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“Sono una stranezza ingombrante”: le 1000 vite di Carlo Coccioli

Le mille vite di Carlo Coccioli non ammettono attese, bisogna percorrerle tutte – il suo tentativo fu quello di darsi alla macchia, rendersi irraggiungibile, esaurendo il veleno di ogni gloria e ogni sofferenza. Coccioli nasce a Livorno, cento anni fa. Nel 1950 è già in lizza per lo Strega, con un romanzo d’impietosa potenza, Il cielo e la terra, edito da Vallecchi. Tradotto in quindici lingue, “questo romanzo… che pone Coccioli sulla stessa linea di un Kierkegaard, di un Léon Bloy, di un Bernanos” (Henry Daniel-Rops) è il primo di una serie di libri – che conta già L’erede di Montezuma e Uomini in fuga pubblicati da Lindau, con l’intenzione di riproporre l’opera omnia di CC (come a dire, solo i piccoli, tenaci editori, pur stritolati dalla crisi, sanno ancora percorrere le grandi avventure editoriali). Nel 1950, in gara, insieme a Coccioli, c’è l’amico Curzio Malaparte – che lo convincerà a lasciare l’Italia – con La pelle; naturalmente, come si sa, vincerà La bella estate di Pavese. Prima di quell’anno, Coccioli aveva vissuto a Bengasi, al seguito del padre, Attilio, ufficiale dell’esercito, poi a Tripoli, a Fiume, a Napoli, a Firenze. Medaglia d’argento al valor militare, prigioniero dei tedeschi, a San Giovanni al Monte, Bologna, è il 1944, “partecipa a una drammatica evasione, armi in pugno, e attraversa la Linea Gotica” (ricavo le notizie dall’informatissimo sito curato da Marco Coccioli, nipote di Carlo). Scrittore dal talento rapace, precoce – il primo romanzo, Il migliore e l’ultimo è edito da Vallecchi nel 1946; due anni dopo, con La piccola valle di Dio, è nel mucchio dello Strega, vinto da Vincenzo Cardarelli, insieme a Palazzeschi, Comisso, Anna Banti, Giuseppe Berto, il consueto Pavese –, vero e proprio aristocratico della forma (“Maniaco della prosa, della prosa chiara e succinta e precisa, toscana o francese o spagnuola, giacché scrivo in queste tre lingue”, diceva), Coccioli varca il ’50 e cambia vita. È tradotto in Francia, con successo, segue Michel, l’amato, tra Parigi, il Canada, il Messico; pubblica, nel 1952, Fabrizio Lupo, romanzo di un amore omosessuale, un classico, ora, sommerso di critiche, allora, spesso al bavaglio (“In Argentina se ne proibì la vendita, all’epoca del primo Peron, nella circoscrizione di Buenos Aires; i lettori andavano ad acquistarlo, avidi, nei sobborghi. In Inghilterra, già stampato, lo si tenne in sospeso per timore di azioni legali, dal 1958 al 1960”). A Città del Messico frequentava Diego Rivera; dal 1960 scrive, da inviato speciale, per il “Corriere della sera” e “La Nazione”; torna spesso a Firenze, prende a pubblicare in francese (Un Suicide è del 1951; il Journal del 1957; Soleil del 1961); dagli anni Ottanta lo si vede in Texas, a San Antonio. Pare estraneo alla vita letteraria italiana, eppure nel 1976 è al Campiello con il suo libro più grande, Davide, la storia del re biblico, redatta in una lingua intransigente, mobile, mirabile (“Il mio leggendario successo sul mostro blasfemo dalla voce di donna fu seguito da un piacere insipido: i miei fratelli mi leccavano le mani… Giunsi a credere che un angelo mi spalleggiasse”). Il libro fu stampato da Rusconi, riprodotto da Mondadori nel 1989, da Sironi nel 2009. “Si dice che, chi vuol farsi desiderare, deve negarsi. Sottrarsi. Nascondersi. Farsi cercare. Devo dire che la ricerca delle opere di Carlo Coccioli… è stata una vera e propria esperienza erotica”, scriveva allora Giulio Mozzi, gran maestro del club dei ‘coccioliani’. Per la cronaca, quell’anno il Supercampiello coronò Il busto di gesso di Gaetano Tumiati – libro ora scomparso dal panorama editoriale. Nel 1982 Coccioli fu ancora allo Strega, con La casa di Tacubaya: il premio andò – giustamente – a Goffredo Parise, per Sillabario n.2, Coccioli sparì all’ombra di un De Carlo qualunque (in quel caso, quello di Uccelli da gabbia e da voliera). Nel 1988, fu sequestrato, poi rilasciato, “le successive indagini non hanno mai fatto luce sui mandanti e sul movente del rapimento”.

Forse oggi, a un secolo dalla nascita, per CC è la volta buona: la sua vita da romanzo è diventata un romanzo, Grande karma. Vite di Carlo Coccioli, firmato da Alessandro Raveggi (che intervisto qui sotto) per Bompiani, uscirà tra un mese; i suoi libri, come detto, tornano degnamente in commercio, in una collana specifica, pensata per lui. Scrisse di cattolici inquieti – come fecero Sergio Saviane, Mario Pomilio, Diego Fabbri – scoprì l’ebraismo (in Davide, in Documento 127), cui apparteneva la madre, scrisse una avvincente biografia su Budda e il suo glorioso mondo (Rusconi, 1989). “In questo caos in cui soffochiamo, io sono una stranezza ingombrante: non soltanto io credo in Dio, ma anche non riesco a non occuparmene. Me ne occupo fino all’ossessione. E Dio, a sua volta, mi occupa. A volte è molto fastidioso, ma non si sceglie sé stessi”, ha dichiarato, l’inafferrabile Coccioli. Morì a Città del Messico, nell’estate del 2003, “essendogli stati offerti gli estremi sacramenti, li ha rifiutati con gentilezza”. Per molti versi, fu più letto e capito nel resto del mondo che in Italia; probabilmente, preferiva così. Lo scrittore scrive per agguantare Dio, per aggiudicarsi la sua nudità – infine, ne diventa il cibo; si prega, anche, dando valore di consonante ai morsi. (d.b.)

Carlo Coccioli. Perché leggerlo? Perché nessuno lo legge più?

Leggerlo perché per tematiche e ibridismo dello stile è un autore attualissimo in una condizione multilinguistica delle lingue (Glissant docet) e perché ha insegnato un nuovo modo di raccontare il viaggio come migrazione personale e interiorizzazione radicale di altre culture. Perché nessuno lo legge più? In realtà Coccioli è molto letto, i suoi libri all’estero hanno venduto molto, ma forse sono gli specialisti e critici che dovrebbero riprenderlo, perché i lettori di Coccioli sono una specie di congrega clandestina di assoluti innamorati che conservano il culto molto gelosamente. E forse non è più letto perché è stato un mito respingente e ‘sciocco’ (come lui stesso direbbe).

Una vita, forse centomila. Qual è l’evento capitale nella vita di Coccioli?

Uno degli eventi capitali della vita è un evento poco raccontato: quando fu ospite di Curzio Malaparte a Capri. E quello lo convinse ad andarsene dall’Italia. Da lì Coccioli si è giocato tutto. Poi ovviamente ci sono tante folgorazioni, tanti ‘miracoli’ che lui racconta, e che io ho ripreso nel mio romanzo. Ma vorrei partire da un evento banale appunto: una cena deludente con Malaparte, dove quest’ultimo servì solo insalata e pomodori. Coccioli si divertì e si lamentò per la scortesia malapartiana. Ma, da quella cena, decise di farsi consigliare da Malaparte, di seguirlo. Dopo pochi anni, Coccioli sarebbe stato famosissimo in Francia.

Cattolicesimo, ebraismo, buddismo. Attraversa la terra e i territori religiosi, Coccioli. Perché? Connaturata inquietudine, spirito di ricerca, istinto al gioco, al combattimento con Dio? E poi: dove si aggiusta meglio, infine, in quale fede?

Inquietudine corroborata dall’infanzia libica negli anni Trenta, dove venne attratto dalle tre grandi religioni monoteistiche e ad un tempo cominciò a sentire una voce, quella dello jinn, un essere genio-angelo che dalla cultura pagana arriva a presentarsi in varie forme, anche nelle tre suddette religioni, a volte espressione del travaglio omosessuale stesso. Nella sua vecchiaia, Coccioli dichiarò di aver trovato infine nel buddismo un ‘pianerottolo’ di questa scalata verso Dio. Ma solo perché al buddismo, lo dicono gli stessi buddisti, non ci si più convertire. Credo che alla fine della sua vita, fosse abitato da tutte le precedenti conversioni. Una summa incredibile di questo approdo è il romanzo Le case del lago.

Il libro che ti piace di più di Coccioli. Quello che consigli a chi di Coccioli sa nulla. 

Ce ne sono diversi. Per il mio romanzo ho letto veramente tutti, e forse quasi più i minori e quelli di passaggio, che i grandi classici. Il cielo e la terra quando lo lessi la prima volta mi parve un gran libro davvero, capace di riscrivere il neorealismo. Anche il succitato Le case del lago mi piacque davvero moltissimo, nella sua forma di romanzo-interrogatorio, romanzo-meditazione. Davide è un libro perfetto, ma l’ho sempre trovato molto ostico, preferendogli il suo gemello messicano, L’erede di Montezuma, dove Coccioli riscrive l’italiano con l’influsso del nahuatl. Molto interessante anche La difficile speranza, che fu il libro per il quale Malaparte scrisse, in ritardo, una prefazione per benedire l’autore, Coccioli, che credeva il migliore delle nuove generazioni.

Cosa leggeva Coccioli, che rapporti aveva coi suoi contemporanei? 

Leggeva molto e leggeva molte cose. Da trattati sull’induismo, ai mistici ebraici, dai filosofi cattolici francesi a Gide, da Kerouac a Milarepa, onnivoro davvero e poco interessato alla letteratura italiana a lui contemporanea (questo non ha aiutato, perché non ha potuto avere accesso alle conventicole, autoescludendosi). Non aveva un proprio canone.

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