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Populismo promozionale: la nuova ipocrisia. Il “caso” Chiara Gamberale

«Quanto mi somiglia, uno dei protagonisti. Così tanto che ora mi guardo allo specchio e mi dico: Ah, ecco, sei così allora?». (“Giuseppe, Facebook” su la Lettura #525, 19 dicembre 2021)

Questa formidabile esternazione, assoluta e definitiva, viene dall’ineffabile “Giuseppe”, un personaggio-paradigma raccolto nel social più anziano che esiste, e usato per magnificare il romanzo pubblicizzato nel paginone di uno degli ultimi supplementi del “Corriere della Sera”: il format, per intenderci, con cui s’impone la speciale certificazione di conformità e accreditamento della scrittrice o dello scrittore del momento, secondo le decisioni commerciali del potere editoriale nostrano.

Già ci siamo divertiti a sviscerare la pratica puerile (e fetente) degli strilli ammirati di scrittori e scrittrici che, nei suddetti paginoni del Corsera, vanno a incensare in maniera più o meno cretina l’opera di colleghi bisognosi di essere promossi a spron battuto, per drogare la loro rincorsa a qualche premio: come Teresa Ciabatti che venerava Sandro Veronesi mentre Alessandro Piperno e Marco Missiroli furbeggiavano («il romanzo più ispirato scritto da uno dei nostri più ispirati scrittori» non si sbilanciava il primo, «Di questo libro si dirà che è un capolavoro» prendeva le distanze il secondo); oppure Concita De Gregorio che iperbolizzava il romanzo di Teresa Ciabatti («Parole esatte, taglienti come coltelli, brillanti come diamanti») mentre Michela Murgia, nella smania di magnificarlo, si rendeva ridicola («un libro come questo esce ogni dodici mesi. Lo consiglio a tutti»).

Bene, oggi abbiamo l’impressione che quelle nostre osservazioni siano state ascoltate: finalmente – speriamo – il Corsera sembra aver sospeso la stupida prassi mediatica dell’IAIC, Incensamento Autoriale Incrociato e Circolare, lo scambio fra autori e autrici che si lodano a vicenda in intersezioni alternate e ripetute secondo schemi che si autoalimentano, per adottare un’altra formula. Stavolta su la Lettura #525 del 19 dicembre, nel paginone pubblicitario dedicato al romanzo Il grembo paterno di Chiara Gamberale, edito da Feltrinelli, si è deciso di dare voce al popolo: che siano i lettori a esprimere il loro entusiasmo, si sarà pensato, così non ci verranno più addebitate le solite manovre clientelari! E dobbiamo riconoscere che è stato un piccolo trionfo. Innanzitutto, come abbiamo visto in epigrafe, è grazie al romanzo della Gamberale che il leggendario “Giuseppe di Facebook”, guardandosi allo specchio, ha scoperto finalmente chi è, e questo non è poco. C’è poi “Cristina di Amazon”, secondo cui Il grembo paterno va letto più volte nella vita; e “Isalea Giannopolo di Facebook” che declama: «L’ho appena finito… E sono sconvolta, commossa, mi sono ritrovata e persa» (invertendo i termini, perché una persona che si ritrova e poi si perde non ci sembra un bell’affare).

Insomma, a una serie di lettori comuni, quelli che generalmente vanno a comprare il libro, è stato concesso il privilegio di esibirsi sulla carta stampata che conta, a supporto della loro beniamina: come se fosse stato indetto un bando fra i supporter del tipo “Le frasi più belle verranno pubblicate!”. Una svolta populistica che può ricordare certe derive politiche, derive che in questo caso si attagliano bene alla situazione, visto che il fine è eminentemente commerciale. Nell’elenco di osanna riportati in questo paginone, dalle espressioni più o meno elementari si passa a pensieri elaborati, dove il fan s’impegna in elucubrazioni intimistiche. «Un romanzo che ha cambiato il mio modo di vivere l’amore, dato e ricevuto» dice Silvia Salemi, Amazon; «Un libro che libera e solleva», ci rivela Valentina, Amazon; «Una rivelazione dolorosa, necessaria, liberatoria» secondo Gianpietro Arrighini, Facebook; «Un libro che ti parla e ti alimenta» gioisce Valeria Tolli, Facebook; «Ci sono scrittori che scrivono storie bellissime e poi c’è chiara Gamberale che ti prende per mano, non ti lascia mai e ti accompagna nell’anima di storie che diventano subito anche la tua. Un romanzo luminoso che autorizza la nostra complessità», spiega Federica Franceschetto, Facebook.

Il romanzo di Gamberale autorizza la nostra complessità, capite? La sdogana, in altre parole, forse perché prima non avevamo il permesso di esercitarla. C’è da dire che in questa specie di operazione populistica (“lo vuole la gente!”) si nota una vera e propria impostazione gerarchica: in cima stanno gli elogi dei lettori selezionati su Amazon, certificati dalla dicitura “acquisto verificato”, quindi ipoteticamente attendibili; seguono, un gradino sotto, gli inchini ammirati raccolti dal recinto – ormai  sfinito – di Facebook, e sotto ancora quelli estratti dalla prateria di Instagram, il noto regno di influencer maschi e femmine che spesso si spacciano per filosofi della domenica e vendono prodotti di ogni genere, in una specie di parco bestiame gestito come una Gomorra mediatica. Ma proseguiamo nell’elenco di osanna a Chiara Gamberale stampato nel paginone del Corsera. Sempre da Facebook: «Il grembo paterno è splendido, coraggioso, profondo»; «È incredibile come ogni parola di questo romanzo riesce a esporre la ferita quel tanto che serve per farla guarire»; «Questo romanzo è il sasso di mille cerchi nello stagno – e nelle nostre anime – a venire». E poi da Instagram: «Un libro vero e bellissimo»; «Un romanzo sull’essenza dell’amore: sull’essere visti, ascoltati, scelti, nutriti»; «Chiara Gamberale sa toccare corde profonde dell’animo, della mente, del cuore ed un pezzetto di ognuno di noi, dentro questo libro, lo possiamo trovare tutti». L’ultima affermazione è della sedicente Laverodive: non è difficile immaginarla come una delle migliaia di guru motivazioniste che impartiscono benedizioni da micro-sultanati sparsi nella bolgia instagrammica.

Ora qualcuno ci chiederà: Ma com’è il romanzo? L’avete letto? Non ancora, ammettiamo, perché leggere quel libro non rientra nei programmi, abbiamo altro a cui dedicarci. Ciò che interessa, qui, è l’evoluzione – ovvero involuzione – delle pratiche promozionali in ambito editoriale nell’epoca dei social. Inoltre, nelle precedenti letture di Chiara Gamberale non abbiamo trovato una qualità letteraria che meritasse di essere recensita, e dubitiamo che negli ultimi anni ci sia stata un’improvvisa maturazione, considerato il contesto “di potere” in cui questo tipo di attori si muove. La sinossi del libro si può trovare nelle vetrine in Rete, e dalla lettura dell’incipit non si ricava un’impressione troppo incoraggiante:

Papà, papà papà.
L’amore primitivo, inevitabile, ladro e santo della mia vita in quella telefonata finiva, e due voci continuavano a infilarsi fra le nostre per reclamare la sua attenzione.
Papà, papà.
Una delle due voci era femmina.
Al Paese ci conoscevano tutti.
I Senzaniente, continuavano a chiamarci, per via dei miei nonni, i genitori di mio padre, che dopo la guerra il poco che avevano se l’erano perso.
No che non te lo do un litro, aveva detto la vecchia della latteria a Rocco.
Mio fratello ha tre giorni e mia madre non ha latte.
Le tette secche si curano, basta massaggiarle con un panno d’acqua calda.
C’ha provato, non esce niente, c’ha la febbre alta.
Mi dispiace, io il latte però non te lo posso da’, sennò finisce come quand’era nata l’altra sorella tua, latte e latte per voi e mai una lira per me.
Ha detto papà che entro domenica ti fa ave’ tutti i soldi, pure quelli di due anni fa.
Allora quando li vedo ti do il latte e un’altra bottiglia ve la regalo io.
Dopo tre giorni la madre di Rocco sarebbe morta e Rocco dopo ventidue anni sarebbe diventato mio padre, allora ne aveva nove. Da quelli non si entra, mi diceva, quando passavamo davanti allo spaccio in cui si era trasformata la latteria. A costo di non fare la spesa lì, se l’altro spaccio del Paese per qualche motivo era chiuso, prendevamo la corriera e andavamo al Paese Vicino. La macchina è arrivata quando facevo la prima elementare, un giorno sono tornata da scuola e l’ho trovata parcheggiata davanti a casa nostra, blu. Gli altri bambini delle Case Basse, il pezzo del Paese dove abitavamo, l’ultimo pezzo, il più lontano dal centro e ingoiato pure ad agosto dall’ombra del Panettone, così chiamavamo il monte che ci separava dalla Piccola Città, giravano attorno alla macchina, gli occhi allucciolavano e diventavano tutti dello stesso colore, pure loro blu. Mia madre era incinta dei gemelli e si accarezzava la pancia e si guardava la scena e rideva da sola.

Qui osserviamo che un riassunto preliminare di miseria e riscatto così succinto e sbrigativo, per una materia tanto drammatica, ricorda la pratica di certe sceneggiature scadenti in cui si deve spiegare in fretta la situazione fin dalle prime scene, per poter proseguire col racconto nel modo più lineare possibile (e imboccare lo spettatore col cucchiaino). Un’impostazione che pare studiata – come spesso accade – per tradursi in fiction televisiva, sulla scorta della nota esperienza Elena Ferrante, il marchio nostrano da miniera d’oro che è il sogno di ogni editore. Non vogliamo dilungarci nel rievocare le letture dei romanzi precedenti di Chiara Gamberale, su cui altri hanno già scritto e su cui, se sarà opportuno, si potrà tornare. Qui ci interessa restare sul punto: la delega al popolo dei lettori, il richiamo idilliaco al gradimento epifanico, in cui il target commerciale sembra esaltarsi per l’effetto terapeutico e rivelatore suscitato dalle pagine dell’autrice amata, che sa bene come suadere e blandire i propri lettori, e come zuccherarli. Un format che sta prendendo piede sempre più, per l’effetto di ritorno economico e di fidelizzazione che può fruttare.

Del resto, come ha osservato Walter Siti in Contro l’impegno (Rizzoli 2021), la funzione terapeutica che viene attribuita alla letteratura la sta snaturando, perché le assegna dei compiti pratici, la “funzionalizza” alle esigenze di un lettore bisognoso di cure. «Si tratta di risocializzare la letteratura, di “democratizzarla”, di “rivalutare le lacrime così a lungo screditate”; se il criterio per giudicare la letteratura è il bene che fa, allora che cosa può importare se sia bella o brutta letteratura? I due miliardi di persone che annualmente postano su Facebook i dettagli della loro vita probabilmente ne traggono giovamento, come Goethe trasse giovamento personale dall’aver scritto il Werther (ma i genitori dei ragazzi che si suicidarono dopo averlo letto?). Parlare di sé e dei propri traumi procura beneficio ai traumatizzati, tutti i manuali di self-help lo consigliano e non per nulla si istituiscono nelle carceri e nei centri di igiene mentale dei corsi di scrittura creativa».

Tornando ai giudizi sul romanzo di Gamberale registrati nella pagina di Amazon, per essere onesti bisogna guardarli tutti, non solo quelli iperbolici. Visto che siamo indipendenti e non abbiamo interessi commerciali, perché dovremmo tralasciarli? Forse per contribuire ad alimentare l’aura terapeutica di Chiara Gamberale e i profitti che questa produce? Non essendo legati all’editore Feltrinelli o ad altri, non abbiamo difficoltà a citare anche le voci dissonanti. Il primo giudizio che incontriamo non ha nome, come il leggendario “Giovanni di Facebook” visto all’inizio, ma possiede il cosiddetto “acquisto verificato”: «Ho trovato questa lettura pesante e complicata nonostante la superficialità con cui affronta tematiche sicuramente profonde e delicate. La figura del padre è sbiadita, analizzata malissimo ed in modo frettoloso. Un continuo andirivieni passato presente condotto in maniera confusa, frammentaria. Anche i cenni caotici e poco approfonditi al contesto dei social, al diffuso disagio generazionale, alla pandemia generano solo un senso di fastidio e frustrazione nel lettore. Non mi ha regalato alcuna emozione. Peccato, un’occasione mancata per la Gamberale». Ecco, questo richiama il tipo di sensazione che la lettura dell’incipit suscitava, come se presagisse ciò che sarebbe seguito.

Andando avanti: «Chiara Gamberale è sempre stata una garanzia, ma stavolta proprio non mi è piaciuta. Sconclusionato, sembra un flusso di pensieri, un diario non curato. Boh», dice Eleonora. «Avevo grandi aspettative in quanto il suo ultimo libro mi era piaciuto molto. Invece é un libro noioso, senza filo logico, senza senso, poco scorrevole, pesante. Ho fatto il reso del kindle, li investirò in qualcosa di molto meglio e di qualità», rincara Francesca Caporale. Cosa dice, invece, Giulia? «Le prime pagine sono belle, poi in apertura di capitolo arriva una frase inutilmente intricata, mal scritta (editor, dov’eri?), pretenziosa. E non è l’unica di questo genere. Alcune cose funzionano (Adele Magra e Adele Grassa), altre sono autocompiaciute (signorina Ancora). I dialoghi spesso sono pesanti, improbabili e stucchevoli. Il tentativo di scrivere un libro letterario, spigoloso e onesto purtroppo fallisce: a tratti la scrittura cede, l’onestà della voce narrante risulta posticcia e la protagonista, che dovrebbe essere una donna-bambina e una donna-adolescente, appare soprattutto una gran narcisa». Bene, qui sottolineiamo un punto: il narcisismo ombelicale è una delle caratteristiche che traspaiono nei romanzi di Chiara Gamberale, ed è molto difficile che un’autrice cambi natura dall’oggi al domani, perché le maturazioni sono sempre graduali. Il sedicente R. Bigai Rincara: «Forse le recensioni mi hanno fuorviato. Nutrivo aspettative alte per questo romanzo e invece mi sono trovata tra le mani una copia mal riuscita de “La vita bugiarda degli adulti” della Ferrante» (vedasi il richiamo precedente alla miniera d’oro). E, per concludere in bellezza, ecco l’esilarante resoconto di “Stefania”: «“È arrivato il libro tutto sporco e appiccicoso di scotch. Non faccio una bella figura a Natale visto che è un regalo e non ho tempo per il reso». Una piccola tragedia, ne conveniamo.

Ecco, questa è una minuscola fotografia del mondo librario secondo Amazon. Deprimente, se vogliamo, perché viene strumentalizzato dall’editoria “che conta” in modo ingenuamente becero, come se i lettori fossero tutti stupidi. Quasi allo stesso livello dell’IAIC, l’Incensamento Autoriale Incrociato e Circolare, la prassi che rappresenta uno dei pilastri della promozione endogamica esercitata dall’editoria italiana. Anche senza legami di sangue, chi entra nella struttura e riesce a rimanerci diventa fatalmente figlio, fratello, nipote, figlia, sorella, patrigno, matrigna, padrino, madrina, cugino, cugina, parente e affine di vario grado, in un circuito amorale che mai potrà prescindere dalle aspettative della famiglia di appartenenza. È il business, bellezza, verrebbe da aggiungere: il grande truogolo dove mangiano gli autori di grido, la specie protetta che fatalmente produce omologazione e s’inquadra in gerarchie e prescrizioni, nella fatale lotteria del successo.

Paolo Ferrucci

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