09 Aprile 2021

"Ai 'petalosi' preferisco i dinamitardi, chi non è abbastanza nazionalpopolare e prima di dire qualcosa non mette sul piatto della bilancia l'algoritmo di Facebook". Sciabolate per tutti (o quasi)

“Non c’è più cattivo di un buono quando diventa cattivo”. Il vecchio Bud Spencer aveva ragione. Oggi uno come lui sarebbe fuori posto. Bud era uno di quelli calmi e buoni come il Mahatma Gandhi sotto camomilla, ma che, all’occorrenza, non esitava a mollare cazzottoni. Un incrocio tra Buddha e Steven Seagal. Nell’epoca del multiculturalismo artato su misura, in cui l’imperativo è piacere a tutti i costi e in cui tutti stanno attenti a non pestare i piedi di nessuno, non ci sarebbe spazio per eroi come Bud. La nostra è l’epoca dei pensatori ‘petalosi’. Scrittori, giornalisti, artisti. Sono i vari Lorenzo Tosa, Leonardo Cecchi, Marco Furfaro.

Gli opinionisti campioni di ‘mi piace’, quelli che intasano la vostra bacheca con post di zucchero filato che fanno venire il diabete dopo due a capo. Ministri del buonismo a tutti i costi, mai una parola sopra le righe, sono carini, posati, hanno la faccia pulita e le buone maniere del ragazzotto perbene che si è laureato con centodieci e lode e piace tanto alle zie (e magari per un certo tempo è anche sceso in piazza con le Sardine, ché non guasta mai), sono bravissimi a strapparvi una lacrimuccia mentre state scrollando l’iPhone sulla tazza del cesso con una Bebe Vivio o una Liliana Segre infilate a tradimento. Castigatori di ogni pregiudizio (anche quando il pregiudizio non c’è), taccerebbero di razzismo persino la cioccolata fondente, se potessero.

Di recente hanno scoperto un nuovo slogan, ‘maschilismo tossico’, e ci imbottiscono, spesso a sproposito, i loro discorsi, ché adesso va tanto di moda e sono pollicioni in su assicurati. Dividono il mondo in due schieramenti, buoni e cattivi (indovinate a quale appartengono loro?), condannando ad ogni pie’ sospinto la violenza verbale degli sciacalli da social (ma se l’oltraggio è rivolto a Salvini o alla Meloni allora è ok). Loro sono quelli tolleranti, cosmopoliti, open-mind. Gli altri? Una manica di xenofobi, omofobi, oscurantisti: e guai a chi osa dissentire. Sempre pronti, i nostri paladini, a sposare tutte le cause e le rivendicazioni sociali, purché foriere di nuovi followers per ingrossare le loro fila e comprare i loro libri.

Tommaso Zorzi firma per Mondadori

Mi fanno venire in mente il reverendo Camden di “Settimo Cielo”, padre premuroso e comprensivo, ma di cartapesta. Un po’ bimbe di Conte, un po’ Tonio Cartonio della Melevisione, si accontentanto di grattare la superficie delle cose, di galvanizzare la folla con pensieri innocui, tipo le forbici con la punta arrotondata, un mix tra un libro di Fabio Volo e una canzone di Jovanotti. Sono un po’ come gli illuminati progressisti che vorrebbero censurare Via col Vento o i cartoni Disney, perché – così sostiene il popolo forcaiolo dei social – vagamente discriminatori, in nome di un politicamente corretto che però è la morte di qualsiasi forma di pensiero (tranne quello unico).

Sono la perfetta rappresentazione del nostro tempo pudico e misurato, floscio e pavido, che ci vede ridotti a prendere lezioni di geopolitica da un Alessandro Di Battista qualunque, a idolatrare i guru del webmarketing che abbindolano i gonzi della rete con le loro foto in Maserati sul lungomare di Dubai, gli scrittori che rinunciano alla lotta corpo a corpo – ricordate Giacobbe con l’Angelo? – per farsi instagrammare in posa da maudit davanti alla macchina da scrivere, chi propugna la positività come valore assoluto, il sapere alla porta di un click, il moralismo spiccio da salotto di Fabio Fazio, chi riduce il senso della rivelazione ad un viaggio zaino in spalla in Sud America corredato da una sfilza di hashtag.

Che ne sanno, loro, di Pasolini che in pieno ’68 si scagliava contro gli studenti borghesi e prendeva le parti dei poliziotti, dei pittori espressionisti che facevano rizzare il cilindro in testa ai critici e gridare “Donatello chez les fauves!”, di Louis-Ferdinand Céline ostracizzato, di Zola pronto a inimicarsi l’opinione pubblica a colpi di J’accuse? A loro, ai ‘petalosi’, preferisco i dinamitardi, gli asociali, chi non è abbastanza nazionalpopolare per un’ospitata in compagnia di Tommaso Zorzi e non condivide ‘stories’ dalla cella benedettina in cui coltiva l’ascetismo, chi ha canini per mordere e scrive con l’acido fosforico sulla punta delle dita e lo zolfo nelle vene, chi non ha peli sulla lingua ma tanto pelo sullo stomaco e prima di dire qualcosa non mette sul piatto della bilancia l’algoritmo di Facebook. Evviva i buoni. Però i buoni alla Bud Spencer, che non risparmiano i cazzottoni.

Lorenzo Muccioli