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Opportunista, scaltro, geniale. Elogio di Giuseppe Tucci, il nostro Indiana Jones tra Tibet, Afghanistan e Oriente estremo

Ho letto con molta fatica la tesi di dottorato di Alice Crisanti (Giuseppe Tucci. Una biografia, Ed. Unicopli, 2020), un testo assolutamente arido dove l’esperienza e l’importanza del protagonista non viene raccontata – non dovrebbe essere anche questo il compito di una biografia? – soffocata da un’asettica mole di notizie e di informazioni burocratiche. Già risapute perché date con puntualità scientifica nella biografia completa già esistente, L’esploratore del Duce (Milano, 3a ed. 2016).

Niente a che vedere con la ricostruzione della vita e dell’attività dell’uomo, che fu un vero Indiana Jones italiano. E un gigante della track II diplomacy in Tibet, India, Nepal, Afghanistan, Pakistan, Iran e Giappone con il suo prestigio internazionale, il suo carisma e la sua autorevolezza – perché «La diplomazia culturale cerca di impressionare, di dare un’immagine favorevole»  (J. M. Mitchell, International Cultural Relations, 1986) –, di eccezionale cultura, talento linguistico e sfrenata ambizione, accentratore di potere e di fondi, manipolatore e abilissimo a soppiantare l’economista B. K. Sarkar in qualità di direttore dell’Istituto Italiano per il Medio ed Estremo Oriente, fondato da Mussolini nel 1933 come Ente morale sotto la presidenza di Giovanni Gentile, patronus del Nostro per 27 anni.

Niente degli ambienti in cui si era trovato a vivere, studiare, insegnare, viaggiare, esplorare.

Niente contestualizzazione storica e scientifica, come l’aiuto concreto a più riprese del Duce, sempre mediato da Gentile, perché protagonista dei suoi sogni di espansione in India, indispensabile per un gigante intellettuale che ha vissuto e operato in due periodi chiave della nostra storia, il Fascismo e gli Anni di piombo.

Una biografia che non è una biografia, quindi. Una scienza che non è una scienza, perché l’Autrice omette molte altre cose essenziali quali la cronologia di Tucci, la sua ricchissima bibliografia (forse perché già ampliata ed elencata ne L’esploratore?), la bibliografia generale.

E soprattutto perché è un elenco di well known facts, accompagnato da una scrittura arida, pedante, scolastica, autocelebrativa, noiosa, pomposa, stuprata da interminabili citazioni, a volta pagine intere interrotte solo da brevi canovacci di testi per raffazzonare insieme le parti del discorso. Per esempio, tra i tanti che si potrebbero fare, all’inizio della seconda metà di pagina 343 parte una chilometrica citazione che, senza soluzione di continuità, si conclude a metà di pagina 347.

Ma una biografia dovrebbe essere ben altro. Dovrebbe affidare la descrizione del personaggio e del suo mondo alla capacità dell’autore di descrivere, interpretare, raccontare, evocare quello che deve essere narrato e non affidarsi a un’asfittica serie di citazioni che lasciano il tempo che trovano e per le quali è senz’altro meglio leggere uno degli oltre 300 testi originali di Tucci stesso – sia quelli scientifici, sia quelli più descrittivi.

Quello che rende il testo assolutamente indigesto poi è un delirio di note ancor più chilometriche delle citazioni. Anche qui pagine intere in cui poche righe di testo affogano in decine di righe di note (vedi da p. 246 a p. 252). Sembra un compito scritto sotto dettatura in cui quello che veramente importa è lo sfoggio di una conoscenza libresca di dati e fonti già note che però non si invera in un discorso in cui riesca ad emergere sia l’anima dell’oggetto descritto, sia quella dell’io narrante, né tantomeno della storia narrata.

Tucci è stato un protagonista della Storia. Grazie a lui l’Italia ha stabilito i primi rapporti culturali con l’India, con il Nepal e con il Giappone e nel 1937 è entrata come firmataria originale nel Patto Anticomintern. Un accordo che ha cambiato il corso del mondo, dei rapporti internazionali e della vita quotidiana di tutti, che ha cambiato il corso della Storia perché prodromo di altri accordi e disaccordi, seguiti a cascata, che hanno portato alla Seconda guerra mondiale. Dove sta tutto questo?

Alla fine degli anni Trenta il Nostro fu la punta di diamante della politica di propaganda in Asia, tanto che la sua forte azione culturale fu lo strumento che accompagnò, e talvolta precedette, la diplomazia ufficiale. Dotò l’Italia della prima Biblioteca di studi orientali e fondò il primo Museo nazionale d’arte orientale, ora a lui intitolato, per mettere l’Italia alla pari con le altre nazioni europee, per realizzare l’ambizione primaria di Mussolini: fare dell’Italia una Grande potenza. E per lo stesso motivo negli anni Cinquanta dette inizio all’archeologia italiana in Asia, una disciplina che amava molto perché univa lo studio teorico alla pratica sul campo.

Difficilmente possiamo immaginare una vita più appassionante di quella di Giuseppe Tucci, uomo dottissimo e avventuroso, che viaggiò in lungo e in largo per l’Asia centrale e meridionale, a Lhasa fu ospite del Dalai Lama Tenzin Gyatso quando questa era la mitica città proibita, affrontò le paludi e le giungle del Nepal pullulante di fiere pericolose e interdetto agli stranieri, andò nelle pianure del Gange e si inginocchiò dove solo i locali si inginocchiavano. Ebbe rapporti decennali e non sempre disinteressati, ma talvolta per conto del Duce, con Gandhi, Pandit Nehru, Indira Gandhi, Fosco Maraini, Subhas Chandra Bose, Aldo Capitini, Surendra Nath Dasgupta, Mircea Eliade, Julius Evola, Karl Haushofer, Prassitele Piccinini, Pio Filippani Ronconi, Mario Carelli, Dilli R. Regmi, Rishikesh Shaha, il Precettore Reale del Nepal Hem Raj Sharma (chiamato guruju in nepali, non guruji come ha scritto l’Autrice, che è hindi!), il Wali del Pakistan, gli ambasciatori dell’Impero del Sol levante e altri, in Europa e in Asia, che ebbero un peso non indifferente nel dibattito culturale del tempo e, in molti casi, furono anche protagonisti del dibattito politico e religioso.

Tucci ha fatto conoscere meglio al mondo le più grandi religioni asiatiche, specie il buddhismo tibetano o Vajrayana; con le sue edizioni critiche e le traduzioni originali di preziosi testi in sanscrito e in tibetano e la ricostruzione storica di principati e dinastie è stato uno dei pionieri dello studio scientifico dell’Asia. Con le sue leggendarie esplorazioni ha aperto la strada di questi paesi ai geografi, ai viaggiatori e ai visitatori. È stato uno dei primi occidentali al mondo a esplorare e far conoscere il Paese delle nevi. Ha ricostruito la toponomastica delle regioni dell’Himalaya basandosi sui testi e sui racconti degli abitanti. In Nepal ha riscoperto le vestigia della civiltà dei Malla che si credevano perse. Grazie alle missioni archeologiche e alle opere di conservazione e restauro in Iran, Pakistan e Afghanistan, che ha iniziato e promosso, l’Italia ha conquistato a livello internazionale un posto di primissimo piano nella scoperta, ricostruzione e preservazione di antiche civiltà. Ha intessuto relazioni diplomatiche privilegiate con il Giappone dal 1936, con il Pakistan per gli scavi nella Valle dello Swat, con il Nepal, con cui prima di lui non c’erano relazioni ufficiali, anche se il piccolo paese incastonato fra i monti non è mai stato parte dell’Impero britannico. Tucci è stato un pioniere, un esploratore, uno scalatore di vette reali e simboliche.

Seguendo la scia del suo professore di sanscrito Carlo Formichi, che lo volle al suo fianco e grazie al quale a Roma aveva conosciuto il Nobel Tagore, nel 1925 fu invitato come Lettore di Lingua e cultura italiana nella università internazionale del poeta, a Śāntiniketan, nel Bengala occidentale. E in India rimase con una breve interruzione per oltre cinque anni, intessendo relazioni culturali che furono utilissime a lui e all’Italia – perché, come disse Formichi, professore di sanscrito alla R. Università di Roma e consigliere di Mussolini negli anni Venti per le questioni riguardanti l’India, «la cultura è il miglior mezzo per aprire la strada agli accordi diplomatici, politici ed economici».

Tucci ha svecchiato il metodo di studio delle lingue asiatiche con una comprensione di prima mano, fatta sul campo, della cultura espressa in quelle lingue, e ha usato la sua formidabile conoscenza del sanscrito, del tibetano, del cinese, del pāli e di molte altre lingue orientali come l’ebraico, il bangla, l’hindi, il nepali, l’urdu, l’iranico, il pashtu, il mongolo e altre ancora, per comprendere le civiltà antiche, arricchendo, con l’ausilio di varie discipline incrociate come la filologia, la storia, l’iconografia, l’archeologia, l’antropologia, l’epigrafia, la toponomastica, la geografia, e altre, il patrimonio di conoscenze dell’umanità, unito a una conoscenza di prima mano delle aree studiate.

AI suoi tempi, Tucci visse nel 1894-1984, in Italia il Nepal era un paese misterioso e un museo a cielo aperto per la cultura induista e buddhista; il Tibet era un paese proibito e favolistico, il paese di ShangriLa sede dell’inaccessibile Potala e del magico Dalai Lama; l’India era conosciuta essenzialmente attraverso la voce potente dei giornalisti e i politici del British Raj e dei missionari cristiani. In questi paesi Tucci andò per decenni, percorrendo le pericolose mulattiere, gli aridi altopiani e le vette innevate in carovana, andando a piedi, sugli asini o sui cavalli e vivendo in tenda, spesso con le sue due ultime mogli, Giulia Nuvoloni e Francesca Bonardi. Fu uno dei primi buddhisti occidentali e fu uno dei primi ecologisti, se così si può dire, sempre sopraffatto dalla natura intatta che incontrava. Scriveva nel 1960 in Nepal. Alla scoperta dei Malla:

“Concludiamo: l’esplorazione nello spazio si è trasformata in un’esplorazione nel tempo. Risorge un impero che, per l’unica volta a nostra conoscenza, unì province tibetane a province indiane sotto il duplice vessillo dell’Induismo. Abbiamo visto che i suoi fondatori risalirono il corso dei fiumi sacri che scendono ad alimentare il Gange e poi si fermarono sulle rive del lago di Brahma e presso le pendici del monte di Sciva, il Manasarovar ed il Cailasa, dove oggi come allora convengono, da tutte le parti dell’Asia, i pellegrini per supplicare, in quella bellezza assoluta, le divinità inaccessibili. Nel 1931, continuando le esplorazioni transimalaiane intraprese nel 1926, traevo alla luce della storia gli avvenimenti del Tibet occidentale, narrati dai templi: ora quasi a conclusione di oltre trenta anni di viaggi, percorsi a piedi più di 20.000 chilometri sul Tetto del Mondo, dopo aver attraversato e solcato in tutti i sensi l’Imalaia ed aver lasciato più volte alle spalle le sue vette più alte, ecco l’anello chiudersi quasi lì dove aveva cominciato a svolgersi, a poca distanza dal medesimo lago e dalla medesima montagna che videro me pure, (quando avvolti di luminosa trasparenza, per la prima volta mi apparvero), inconsapevolmente insieme con i pellegrini genuflesso; perché nei silenziosi incontri della natura io avverto irresistibile una presenza che mi umilia e mi esalta”.

Tucci non si occupò solo di induismo, buddhismo e bon, la religione preesistente del Tibet, ma si occupò anche della cultura islamica. Dopo un’esplorazione preliminare compiuta nel 1956, dall’estate del 1957 al 1964 la missione archeologica italiana dell’IsMEO, sotto la sua sovrintendenza, scavò a Ghazni, in Afghanistan orientale, durante il periodo di stabilità e relativa democrazia di re Zahir Shah. La città fu un fiorente centro buddhista prima e durante il VII secolo. Quando gli eserciti arabi cercarono di conquistarla, le tribù locali resistettero fieramente. Dopo vari tentativi di conquista nel 1151 la capitale fu rasa al suolo da Ghorid Alauddin, della dinastia islamica sunnita dei Ghurid. Risorse dalle ceneri ma solo per essere devastata di nuovo, e definitivamente, da Gengis Khan e dalle sue orde di mongoli nel 1221. Ghazni era quindi ricchissima di molti strati di diverse civiltà che dovevano essere riportate alla luce, a partire da quella greca, o meglio greco-romana, di Alessandro il conquistatore. Tucci e il giovane archeologo Umberto Scerrato cominciarono gli scavi presso il palazzo del sultano Mas‘ud III. Il re Zahir Shah diede tutta l’assistenza possibile all’IsMEO, collaborando per creare il Museo di arte islamica, ricavato in un palazzo costruito nel X–XVI secolo e restaurato a cura dell’istituto. Fu inaugurato dalla missione italiana nel 1966. Dal 1960 all’attività archeologica si unì quella di restauro e conservazione dei monumenti, con interventi a Kabul e Ghazni. Il programma di restauri dell’IsMEO includeva la moschea degli Shah a Kabul (1964–66) e gli scavi esplorativi di Tapa Sardar a Ghazni (1959–62), che portarono alla luce un complesso buddhista ricchissimo di ceramiche, statue e pitture.

Nel 1978, con l’assassinio di Mohammed Daoud Khan, che nel 1973 aveva sostituito il re Zahir Shah con un colpo di stato pacifico, il lavoro di scavo dovette essere interrotto. Durante l’invasione sovietica e la guerra civile afghana il palazzo subì gravi danni. I successivi scempi dei talebani vanificarono il lavoro dell’IsMEO fino al 2002, quando è ripresa la missione culturale italiana con l’allestimento, a Kabul, di un laboratorio per la ricomposizione, la catalogazione e il restauro dei reperti presenti nel Museo archeologico della capitale e con il riavvio degli scavi. Nel 2005 un sopralluogo della Società per la preservazione del patrimonio culturale afghano riportò che il sito era completamente distrutto. I due maggiori interventi italiani, legati anche all’impegno dell’Unesco, sono stati quelli destinati al restauro dei minareti di Jam e Herat e alla riapertura del museo di Ghazni. Nei dintorni della città verrà anche riaperto il Museo di arte islamica e sarà riattivato quel Museo di arte pre-islamica creato dalla missione italiana nella seconda metà degli anni Settanta. Nel 1956 Tucci aveva dato inizio agli scavi veri e propri nella valle dello Swat, che fu uno stato indipendente dell’India, e poi del Pakistan, e li seguì fino al 1969.

I lavori che ha ideato, organizzato e diretto e gli accordi che ha stretto con vari stati asiatici sono fioriti e hanno dato frutti per molti decenni a venire dopo di lui e in molti casi sono ancora esistenti. La maggior parte delle sue opere sono tuttora scientificamente valide e alcune di queste sono uno strumento indispensabile per chi voglia dedicarsi alla tibetologia, all’indologia, alla sinologia e alla storia dei paesi dell’Himalaya.

È grazie alla sua prodigiosa cultura e al suo talento linguistico, unito a modi abili, svelti e scaltri, da uomo di mondo che era a suo agio ovunque e con chiunque, che fu benvoluto in tutti gli ambienti che contavano in Europa e in Asia e fu in grado di svolgere da solo il delicatissimo compito di fondare insegnamenti di cultura italiana in India e in Giappone negli Venti e Trenta e di svolgere un’importante opera di propaganda. Con la sua opera ha spalancato le porte dell’Asia non solo agli scienziati, ma ai viaggiatori di tutto il mondo. Con le sue opere scientifiche e divulgative ci ha regalato, anche nei racconti più semplici e brevi, l’esaltante esperienza dell’incontro autentico e diretto dell’uomo con la natura, con l’Altro, con l’Oriente vissuto in prima persona.

Ma perché affrontava per mesi viaggi così affascinanti e proficui ma tanto scomodi e rischiosi, in tenda, in carovana, con pochi compagni italiani, fra cui spesso la seconda e la terza moglie, un lama, una guida e decine di portatori locali, che valicavano passi ghiacciati, percorrevano terreni brulli, attraversavano giungle, paludi malsane e paesini sperduti? In fondo, in patria era già un potente professore, dal 1929 era un membro della Reale Accademia d’Italia in marsina e feluca e si stava conquistando una solida fama fra gli studiosi di mezzo mondo, era un protégé di Formichi e di Gentile e anche il Duce, al quale tuttavia non era simpatico, doveva accettare i suoi servigi. Perché? Per amore della scoperta, per sete di conoscenza, perché i paesi dell’Himalaya costituivano ancora una miniera di tesori quasi inesplorata. Le sue non erano solo spedizioni, erano cacce al tesoro in grande stile. Portò in Italia, comprati, trafugati o ottenuti con l’inganno e qualche volta regalategli, thangkha, manoscritti, xilografie, statue, libri antichi, reperti buddhisti, induisti e bon, manufatti di pregio.

Tucci fu un cacciatore di tesori che inseguiva nuove vette da conquistare: la fama all’estero e i beni da riportare in patria, che inizialmente teneva in casa ma che poi donò all’Italia, fondando una delle più ampie biblioteche orientali del mondo e il museo. Fu protetto anche dal padre della seconda moglie, il potente Luigi Nuvoloni, direttore della Questura.

E con l’età, Tucci si permise di rivelare sempre più la vera molla delle sue scorribande, quella che lo distinse dalla gran massa degli studiosi del tempo e che lo avvicina ai grandi condottieri, studiosi, filosofi e artisti di sempre. Non un’arida scienza, pedante e ripiegata su sé stessa, ma una scienza gioiosa, feconda, dinamica e piena di vita perché attingeva al fattore decisivo della ricerca compiuta ai più alti livelli: la fonte zampillante e per lui inesauribile della curiosità, della scoperta, compiuta con la mente e con il corpo, per conoscere e spostare oltre la siepe i confini della conoscenza e per rendere l’Italia un paese culturalmente alla pari degli altri grandi paesi occidentali. Per fare quello che voleva il Duce: squarciare l’involucro in cui amava «rinchiudersi e rimpiccinirsi la modesta Italietta provinciale di una volta», come disse Gentile nel discorso che tenne a Milano il 14 febbraio 1937, in occasione dell’inaugurazione del Comitato lombardo per il Medio ed Estremo Oriente, un distaccamento dell’IsMEO, per «guardare all’Asia più lontana». Anticipò a livello culturale quello che Dino Grandi, Sottosegretario del Ministero degli Esteri e poi ministro (1929-1932), parlando di dare un respiro più ampio alla politica, chiamò «il senso del mondo». Perché, con le parole di Tucci, «anche gli studi sono un’avventura che dura tutta la vita, un pellegrinaggio continuo ed attento, compiuto dall’intelligenza sempre curiosa e mai soddisfatta» (La via dello Swat, 1963).

La scienza, il senso del mondo, l’avventura spinta agli estremi limiti. Tucci mise piede là dove nessuno era riuscito mai a mettere piede. Ecco, l’io narrante dovrebbe tenere il filo di questa storia, regalare i suoi occhi e il suo cervello a quelli del lettore-spettatore per seguire il protagonista lungo i labirinti, i crinali, le linee degli orizzonti di una vita così ricca, così avventurosa, così proficua per le generazioni a venire. Dato il ruolo di Tucci, vero protagonista della politica culturale fascista in Asia, l’io narrante dovrebbe contestualizzare la storia del singolo nel flusso della storia mondiale, quella con la S maiuscola.

Invece in questa narrazione non ci sono né occhi né cervello. Dalla lettura di questo libro se ne uscirà, ammesso che si riesca a completarne la lettura, sommersi da una mole di astratte, ridondanti e note informazioni ma sideralmente lontani dall’aver compreso chi realmente sia stato questo studioso, che ruolo ha avuto nella costruzione della politica culturale fascista e repubblicana, grazie all’altro suo potente patronus per quasi tre decadi, Giulio Andreotti, e ai rapporti decennali con pandit, lama – fra cui il Dalai Lama –, santoni venerati, studiosi di rango internazionale, capi di stato, politici e ambasciatori di mezzo mondo. E non si capirà quale fosse il senso autentico della sua passione, ispiratagli da Alessandro il Macedone sin dal liceo. «Io vedevo in Alessandro il primo uomo dell’Occidente nel quale alla determinazione del conquistatore dovette certo dare stimolo, vuoi pure inconsapevole, il medesimo fascino dell’Oriente che anche in me allora ardeva» (G. Tucci, La via dello Swat, 1963).

E non una parola sulla documentata appartenenza al Grande Oriente d’Italia. Né sul ruolo da lui avuto nella costruzione della “politica giapponese” di Mussolini, facendo leva sulla sua “nippofilia” – come disse Renzo de Felice – prima ancora che sulle esigenze diplomatiche e politiche.

Più che una biografia, questo libro è un interminabile necrologio. Inutile dal punto di vista scientifico, indigeribile come storia. Viene il sospetto che sia stato scritto per rispondere a due esigenze: denigrare senza alcuna scientificità l’unico lavoro esistente su Tucci, apprezzato da intellettuali quali Franco Cardini, Francesco Perfetti, Hervé A. Cavallera, Sergio Romano, Emilio Gentile (pp. 8 e 404), e riabilitare Tucci a livello politico.

L’Autrice si duole che per il carteggio Tucci-Andreotti sia dovuta ricorrere a L’esploratore del Duce, in cui è riportato per intero, e dice di aspettare che l’Istituto Luigi Sturzo lo metta a sua disposizione, asserendo di averne parlato con il senatore. A me invece duole ricordare che, come è scritto, lo posseggo in originale e per intero e che mi fu spedito da Andreotti nel 1999 insieme ad alcuni biglietti commemorativi e buste originali a cura del governo dell’India stampate in occasione della sua scomparsa, e il “Ricordo di Giuseppe Tucci” del senatore stesso del 26 giugno 1993. E mi duole anche ricordare che nell’anno in cui l’Autrice asserisce di aver parlato con Andreotti già lui non rispondeva più, né per scritto né a voce, perché gravemente malato, e dubito che la sua decennale e severa segretaria si fosse scordata di non essere più in possesso del faldone.

Nell’introduzione e nel capitolo “La guerra e l’epurazione” si asserisce che dall’8 settembre 1943 Tucci sia stato in realtà un informatore del movimento antifascista clandestino, basandosi sul suo memoriale di autodifesa per la commissione sull’epurazione. Cosa che, se fosse vera, non aiuterebbe di certo la pur poca simpatia che generalmente si prova per un delatore. Tra l’altro, non ho trovato nessun accenno a questa sua attività nel suo memoriale, in cui per la Commissione centrale per l’Epurazione del personale universitario Tucci scrive solo una vibrante autodifesa dell’assegnazione senza concorso, grazie a Giovanni Gentile e al fatto che non c’erano altri esperti in Italia, della cattedra di Lingua e Cultura cinese presso l’allora Istituto di Studi Orientali di Napoli, cercando di dimostrare di averla avuta per chiara fama e non per appoggi politici. Non che fosse mai andato a insegnare, beninteso, troppo impegnato nelle missioni all’estero, tanto che solo grazie a Gentile riuscì dopo un anno ad andarsene da quell’ambiente «a me ostile», e con buona ragione, perché accettò l’incarico solo a condizione di essere equiparato in tutto e per tutto a un professore ordinario e di impiegare un madrelingua cinese che insegnasse al posto suo, costringendo quindi la facoltà a pagare due stipendi.

Tucci fu sospeso dell’ufficio a decorrere dal 1° agosto 1944. Fu prosciolto da ogni addebito dopo un anno e mezzo e sette giorni e l’8 gennaio 1946 fu riassunto a servizio attivo. Non per niente gli storici parlano, nella Pubblica amministrazione, di «epurazione mancata», un leit motiv ricorrente accompagnato per lo più dalla constatazione che, anche rispetto alla defascistizzazione, furono colpiti solo i “pesci piccoli” (come in P. Allotti, «Studi recenti sull’epurazione nel secondo dopoguerra», in Mondo contemporaneo: rivista di storia, 2008; L. D’Angelo, I socialisti e la defascistizzazione mancata, Milano, 1997; M. Minetti, L’epurazione nella pubblica amministrazione tra 1943 e 1948, tesi di laurea, Università La Sapienza di Roma, a. a. 2000–2001). Il solo punto originale della tesi dell’Autrice, il collaborazionismo antifascista di Tucci, non è dimostrato.

Mancano, insomma, le basi metolodogiche della ricostruzione storica: la memorialistica, si sa, è spesso una «fabula ficta et simulata» (E. D. Rienzo, Ciano, 2018) – si vedano le memorie di Grandi, di Bottai, di Badoglio, ecc., in cui i protagonisti «[…] hanno dato alle stampe la loro versione degli avvenimenti di quel periodo, spesso più con l’intento di autodifendersi […] che di portare un contributo all’accertamento della verità» (E. Aga-Rossi, L’inganno reciproco, L’armistizio tra l’Italia e gli anglo-americani del settembre 1943, 1993). L’attività di propagatore e rappresentante del fascismo all’estero di Tucci è indubbia. Il suo impegno antifascista dopo l’8 settembre no.

Eppure, lo psicologo junghiano ebreo tedesco Ernst Bernhard, che credeva nella reincarnazione, aveva conoscenze di studi buddhisti e confuciani e lavorava contemplando la statua del Buddha sul suo tavolo di lavoro, scrive, commentando un sogno fatto l’11 ottobre 1935, che quando era internato in un campo in Calabria, nel 1940-41, deve a Tucci il fatto di non essere stato deportato nei campi nazisti, ma che gli fosse stato permesso di tornare a Roma e vivere nascosto in casa: «Che io stesso non sia stato prelevato dal campo d’internamento e deportato in Polonia, ma che potessi uscire dal campo e tornare nella mia abitazione e viverci nascosto, lo devo al celebre indologo italiano Giuseppe Tucci, che aveva saputo di me attraverso pazienti e ottenne la mia liberazione. Il sogno dice con precisione: un italiano con un viso di indiano. Ma il sogno ha un significato più profondo, ed è veramente legato a quello precedente. Dopo aver perduto i miei genitori, dopo essermi impiccato ed essere morto, vengo dunque salvato da un italiano dal viso di indiano. Questo potrebbe significare che il mio ciclo karmico ebraico si sia esaurito con le persecuzioni di Hitler, che io, per così dire, sopravviva o meglio rinasca – è un sogno di rinascita – e cioè sia rigenerato, allattato da questo italiano e indiano». (E. Bernhard, Mitobiografia. Pensieri e sogni fondamentali di una guida della coscienza contemporanea, 1977). Nel sogno infatti lo psicologo aveva fame e sete e Tucci tirava fuori per lui dalla tasca interna della giacca un pezzo di pane e una bottiglietta con del latte. Tucci che nutre. Questo italiano con il volto di indiano che lo salva. Tucci tutto e l’opposto di tutto.

Sinologo, iranista, indologo, buddhologo, tibetologo, yamatologo, storico e storico delle religioni, etnologo, archeologo, antropologo, geografo, esploratore, “raccoglitore illuminato e felice”, con le parole di un suo brillante allievo, lo storico Luciano Petech, scrittore, docente, accademico d’Italia, promotore di cultura, iniziatore di collane di libri e fondatore di riviste, organizzatore, bibliofilo, collezionista, sovrintendente agli scavi – e che altro? Tucci fu un orientalista nel più ampio senso del termine, anche considerando che nel secolo scorso la conoscenza scientifica del mondo asiatico da parte dell’Occidente era già molto estesa. Possiamo ben dire che fu un umanista a tutto tondo. E non scordiamoci di Tucci tombeur de femmes; e Tucci piccino con chi non riusciva e dominare, come Fosco Maraini e la seconda moglie Giulia Nuvoloni – che sposò probabilmente per opportunismo e alla quale avrebbe voluto negare gli alimenti, lui già assai benestante –; Tucci vile, perché aveva intuito quello che sarebbe successo al suo decennale patronus Gentile e non lo mise in guardia quando gli scrisse l’ultima lettera, eccetto un superficiale consiglio a riguardarsi. Ma Tucci nutritore e dispensatore di vita, Tucci che sugli altopiani del Ladakh piangeva guardando la stellata mentre declamava il Canto notturno di un pastore errante nell’Asia. E Tucci che non sapeva neanche il nome dei portatori della sua carovana che mettevano un piede in fallo e scivolavano nell’oblio. Tucci che ha aperto il campo ai più moderni studi scientifici nel campo dell’antichistica dell’Asia; ma Tucci che ha formato e messo nei posti di potere una stirpe di orientalisti che ha ereditato molti suoi vizi e difetti, anche politici, senza che nessuno di loro riunisse in sé la conoscenza vasta e profonda di tante discipline come lui, la sua statura scientifica internazionale, la sua abilità diplomatica.

Dove sta tutto questo nella biografia della Crisanti?

Tucci da questo libro ne esce sminuito, umiliato, devastato. Lo sconsiglio non solo per non sprecare tempo e denaro in informazioni già scritte ma, soprattutto, per lasciare intatta la grandezza di un personaggio che, pure con le sue note e opportunistiche ombre, è stato uno dei più grandi studiosi ed esploratori dell’Oriente che la cultura – mondiale, ça va sans dire – abbia avuto.

Enrica Garzilli

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