19 Dicembre 2024

“Mi innamorai e mio padre morì annegato”. Elogio di Charles Simmons, uno scrittore per pochi

Una volta tanto, cerchiamo di non parlare troppo male dei grandi editori. C’era, nei bei tempi andati, anche qualche iniziativa di un certo rilievo, assolutamente commendevole. Per fare un esempio, nella prima decade del nuovo millennio l’editore Rizzoli aveva messo insieme una bella collana (Scrittori Contemporanei Original) che permise a giovani e meno giovani lettori di accorgersi dell’esistenza di autori mai posti in primo piano e sotto le luci dei riflettori, ma di indubbio fascino. Scrittori per scrittori, ovvero writers’ writers, come chiosò Henry James nella sua famosa definizione di Flaubert, ma anche per lettori accorti ed esigenti: perché ciò che entusiasma e affascina i colleghi autori non di rado ha un suo appeal anche per i lettori più avvertiti, per coloro che non scrivono (o non necessariamente) ma in compenso molto leggono. Tra questi scrittori ripescati e meritoriamente proposti al lettore italiano da Rizzoli figuravano, tanto per citare solo qualche nome fra i soli statunitensi e canadesi, James Salter, Maeve Brennan e Mavis Gallant, personaggi che meriterebbero maggiore attenzione e approfondimento.

E rientrava in questo sparuto novero anche Charles Simmons, del quale ricorre quest’anno il centenario della nascita. Nato a Manhattan il 17 agosto 1924, Simmons si laurea alla Columbia University nel 1948 e si lancia poi in un lavorio letterario davvero quotidiano e indefesso. Se è stato un romanziere non troppo prolifico (solo cinque romanzi in tutta la sua lunga vita), ha affiancato a quella creativa, per lunghi anni, l’attività di editor, in particolare per la prestigiosa New York Times Book Review.  È morto il 1° giugno 2017, lasciandoci appunto una sparuta manciata di opere e soprattutto una lezione di stile.

Charles Simmons (1924-2017)

Di Simmons, tra il 2007 e il 2008 Rizzoli pubblicò due romanzi magistrali, Wrinkles (Le pieghe dei giorni), del 1978, nella traduzione di Ada Arduini, e Salt Water (Acqua di mare), del 1999, uscito nella traduzione di Massimo Bocchiola. (Quest’ultimo sarà poi ripubblicato anche da Sur nel 2019 in una nuova traduzione di Tommaso Pincio.)  Restano dunque ancora da tradurre e presentare in italiano gli altri tre romanzi, ovvero il primo, Powdered Eggs (1973) nonché The Belles Lettres Papers (1987) e An Old-Fashioned Darling (1988).

Di questi cinque, quello più riferibile e legato all’esperienza di editor è il romanzo satirico The Belles Lettres Papers: qui Simmons racconta, dal punto di vista di un giovane redattore, Frank Page (e la scelta del cognome, “pagina”, non è certo un caso), tutto ciò che in America ruota intorno a una grande e potente rivista letteraria, una di quelle che nel corso degli anni hanno saputo accrescere a dismisura la loro influenza ed esercitano quindi un potere tirannico tanto sui lettori, quanto sugli autori, avendo tutti i mezzi per decretare il successo o l’insuccesso di un libro. Siamo naturalmente di fronte a un testo carico d’ironia e sarcasmo, ma, al di là dell’ovvio interesse per gli addetti ai lavori (letterari), costituisce anche un atto d’amore inesauribile nei confronti della letteratura.

Il romanzo d’esordio, Powdered Eggs, racconta invece la storia di un aspirante scrittore che accetta ogni tipo di lavoretto pur di accumulare esperienze esistenziali da riversare poi nei suoi (futuri) lavori. Lo accompagniamo nelle sue esperienze erotiche e nella stesura del suo primo romanzo, il cui protagonista, Austin, denota naturalmente tratti autobiografici e consente all’autore una serie di annotazioni autoironiche. Piuttosto esplicito in fatto di sesso e serenamente privo di inibizioni linguistiche, il romanzo fu premiato con il William Faulkner Award e rappresenta un riuscito e divertente ritratto di quell’America degli anni Sessanta in cui tutto sembrava possibile.

Meno riuscito, anche se nella stessa, ben consolidata vena satirica, è invece An Old-Fashioned Darling, il cui protagonista, Ben, è chiamato a sperimentare un nuovo farmaco chiamato Venus, con conseguenze burrascose sulla sua sessualità e una serie di avventure erotiche trattate con umorismo.

Venendo alle opere tradotte, Le pieghe dei giorni ci porta a seguire un’esistenza apparentemente banale, dalle prime esperienze dell’infanzia fino alla prefigurazione della morte. In un gioco di specchi e di rifrazioni, Simmons è dapprima intimamente legato al suo protagonista, poi se ne allontana per seguirne e analizzarne meglio le vicende, in un’ottica sempre lievemente malinconica, ma che non indulge mai a sentimentalismi. Ne deriva quasi una sorta di anti-autobiografia (e perfino di anti-romanzo), scandita da capitoli brevissimi e incisivi. Dal punto di vista stilistico Simmons porta qui a compimento quella che sarà la sua cifra: la volontà e la capacità, cioè, di cavare, di togliere, di concentrarsi sull’essenziale, eliminando dall’espressione tutto ciò che si rivela superfluo.

Quanto ad Acqua di mare – definita di volta in volta dai critici un piccolo capolavoro, un testo-scrigno in cui si esprime una voce delicata ed elegiaca, una gemma dal taglio perfetto –, è la storia di un inusuale triangolo. Il protagonista, il sedicenne Michael, si innamora di Zina, che ha qualche anno più di lui, senza poter immaginare il fatto che Zina, con il suo fascino giovane e irruente, si sia già imposta anche all’attenzione del padre, un agente assicurativo quarantenne, con cui ha cominciato una relazione. Un padre dotato peraltro di notevole fascino, che Michael adora e nei confronti del quale adotta ogni stratagemma per attivare un meccanismo di complicità ed esserne apprezzato.

Sembrerebbe un banale triangolo, ma è tutt’altro proprio in virtù dei sentimenti controversi che uniscono i tre poli della storia e della capacità di Simmons di evocare le emozioni indimenticabili delle estati adolescenziali. Già l’incipit del libro è folgorante:

 “Nell’estate del 1963 io mi innamorai e mio padre morì annegato”.

L’altro protagonista – lo scopriremo presto – è il mare, davvero onnipresente nel libro, che si infrange sulla costa dell’Atlantico invitando a vacanze spensierate, ma che con la sua violenza può trasformarsi al tempo stesso in uno spietato assassino.

In questo libro Simmons porta a perfezione la sua tecnica, che è davvero scultorea, nel senso che, così come uno scultore cava le sue figure da un blocco di marmo, gettando via tutto l’inessenziale, lo scrittore ci risparmia tutto ciò che nel linguaggio quotidiano è frusto e ridondante e opta quindi per frasi brevi, spoglie ma non povere, per riflessioni mai banali o inconcludenti, per dialoghi significativi e sempre a proposito, frutto di un instancabile lavoro di cesello. E se il modello iniziale è senza dubbio, come riconosciuto anche dall’autore, il racconto Primo amore di Turgenev, Simmons si comporta nei suoi confronti come quei poeti – penso fra gli altri al compianto Pietro Tripodo – che a un certo punto decidono non di tradurre, ma di riscrivere i grandi classici da cui sono posseduti, garantendo loro una fedeltà di livello superiore, che passa attraverso l’immedesimazione e l’appropriamento.

Nell’appendice ad Acqua di mare vengono riportati stralci di un’intervista, in cui lo scrittore precisa fra l’altro la portata del suo debito verso Turgenev:

“Per Acqua di mare,” dice infatti Simmons, “Primo amore di Turgenev mi ha fornito una trama che potevo utilizzare, che conoscevo e che trovavo interessante. Penso che vada così per molti scrittori, anche quelli grandissimi, che usano storie già pronte. Lo ha fatto Shakespeare, lo hanno fatto, prima di lui, Eschilo, Sofocle, Euripide”.

Con notevole ironia e understatement Simmons si esprime anche sui limiti dell’autobiografismo (“…un po’ alla volta, mi sono stufato di me come soggetto”) e sulle difficoltà legate all’invenzione:

“È facile inventare episodi fantastici, ma difficile, per me, inventare vicende quotidiane che non siano prese dalla mia esperienza personale, che non siano clichés letterari, e che funzionino bene nella trama generale”.

Di sicuro, qui non c’è alcuna resa ai clichés o ai luoghi comuni: ogni personaggio e ogni situazione sono resi al meglio, con un’attenzione al dettaglio e un collegamento fra i diversi punti nella vicenda (pur nell’apparente ingenuità del racconto di Michael) che appaiono a volte miracolosi.

Alcuni passi dalle pagine finali di Acqua di mare possono fungere da distillato esemplare della prosa sincopata e precisa di Simmons:

“Mr Walton stimava veramente papà, e fece una commemorazione calorosa e sincera. Disse che papà era un uomo affascinante, amato, ammirato, rispettato e così via, e volle raccontare un aneddoto che ne evidenziava anche la grande generosità. A quanto pare, anni prima, Mrs Walton – la bellissima Elaine – aveva deciso di iscriversi alla scuola di Economia e iniziare una seconda carriera professionale, e papà l’aveva invitata due volte la settimana nel suo ufficio per mostrarle come si gestisce in concreto un’azienda. Al nome di Mrs Walton la mamma accanto a me si irrigidì; e dopo la funzione, quando la signora venne a farci le condoglianze, vidi le sue labbra assottigliarsi. (…) La mamma riuscì a trattenere le lacrime fino a quando fu il turno di Zina. Poi qualche cosa dentro di lei cedette. Si abbracciarono e scoppiarono a piangere tutte e due. La mamma non nutriva alcun sospetto su papà e Zina, anzi, Zina le piaceva e per certi aspetti si riconosceva in lei”.

Finiscono più o meno qui tanto il romanzo di formazione, quanto, al contempo, la stessa formazione sentimentale del protagonista, che Michael – e l’autore dietro di lui – sa narrarci con una partecipazione sempre leggermente distaccata e ironica. L’estate del 1963 è del resto quella che precede l’attentato al Presidente Kennedy, ed è stato rilevato da molta critica come il romanzo possa essere interpretato anche come un’allegoria della perdita dell’innocenza da parte dell’intera nazione.

Se poi per finire mi si consente una divagazione per così dire tecnica, è anche un esempio, questo libro, di come l’andamento paratattico, tanto fastidioso in molti dei nostri giovani scrittori, possa invece brillare di luce propria, quando a farsene propugnatore è un grande e appassionato artigiano della prosa.

Raoul Precht

*In copertina: Toni Frissell, “Lady in the Water”, 1947

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