“Un artista deve essere reazionario”: Evelyn Waugh, lo scrittore contro tutti
Letterature
Luca Fumagalli
Christopher Smart era piccolo, era pingue, amava bere fino a svanire, “era solito andare nelle birrerie londinesi con le sue gambe e tornare a casa con quelle degli altri”, ricorda Samuel Johnson, il regale critico letterario, suo amico. Mollò gli studi per tentare la carriera letteraria a Londra; si diede in pasto ai giornali; si sposò, fece figli, vivendo, per lo più, sotto la mannaia di un’incombente povertà. L’editoria evolveva in ‘industria’, un letterato aveva, ora, necessità di ‘pubblico’ e Smart non s’impratichiva con il gusto che tiranneggiava l’epoca.
La vita di Smart prende, per così dire, un’accelerazione nella primavera del 1756. Il poeta sconfina in conversione, arrischia la vita – da nobiluomo inglese in cenci – del “pellegrino russo”. Così il “dottor Johnson”:
“Il mio povero amico Smart mostrava la sua alterazione mentale buttandosi in ginocchio a recitar preghiere nelle strade e in altri luoghi insoliti… e insisteva che la gente pregasse con lui”.
Così, con miglior dote esegetica, Hester Thrale, scrittrice gallese, socialista, laboriosamente mondana, con dodici figli al seguito, intima di Samuel Johnson:
“La sua follia si manifestava solo con una eccitazione innaturale per la preghiera. Egli considerava suo dovere non frenarla né reprimerla – prendeva alla lettera il comando del Salvatore di ‘pregare ininterrottamente’”.
Christopher Smart è un discepolo della preghiera incessante, della ‘preghiera del cuore’ (cfr. Lc 18, 1 e 1 Ts 5, 17-18), cardine dei ‘folli di Dio’ che affollano le lande dei romanzi russi. È una specie di jurodivyj d’Albione: che la sua saggezza sia presa per stoltezza, che sia designato dai suoi pari come idiota, che la devozione senza interruzione rechi, per le genti di città, lo stemma della pazzia, è ovvia tragedia.
Christopher Smart viene internato al St Luke’s Hospital for Lunatics; rilasciato, è di nuovo rinchiuso in un manicomio, questa volta privato: secondo la testimonianza della figlia di Smart, Elizabeth, “era stato affidato alle cura di un certo Mister Potter che aveva la sua casa in Bethnal Green”. Il poeta ne esce nel 1763: quarantenne, trapanato dalla nomea di folle, sgargiante nel genio.

Il manicomio – quel carcere – è l’alcova del genio di Smart; lì Smart scrive le poesie più grandi, quelle che lo rendono arcangelico alla poesia inglese: A Song to David, vertiginoso poema di 516 versi suddivisi in 86 strofe da sei versi ciascuna, e il folle canovaccio – pensato per sé, in assenza d’umano volto e di creatura affine – Jubilate Agno. Carcere e martirio – i luoghi sorgivi del cristianesimo – forgiano la lirica di Smart, che si staglia a noi di fronte con eleganza di fiera – alcuni dicono che l’Inno a David assecondi la struttura di una basilica, sia immane cattedrale gotica in verbi; salomonico tempio della poesia.
Insieme a pochi altri poeti – Friedrich Hölderlin, William Blake, Arthur Rimbaud –, Christopher Smart va ascritto tra i santi della poesia: gli isolati, quelli che esulano dalla ‘letteratura’, che portano la lingua – lupo famelico di bianco – in terre inattese, inesplorate. Poeti che alla dottrina dei dottori e dei retori adempiono la dittatura del tutt’altro, a rovistare tra orbate erbe.
Naturalmente, i poemi di Smart, all’epoca, furono presi per esuberanti stramberie – fu Robert Browning, molto dopo, a riconoscerne le stimmate del capolavoro; William B. Yeats, più tardi, trovò sintonia con la vigorosa visionarietà di Smart. Jubilate Agno, relegato, probabilmente, tra i documenti a testimonianza di un’anima insana, fu scoperto da William Force Stead e pubblicato soltanto nel 1939. Dobbiamo sfogliare il manoscritto – custodito alla Houghton Library di Harvard, digitalizzato – per vagare tra le sorgive di Smart: la scrittura microscopica, formichina, locusta, a divorare il foglio – ricorda quella di Robert Walser… –, le parole schierate in battaglioni botanici, purché tutto sia nel boccio, tutto sia anulare, fecondo di incanti. Soprattutto, preghiera incessante, incessante scrittura.
In Italia, Christopher Smart ha trovato partecipe vigore nelle mani di Margherita Guidacci: Inno a David e altre poesie esce per Einaudi nel 1975, numero 119 della cosiddetta ‘Collezione di poesia’; nel 1983 l’editore Guanda stampava Jubilate Agno nella versione di Francesca Romana Paci. Entrambi i volumi sono oggi scomparsi, a favore di chi vuole irreggimentare il vagabondaggio lirico nei sentieri noti, nei soliti nodi, in un dire senza sentore di terremoto, senza la mente messa a repentaglio, in zona di rupe e di rischio.
Sentite che bello:
“La moltiplicazione dei fiori accresce il talento dei giardinieri.
I fiori sono grandi benedizioni.
Il Signore fece un mazzolino nel prato coi discepoli e predicò sopra il giglio.
Gli angeli del Signore lo presero dalle sue mani e lo portarono in alto.
Un uomo non ha spirito pubblico, se non ha benevolenza privata.
Non vi è altezza dove non siano fiori.
I fiori hanno grande virtù per tutti i sensi.
Il fiore glorifica Dio e la radice respinge l’avversario.
I fiori hanno i loro angeli come le parole della creazione di Dio.
L’ordito e la trama dei fiori son lavorato di spiriti sempre in movimento.
I fiori sono buoni per i vivi e per i morti.
Esiste una lingua dei fiori.
È saggio il discorso sui fiori.
Le frasi eleganti non sono altro che fiori.
I fiori sono specialmente la poesia di Cristo.
I fiori sono medicinali.
I fiori sono musicali all’armonia dello sguardo.
I veri nomi dei fiori sono in cielo. Dio accordi ai giardinieri una migliore nomenclatura.
Il mazzolino del Povero è una presentazione per un Principe”.
Nei bassifondi del manicomio, Smart sintonizza il suo canto verso l’adorazione e il giubilo. La sua tensione è sempre atta al gloria; mai Smart volge la cetra in carabina: nessun livore invalida il suo dire, nessuna denuncia fa scemare in fango l’annuncio. Smart è poeta sempre ammantato d’oro, non ha flessioni il canto: proprio perché spoglio di tutto – il senza senno, il senza amici, il senza senso – aguzza il suo inno d’amore verso Dio.
“Proprio nel fondo della sua umiliante prigionia, Smart trova una paradossale, travolgente libertà dello spirito, quale il mondo esterno non gli aveva consentito prima né gli avrebbe consentito dopo… Rimossi i blocchi e gli ostacoli di una ‘normalità’ che rispetto alla natura di Smart era profondamente anormale, le sorgenti segrete affioravano finalmente alla luce, prorompevano con impeto”.
Margherita Guidacci
Eppure, sappiamo la solitudine, i ferri inferti contro il recluso, le pratiche per estorcerlo dalla cosiddetta pazzia.
Innografo per perpetua stupefazione, perpetuamente in estasi, Smart comincia, in manicomio, la propria versione del salterio – di cui diamo, in appendice, qualche saggio. Uscì nel 1765 come A Translation of the Psalms of David, baciata da subitaneo insuccesso. Smart aveva idea di smobilitare la liturgia anglicana dal grigiore: la sua traduzione, costruita in quartine, è fedele per infedeltà. Il salterio di Smart ha tempra musicale nuova; irradia un nuovo sole tra le fauci dell’incensiere e del pio incensatore. Anche nei più tortuosi e disperati Salmi, Smart interviene smussando il sangue in gioia. Sparge Cristo ovunque; è, comunque, un costruttore di Eden, Smart. In lui, in ogni truciolo verso, in ogni cucciolo verbo trombettiere, è saldo il legame tra poesia e preghiera.

Di strenua delicatezza sono dotati gli Hymns for the Amusement of Children, l’ultimo libro lirico di Smart; ancora un innario, ovviamente, a favore d’innocente. Uscì nel 1771, mentre il poeta era recluso nella King’s Bench Prison, questa volta per debiti. Ne uscì il 20 maggio, dopo cinque mesi, accomodato in una bara, il poeta più insigne del suo tempo. Questo piccolo Davide ebbe come Golia tutto un secolo – alla fine della sua vita, preferì parlare ai bambini. Rovinava in latte il suo talento – ne sorrideva, tuttavia.
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Salmo 58
Congrega di genti, voi
giudici dell’uomo, assatanati
di giudizi, credete di essere
salvi da inganni e corrotti?
Macché: di stampo frale
mortale voi siete, figura
di un cuore storpio – i vostri
suffragi a servaggio di merce.
Uomo: seme sbagliato è il tuo
perverso fin dal materno grembo:
appena puoi, sfoghi nella foia
di chi presume contro il vero.
Infezione ripugnante li segna
più impuri di tinta di serpe sono;
orecchie incatenate alla bestemmia
tra lusinghe pari a chiavistelli.
Benché al nostro dolo si sia accordato
Cristo, non calcheranno la misura:
nonostante il sangue a grandine
non si accomuneranno al suo dolore.
Signore, umanizza il loro scherno
devia la loro malevolenza;
nati da spirito e acqua
che la grazia li converta.
Pio ardore li consumi
la tua santa chiesa sia la loro
scommessa, a te volgano ogni passione
della tua luce congioiscano.
Che il tuo aggraziato angelo corra
rapido come un lampo al bersaglio:
trebbiatura di spiriti nella tua arca
sia a loro eterno prato.
Esultano i giusti al mirare
misericordia tanto potente:
i relitti e i perduti sono a riva
al sicuro le torturate anime.
È indubbio, ogni uomo dirà:
il penitente ha il proprio ristoro
perché Dio lo sorregge
nostro Signore, il Cristo.
*
Salmo 114
Dalle rive d’Egitto venne Israele
alle marcite di Gosen
da servitù e catene
Giacobbe con le gloriose scolte;
fu lì che capimmo che gli ebrei
erano santi ai suoi occhi
e Dio scelse Israele
per testimoniare la sua forza.
Se ne accorse il mare: impaurito
si ritirò, si fece via, rude tratturo;
il Giordano zompò indietro
sgomento, fino alle sue fonti.
Le montagne pari ad arieti
esultarono al garrese;
i piccoli colli agnellini
saltavano con genuina gioia.
Perché, possente mare
ti sei fatto da parte;
perché Giordano sei
rinculato alle origini?
E voi, montagne che zompate
da rocciose radici; e voi
valli che galleggiate nel salto
come i primogeniti del gregge?
Terra, dal fulcro della tua erbosa
possanza, onora la spaventosa
presenza del Dio d’Israele
che giunge in armi.
La sua parola obbliga la rupe
a farsi stagno, la venata pietra
esplode in fontana
al suo dire diventa pozzo.
*
Inni per intrattenere i bimbi
Fede
Disse il Padre dei Fedeli
al primo dire di Dio: “Eccomi”;
che il suo esempio ci streghi
come lui sottomessi, rispondiamo.
“Va’, prendi il figlio, l’unico
e offrilo a Dio tuo Re”.
A parola seguì atto:
“Impila la pira, culla la vittima”.
Ma… angelica lingua
ordina al Patriarca di fermarsi;
“Dio è sempiterno amore
e retrocede da duro intimare”.
Imitiamo il Veggente, grazia
cedevole incendi le nostre
anime e i bimbi, perché
il futuro sia il più bel posto.
*
Silenzio
Ritirati con sussiego
da chi ti è superiore:
il silenzio è vera superiorità
timore che onora i grandi.
Ancora il bene nel cuore
con fitte meditazioni:
sarai pronti a recitare la tua parte
quando sarai messo alla prova.
Senza peso, mal soppesate
prorompono le parole da lingua
di pettegolo: con luttuosi fatti
pugnala le anime facili da impugnare.
Prega con Davide che il Signore
sia alla tua porta: ciò che esce
dalle tue labbra aiuterà
il fratello domestico al dolore.
Ma quando occorre lodare
le azioni valorose, con ogni
forza impenna l’inno –
il silenzio, ora, è pari a un vizio.
Christopher Smart
*In copertina: Henry Fuseli, The Sheperd’s Dream, 1793