12 Gennaio 2024

Contro il conformismo dei letterati italiani e l’omologazione del gusto in letteratura

«Contraddizioni e travisamenti vengono allegramente tollerati e promossi nell’euforia della “aerodinamicità”; ecco uno scrittore ammirato e influente come Roberto Saviano sostenere in un articolo su “la Repubblica” che spesso di una poesia basta un verso solo (“il nucleo”) per affascinare i lettori e rendere quella poesia memorabile (“come mi batte forte il tuo cuore” della Szymborska). Quando sulla versione online del quotidiano inglese “Independent” troviamo “i venti versi più emozionanti che siano mai stati scritti”, ovviamente tratti da venti poesie diverse, più che a un’antologia ci troviamo di fronte a una pubblicità turistica per l’estetica della fretta. L’intero, la struttura, la durata, la coerenza interna (cioè i valori che quelli della mia generazione attribuivano ai classici) sembrano ormai vecchiumi da mettere in soffitta: all’enfasi del frammento corrisponde, nella narrativa, il fenomeno della sparizione dei finali – le serie televisive spesso finiscono quando finiscono i soldi del produttore o (se ci sono) i finali sembrano deludenti agli stessi fan. Chi insegna nelle scuole di scrittura creativa testimonia che i giovani hanno sempre più difficoltà a trovare i finali. La narrativa oscilla tra due estremi: o testi che cercano i vertici, i punti forti, le scene madri trascurando il resto, o testi arresi a quel che Calvino chiamava “il mare dell’oggettività”».

(Walter Siti, Contro l’impegno, Rizzoli 2021)

Che fine ha fatto la “letteratura impegnata”, quella che voleva farci sentire migliori? Sappiamo che esiste ancora, ma da qualche tempo viene sopraffatta da altri generi che stanno sfondando gli argini del mercato librario e la annegano nel gorgo mangia-visibilità che ben conosciamo: si vedano i deliri sul cosiddetto romance, la stupidissima tik-tok literature, la recrudescenza del manga, l’ossessione per la rilettura dei miti classici in chiave Generazione Z – cioè ignorando ogni tappa intermedia – e così via. Di questo passo si rischia di dimenticare gli eroici professionisti dell’impegno (maschi e femmine) che abbiamo dovuto sopportare per lustri, quella specie dei letterati pop-engagé nostrani che godevano di qualche popolarità e si sfinivano di presenzialismo nei media, e oggi paiono riflessi ondulati di qualcosa che sfugge, richiami nostalgici che si sfilacciano nella frenesia del cambiamento. E non sembra giusto un oblio così inesorabile, almeno senza volerne ricordarne alcuni profili, che nella raccolta di saggi critici Contro l’impegno di Walter Siti – pubblicata da Rizzoli qualche anno fa – sono tracciati in modo efficace, senza l’uso di tecnicismi o fumosità.

La base della questione si riassumeva già nella nota di presentazione al volume: molta letteratura si è ormai vocata a «promuovere il bene, guarire le persone e riparare il mondo. Breviari e “farmacie letterarie” promettono di confortarci e di insegnarci a vivere, i romanzi raccontano storie impegnate a fare giustizia, confermando chi scrive (e chi legge) nella convinzione di trovarsi dalla parte giusta». Questo il punto fondamentale: sentirsi dalla parte giusta, farsi rassicurare da rappresentazioni che troppo spesso non tengono conto dell’espressività e del portato conflittuale della letteratura, ma si concentrano sull’effetto verso il lettore, coltivando un indirizzo didascalico che fa da motore. «Ma la letteratura è un bastian contrario che spira sempre dal lato sbagliato» ci ricorda Siti: «più si tenta di piegarla al proprio volere, e usarla per “veicolare un messaggio”, più lei ci sfugge e porta in superficie ciò che nemmeno l’autore sapeva di sapere». La letteratura, quella non strumentale, non opportunistica o manierata, si oppone sempre al Potere,

«ma quando il Potere si nasconde dietro stereotipi di buona volontà lei non ha paura di far parlare il Male, di affermare una cosa e contemporaneamente negarla, di mostrarci colpevoli innocenti e innocenti colpevoli».

Era il cosiddetto “neo-impegno” dell’attività letteraria, che vorrebbe curare, influire, “arrivare” alle persone, essere cioè efficace nel tendere a un fine: esercizio virtuoso che, quando tende a generalizzarsi e a perseguire l’utile in letteratura, finisce per snaturarne il senso e l’essenza. L’efficacia del testo diventa più importante rispetto alla forma, perché sappiamo che in questo tempo tecnologico la generale soglia di attenzione si è abbassata e per questo servono prodotti brevi, di facile fruibilità e di forte impatto; se lunghi, devono essere riassumibili in sinossi senza sfumature, con formule definibili e definite, ai limiti dello slogan. Il testo da veicolare, spiega Siti, va a formarsi come insieme di input che deve bucare la coltre di rumore informativo del nuovo ambiente “webbico” in cui siamo immersi: è dunque la Rete a imporgli un “profilo aerodinamico”, capace di attraversarne gli strati e viaggiare veloce. Essendo questo il funzionamento, il testo diventa condizionato e conformato all’idea preconcetta delle influenze che si vogliono esercitare sul lettore contemporaneo.

Contro l’impegno è ricco di spunti. Uno dei problemi su cui Siti invita a riflettere è proprio quello della frammentazione del testo letterario, che oggi si tende a scomporre in particelle per farne un uso allusivo e dispersivo, già molto in voga sui social, che va a realizzare un omogeneizzante e indistinto cibarsi di frattaglie:

«Zygmunt Bauman, nel suo La vita in frammenti, ipotizza che una delle caratteristiche dell’uomo contemporaneo sia il “differimento del saldo” (con l’emblematico passaggio dal libretto di risparmio alla carta di credito); si vive cioè in un mondo in cui notizie e azioni si mescolano e si sovrappongono, ricevono la loro dose di odio o di consenso, ma prima che arrivi il redde rationem i contesti sono cambiati al punto che non si sa più chi sia stato responsabile di cosa. Lo stesso accade per i testi letterari, a furia di spezzettarli, riusarli e riciclarli; è come se i testi, rinunciando alla coerenza tra i livelli e all’indivisibilità strutturale, rinunciassero a essere responsabili di se stessi – mostrandosi eternamente “aperti”, continuamente nomadi in una connessione orizzontale sempre più veloce, puntando più alla fascinazione momentanea che alle conseguenze culturali (e in senso lato politiche) delle proprie scelte formali. Ma le forme si vendicano e mentre si sottraggono alla continuità col passato ci dicono comunque qualcosa sul presente. Tutta la tradizione del moderno, da Baudelaire a Hofmannsthal, da Eliot alle avanguardie, ha fatto del frammento una risorsa: era una ribellione contro filosofie sistematiche e stramorte, contro la vischiosità liberal-sentimentale della borghesia, contro il peso dei paternalismi: insomma era una poetica antagonista. L’attuale vittoria-senza-combattere del frammento ha qualcosa di fatale per non dire di rassegnato, vi prevale un sentimento di facilità; non è tragico ma ovvio, non serve per scardinare ma per soprassedere. I classici ormai sono come quei magnifici portali medievali in bronzo su cui tutti vanno a sfregare un’unica lucertolina, resa lucente dall’ansia di fortuna dei turisti».

L’attuale vittoria del frammento, quindi, sembra disabilitare la nostra capacità di ribellione, sostituendola con un pallido esercizio riflessivo-consolatorio che si muove senza il filo conduttore di quella trazione – e tensione – che rimanda le opere una all’altra. Siccome la cultura, propriamente la letteratura come fermento, non ha più centri propulsori, luoghi dai quali partono nuove figurazioni ed esperienze che possano irradiarsi e diffondersi, la frammentazione tende a generalizzarsi e a spalmarsi su un substrato che risponde a poche regole e necessità, proprie della sua stessa sopravvivenza. Se queste regole e necessità non si rispettassero, il neo-ecosistema – fatto di sostanza elettronica, non di quella “pastosa” dei sogni – cesserebbe di vivere, si estinguerebbe lasciando il campo a qualcos’altro. I centri propulsori non ci sono più, i “circoli” letterari diventano aggregazioni non realizzate, improduttive, in carenza di senso, ripiegate nello scrutarsi e sorvegliarsi vicendevolmente, nel continuo protendersi verso l’assorbimento di uno spazio. Non esiste nessuna reazione contro i padri – e le madri – come in passato, ma solo la ricerca di una collocazione, nel tentativo permanente di affermare un proprio esserci che resta sempre precario. Chi usa la lingua in modo sorprendente, chi osa la modernità, chi si avventura nell’infrazione degli schemi – oggi dettati dalle regole e necessità di cui si diceva –, chi crede nell’affermazione artistica resta generalmente al margine, sotto-esposto se non oscurato dal grande meccanismo che tutto muove.

«C’è un fenomeno, a esser pignoli, per cui anche nel mondo digitale si può parlare di un sopra e di un sotto, e quindi è prevista una specie di profondità: lo verifichiamo ogni giorno quando maneggiando uno smart-phone, o qualunque altro apparato tecnologico, ci accorgiamo che a una estrema semplicità d’uso (basta un bottone da premere o un tasto da sfiorare) corrisponde una pazzesca complessità sottostante; la superficie è facile ma il motore è implicato in un groviglio di calcoli e macchine non visibile, incomprensibile alla maggior parte di noi. Il sotto non ci appartiene, non lo conosciamo; a differenza dell’inconscio umano, però, questo “sottostante” appartiene a qualcuno che lo conosce benissimo perché lo ha inventato e lo mantiene in efficienza – è una complessità che dipende da algoritmi altrui, una complessità alienata. I risvolti economici e sociali di questo fenomeno Baricco soavemente li chiama “scomodi effetti collaterali” e ne dà una buona descrizione: “ricchezza distribuita in modo asimmetrico, ingiusto e insostenibile” e “inclinazione degli elettori per una qualche forma di leaderismo populista che tende a saltare la mediazione dei ragionamenti”. Bingo. Mi nasce qui spontanea una domanda vecchia, di quelle che si facevano prima che crollassero i Muri e le Torri: fino a che punto la struttura economica, e la omologa configurazione politica, determinano le forme artistiche di un’epoca? Diamo pure per scontato che il romanzo e la poesia come li si è intesi finora nella tradizione occidentale, con la loro ormai insostenibile lentezza, la loro pretesa di complessità e di interpretazioni, la loro arroganza di solitaria ambiguità e di voler essere giudicati interi, siano diventati un prodotto di nicchia come i vinili e la pellicola fotografica; si può almeno avanzare il dubbio che “fare del bene” in pillole con la letteratura possa condurre a qualche pratica controproducente? Di opposizione superficiale, magari, ma di sostanziale subalternità al sistema? Sì, da retrogrado dubito che lo spezzettamento favorisca l’universale, e sono certo che la terapia personale non può travalicare i propri limiti ergendosi a significato del mondo».

Sulla “soavità” di Alessandro Baricco nell’osservare il contemporaneo e servircelo in vassoio – sempre a posteriori, s’intende, senza mai riuscire a prefigurarlo – ce ne sarebbe da dire; resta il fatto che l’integralità del creare, il corrispondere e confliggere delle diverse voci nell’opera letteraria, la loro compresenza come parti in causa che non possono essere espunte, sono tutte questioni fondanti, che restano ineludibili. Mettere se stessi al centro dell’opera, ovvero l’autorialità, deve ritrovare il suo approccio per reagire e riguadagnare se stessa, nel rapporto-contrasto con la spinta uniformante che sta assediando la pluralità. Quando l’autorialità si fa social, assumendone le regole e le necessità, si mette seriamente a repentaglio, perché nella sostanza fluida in cui stiamo nuotando rischia di perdere il contatto con le proprie sorgenti. Dunque, chi è, oggi, l’intellettuale impegnato?

«per Sartre l’engagement letterario era sostanzialmente una scuola di libertà, intendendo per libertà il rovesciamento continuo dell’ordine – “la letteratura impegnata”, scrive in Che cos’è la letteratura?, “è il riflettere soggettivo di una società in rivoluzione permanente”. Il compito che il nuovo impegno si pone è invece più semplice e concreto: aiutarci a vivere, favorire il nostro adattamento alle mutazioni e/o farci sentire nel giusto, dalla parte degli emarginati e dei sofferenti: è, come scrive a un certo punto Gefen con sintesi fulminante, “una macchina per fabbricare rassicurazione”. È uno stimolo e un conforto per gli esseri fragili che siamo diventati di fronte alle crisi, ma insieme è uno slancio di solidarietà verso i più fragili di noi. Abbracciamoci, stringiamoci in questo periodo di resistenza emergenziale, facciamo della letteratura un’arma e un appoggio. Se Kafka pensava che la letteratura fosse “il salario del Diavolo”, ora il Male (da qualunque parte provenga: discriminazioni, epidemie, criminalità, terremoti, fascismi, polluzione industriale, autolesionismi privati) è il nemico contro cui la letteratura deve combattere».

Sappiamo che la riproduzione della letteratura non è un problema, anche perché il formato digitale ne garantisce la neo-conservazione, che secondo alcuni è fragile, mentre secondo altri è indistruttibile, in quanto capillarmente pervasiva. Ma se l’opera d’arte – come un quadro – messa in Rete resta integrale, salvo i feticismi del particolare ingrandito, l’opera d’arte letteraria che viene smembrata (o, peggio, nebulizzata) in serie di citazioni decontestualizzate e iper-riproducibili, fatte per alimentare la suggestione istantanea in vitro, perdendo la sua totalità perde l’identità. «È l’interezza l’anima segreta di un testo, e dunque le parole non sono più le stesse se vengono assunte in pillole», scrive Siti. Per concludere: nel nuovo ecosistema la frammentazione della letteratura – imposta dalle regole e necessità di cui si parlava – per poter “arrivare” a tutti va ad abolire l’integrità dell’intero, soppiantandola con l’aggregabilità delle parti. Ma potrà esser sufficiente questo per ricostruire complessità?

Paolo Ferrucci

Gruppo MAGOG