcosa che si è rotto: “Riparare e ripararsi significa staccare il filo che ci lega al danneggiatore, affidarlo al suo karma, alle conseguenze delle sue azioni, non assomigliargli, non cadere negli stessi sentimenti di distruzione,  e occuparsi del baratro, del vuoto” (p. 99). E ancora: “Il punto di partenza è il crepacuore, quando si smette di far finta di niente a ogni frecciata, ogni ferita e pugnalata. (…) Perché a un certo punto si smette di guardarsi attorno con aria torva e si decide di osservare il male anziché scovare il malfattore. (…) poi si respira dentro al male raccolto, e anche a quello inferto (che non fa meno male, anzi) e allora si allarga la trama del tessuto (…) procedendo sempre a cavallo del respiro”.

Come ne Il silenzio è cosa viva, il libro precedentemente uscito per la collana “Vele” di Einaudi, “Questo immenso non sapere” si occupa,  diversamente declinati, dei temi della meditazione e del silenzio. Si tratta di un discorso che non si attesta sul piano delle tecniche di benessere che riempiono manuali e instant book di stampo new age, ma di qualcosa che a partire da una dimensione intima, personale, a partire dai frutti di un lavoro e di un’esperienza interiore di lunga data, ha trovato una proiezione nel territorio delle domande ultime sull’essere umano e sulla sua presenza in questa dimensione di realtà. Non sorprende sapere a un certo punto che l’Autrice si è trasferita dalla Milano dello skyline e delle weeks ai boschi di un angolo raccolto di Piemonte. Non sorprende se si pensa al lavoro del poeta come a qualcosa che non ha bisogno della folla, del clamore, delle apparizioni pubbliche, anche se Candiani è amatissima dai suoi lettori, che sempre gremiscono le presentazioni dei suoi libri. Il poeta scava a fondo il territorio che è suo e anche dell’umanità, le incursioni nel proprio cuore sono incursioni nel cuore di tutti, ma per fare questo gli serve la disciplina dell’attenzione e l’Autrice qui si concentra anche sull’immensamente piccolo: “si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre, anche in città. E guardare. A lungo. Si apre un universo minimo, Infinite vicende, mutamenti, arrivi, partenze, forme sempre più piccole man mano che lo sguardo si limita a vedere”.

Ci sono varie linee tematiche che percorrono il libro: episodi e ricordi di vita che intervengono a dare spessore biografico alle epifanie poetiche che si manifestano in tutto il testo; il discorso più propriamente spirituale, con i riferimenti alla filosofia e alla saggezza buddiste; i racconti di incontri con animali e alberi “parlanti”; i capitoli dove prende quota l’intensificazione emotiva provocata dalla mutata situazione esistenziale dell’Autrice per effetto della pandemia; e poi una quinta linea, a ben vedere meno visibile, o più che una linea un’attitudine  generale, che prende forma in certe parti del libro. Lo si potrebbe definire il “teatro di Chandra Candiani”. Un senso del teatro, della situazione teatrale, che si percepisce abbastanza chiaramente.

Ci sono momenti in cui vediamo un personaggio (una “donna molto piccola”) a cui accadono fatti di una comicità ingenua e lunare; vengono in mente i protagonisti dei libri del primo Celati (Guizzardi per esempio) anche quelli molto “teatrali”. Candiani a volte in questo libro diventa proprio un clown lunaire, un spiritello aereo che intesse parlamenti buffi con asini, alberi, e che a un certo punto vediamo guidare un carrello della spesa in un grande supermercato durante il primo lockdown: “La prima volta, in coda, mi è sembrato di essere sotto una misteriosa dittatura (…). Finalmente entrata, un altro poliziotto ha gridato: “Venticinque! Stop!”, ma io ero tra i venticinque ammessi. Mi sono mossa rapidissima tra i reparti, afferrando la merce che mi ero scritta in grande, in modo da non dover mettere e togliere gli occhiali, su un pezzo di carta, che sbirciavo con occhiate tecniche e brevi. (…). Ero così determinata che qualcuno mi ha chiesto: “Sa dove sono le sottilette?”. Non lo sapevo, disgraziatamente”. Come non vedere in questa breve scena il sincopato, minimalista giocare la gag, tipico del clown?

E siamo così nei capitoli che prendono spunto dall’emergenza Covid, la stessa che determina il trasferimento definitivo dell’Autrice nella nuova casa vicino al bosco: “E così ho deciso: non tornerò più in città. Resto con la natura, non solo dalla sua parte ma proprio insieme a lei. (…) resto qui dove è più chiara la violenza di esistere”.

La scrittura di Candiani, come si diceva all’inizio, sembra sempre alludere a una zona dell’esperienza non del tutto esprimibile dal linguaggio, così viene in mente un passaggio folgorante di Simone Weil, tratto da “La persona e il sacro”: “Anche nella migliore delle ipotesi, uno spirito rinchiuso nel linguaggio è in prigione. Il suo limite è la quantità di relazioni che le parole possono far sì che egli tenga presenti contemporaneamente. Rimane nell’ignoranza dei pensieri che implicano la combinazione di un numero maggiore di relazioni; questi pensieri sono fuori dal linguaggio, non possono essere formulati, sebbene siano perfettamente rigorosi e chiari e ciascuna delle relazioni che li compone sia esprimibile in parole perfettamente precise”. E la poesia in fondo non cerca proprio di fare questo, di attingere a quella zona?

Franco Acquaviva

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