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Vorrei essere Peter Fleming. Storia di un avventuriero

Effettivamente, questo è un Paese strano, strampalato. Eravamo “santi, poeti e navigatori”, ci siamo scoperti stanchi, prosastici, ignavi. Il solo oceano che sogniamo è il divano, le avventatezze si sperimentano in differita, su Netflix, al ‘bel gesto’ – proprio di una nobiltà arcana, di terra – si è sostituito il basso istinto del mercenario, la scaltrezza. Eppure, è l’ingenuità – cioè, credere che tutto sia a portata di sogno, che un vagone di chilometri si sorpassi in uno schiocco di ciglia, che una sciocchezza sia una sciccheria – sedotta da una sana fame a favorire le grandi imprese.

In ogni caso. Peter Fleming è lo specchio culturale di questo Paese di pavidi, inginocchiati all’ovvio, eppure furbi. Morto cinquant’anni fa, in agosto, mentre passeggiava per le valli scozzesi, un’iscrizione ricorda che “ha viaggiato in luoghi lontani, selvaggiamente, ha scritto, è stato fin troppo letto” e che da “soldato ha visto alcuni volti del pericolo”. In certe fotografie Peter Fleming appare di incorrotta bellezza, impeccabile negli abiti; in altre è nel fitto di una qualche giungla, con la barba (in una di queste è nudo, afferra per il collo un uccello acquatico, i muscoli paiono omerici, un oracolo il fiume). Peter è il fratello grande di Ian, più grande in ogni senso: è lui ad avergli ispirato 007 (nel 2017 il “Times” è uscito con uno scoppiettante articolo, The real James Bond and his extraordinary adventure), e a dargli nozioni di scrittura. Brazilian Adventure, un autentico classico, in cui Peter Fleming racconta la spedizione per ripescare il colonnello Percy Fawcett, smarrito nel Mato Grosso alla ricerca della città perduta di Z, esce nel 1933; i libri di Ian vent’anni dopo.

Peter Fleming (1907-1971)

Quando eravamo un Paese scanzonato, scalcagnato, pronto all’improvvido, Peter Fleming figurava nei cataloghi dei nostri editori. Avventura brasiliana è edito da Longanesi nel 1950 (e riproposto da Nutrimenti nel 2013), Sesta colonna lo pubblica Mondadori nel 1967, nella collana ‘I rapidi’, dove appaiono, tra gli altri, Graham Greene, Raymond Chandler, Rex Stout e Ed McBain. Nel 1965 Dall’Oglio stampa La rivolta dei Boxers. L’articolista a cui il “New York Times”, cinquant’anni fa, affida il ‘coccodrillo’ di Fleming, scorrazza tra enigmi, fraintesi, e lo scintillio dell’uomo anomalo: “Era un autore affermato, ben prima del fratello, il celebre creatore di James Bond. Durante la Seconda guerra ha servito come colonnello per la Grenadier Guards dopo il ritiro britannico dalla Norvegia, nel 1940. Ha vissuto vicende non convenzionali: in Inghilterra organizzò truppe di resistenza contro un possibile attacco tedesco, disponendo di esplosivi. Agì nello stesso modo in Grecia. Successivamente si è spostato in Asia: fu determinante nell’evacuazione delle truppe britanniche dalla Birmania e dall’India, elaborando piani di controspionaggio che depistarono i giapponesi”.

Peter Fleming è sparito dai radar editoriali da un paio di lustri: ci ha pensato Edizioni Settecolori – in un piano editoriale di eretico splendore – a pubblicare Baionette a Lhasa. L’invasione britannica del Tibet, forse il libro più complesso di Fleming, edito nel 1961, di certo quello che ha allevato una serie di autori britannici di primordine come Peter Hopkirk e Simon Winchester. Il libro racconta la rocambolesca – e rovinosa – invasione del Tibet da parte degli inglesi guidati da Francis Younghusband: una delle tante azioni sulla scacchiera del ‘Grande Gioco’. “La rustica e altezzosa solidità del Tibet non sembra aver mai lanciato una sfida particolare all’Asia… In Occidente, invece, i suoi misteri esercitavano un fascino che dura ancora oggi. Alla fine del XIX secolo erano rimasti pochi grandi enigmi nel continente africano. Ad eccezione dell’Antartide, i cui austeri segreti suscitavano già gli istinti competitivi degli esploratori, il Tibet era l’unica regione del mondo il cui accesso fosse pressoché impossibile per gli uomini bianchi e sulla quale la piccola somma di conoscenze esistenti serviva più a fomentare la curiosità che a istruire”. Leggendo Fleming, dimenticate Bruce Chatwin: quest’ultimo è devoto al dettaglio e a una scrittura istoriata su cristallo. Fleming, invece, odora di fango, percorre i paragrafi braccato dal caos, scrive con le pietre in mano. Per il suo saggio narrativo, libro di storia con accelerate romanzesche, romanzo asiatico, fate voi, Fleming si nutre di una mole prodigiosa di fonti; quei luoghi, tuttavia, li conosce bene, si muove in terreni inesplicabili con naturalezza camaleontica: “Dell’ambientazione centroasiatica del mio racconto – altipiani e montagne, monasteri buddisti e laghi salati, venti aspri, pony dal pelo scarruffato, gente rozza, voci che girano intorno ai fuochi di sterco di yak – posso rivendicare una qualche conoscenza”. Ogni libro di Peter Fleming, in fondo, è autobiografia contraffatta. Come profeta, ci ha azzeccato: “Sarebbe inutile pensare che l’assoggettamento del Tibet rappresenti il limite delle ambizioni territoriali della Cina”.

Baionette a Lhasa, libro di provvidenziale potenza,va letto dalla pagina 363, dalla postfazione firmata da Stanley F. Ukridge (che a quanto mi risulta è uno dei ‘caratteri’ più sorprendenti ideati da P.G. Wodehouse). Lì viene descritta, con stile, in elegante cammeo, la vita di Fleming; secondo la coppia Auden-Isherwood (citazione) “è decisamente troppo bello per essere vero… sembrava uscire dalle vetrine di una sartoria londinese, per reclamizzare l’equipaggiamento da esploratore tropicale di un perfetto gentiluomo”. Le malelingue, infine, finiscono per adorare Fleming: “Bene, abbiamo fatto un viaggio in Cina con Fleming, ora siamo autentici viaggiatori per sempre. Non avremo più bisogno di spingerci al di là di Brighton”, sintetizza con ironia W.H. Auden. Il fatidico Ukridge segnala due cose fondamentali. Intanto, che Fleming è un elisabettiano nel XX secolo; poi che – parole sue – le imprese gli accadevano per pigrizia, “rimettendo le responsabilità al ‘fato’”. Ci si avventura gettandosi nel fuoco del fato, ecco tutto. Un avventuriero, in effetti, è sempre fuori tempo, disadatto al proprio secolo, inabile agli ordini, con il culto per gli imprevisti e le civiltà perdute. Bisogna vivere nel sogno intinto nell’oro, dare credito a un verso e a tutte le mappe impari per farsi avventuriero. Cioè: osservare con turbamento le metropoli, e volgersi verso i draghi.  

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