“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Una deriva ‘pop’ investe ormai tutti gli ambiti della cultura, intendendo con tale termine una divulgazione facilona e corriva, l’illusione creata ad arte di fornire facili scorciatoie nell’accesso a un ‘sapere’ che richiede invece erte ascensioni e diuturne fatiche. Tutto facile, tutto accessibile ed ‘essoterico’ e il semplice sospetto di dover sudare per conquistare il frutto della conoscenza è visto oggi come una forma di elitarismo quasi reazionario.
Già avevamo dato vita a una lamentazione contro l’abuso della “pop filosofia” e il capovolgersi di un assunto buono e, anzi, potenzialmente sacrosanto, in un buttare tutto in vacca dispensando vuote formulette agganciate ai trend del momento e strizzando furbescamente l’occhio anche ai gusti peggiori del pubblico. L’appiattimento sistematico verso il basso di ogni strumento conoscitivo va a braccetto con i social e con la tendenza a cavalcare a ogni costo la tigre della modernità.
Quelli che sono strumenti in sé del tutto neutri come i social vengono piegati per finalità per lo più mercantili a canali per la divulgazione semplificatoria e semplicistica di cose talvolta anche molto complesse.
Anche il mondo del libro antico non si è sottratto a questa dissenteria mediatica e al facile miraggio di una divulgazione approssimativa. Il più popolare influencer del libro antico che vanti ora l’Italia, il torinese Luca Cena, divenuto quasi una Chiara Ferragni dell’antiquariato, si è sbizzarrito negli ultimi anni in un profluvio di video su Instagram, TikTok e altro social in cui, con fiction create ad arte, si assiste ai più improbabili repêchages di tesori bibliofili dimenticati in polverosi scantinati o dirute soffitte e restituiti a nuova vita come diamanti scovati in mezzo alla discarica di qualche favela latinoamericana.
I video in questione vengono perfettamente incontro al Zeitgeist odierno, al bisogno di una comunicazione rapida e immediata e alla demagogica concessione per cui la conoscenza è accessibile a tutti come una zuppa istantanea in cui basta soltanto versare dell’acqua bollente.
L’esaurirsi dei video postati sui social in un circolo liquido e per sua natura impermanente è dettato dalla natura stessa di questa esperienza, destinata a non lasciare traccia duratura e a formare semmai unicamente stuoli di followers e di groupies inneggianti all’influencer di turno, che si occupi di libri antichi, di cappotti per cani o di lingerie. Le dolenti note arrivano quando gli influencer di turno cercano di travalicare i naturali confini del loro grado di comunicazione per pervenire a esiti più complessi e articolati e destinati invece, ahimé, a lasciare una traccia permanente come avviene con la carta stampata.
In questo Luca Cena ha compiuto un’opera meritoria e la parte puramente storica e documentale del libro è informata e ineccepibile e non possiamo che avere parole di lode per questo tentativo.
Per giunta la scorrevolezza del testo raggiunge in pieno in quelle parti il proprio obiettivo. Il profano che voglia per la prima volta avere un’infarinatura sulla bibliofilia e la storia della stampa non può certo ricorrere ai saggi raffinatissimi e più che secolari di Octave Uzanne e di Huysmans, impareggiabili frequentatori dei bouquinistes dei lungo Senna parigini, e nemmeno, fra le fatiche italiche in merito, agli scritti di un Tammaro de Marinis, di un Gino Doria (autore persino del Sogno di un bibliofilo), o alle divagazioni bibliofile de La Memoria vegetale di Umberto Eco, tutte produzioni destinate a un pubblico già iniziato e profondamente addentro in tale ambito. Viene perciò da salutare con plauso e contentezza che un antiquario si sia accinto per primo tra noi a una tale impresa, evitando le insidie dello specialismo imbalsamato.
Purtroppo a viziare il libro di Cena è la continua interferenza dell’Io, del “Moi haissable” pascaliano che continuamente fa capolino in queste pagine viziando e snaturando quel che doveva essere puramente una garbata conversazione sul tema del libro antico.
Non tutti gli amanti del libro sono in senso proprio “bibliofili”.
Vi sono molti lettori che, giustamente, compiono un puro atto di appropriazione gnoseologica dell’oggetto libro trascurando del tutto la componente editoriale, fisica e sensoriale del volume in questione. La bibliofilia, spesso schizofrenicamente dissociata dalla conoscenza del testo e limitata a un feticismo totemico, presuppone comunque un grado aggiuntivo di esperienza: la voluttà propriamente fisica del contatto con il libro, la spasmodica ricerca con fibrillazione da febbre dell’oro del Klondyke di Zio Paperone dell’edizione, della legatura, della copia autografata o in qualche modo personalizzata e unica.
Voluttà riservata agli iniziati di tale culto e mirabilmente descritta da Anatole France, altro instante flâneur dei quais parigini, e prima ancora da Victor Hugo, nello straziante racconto nei Misérables del progressivo accumulare da parte di papà Mabeuf dei suoi tesori bibliofili, seguito dalla spinta inversa della forzosa e straziante liberazione da quelle meraviglie per ragioni di sostentamento economico.
Il cacciatore di libri ancora maculato dal vizio impunito di un romanticismo fuori tempo massimo difficilmente cercherà il tomo agognato su internet e solo in certi casi si indirizzerà alle costosissime fiere antiquarie internazionali dove i libri si raggelano in una fissità cadaverica, divenendo freddi oggetti di lusso. Quel romanticismo traghetterà semmai il bibliofilo verso i più slabbrati e frananti mercati delle pulci o verso i bouquinistes parigini, navicelle del sapere ancorate ai parapetti della Senna, o, al massimo, in fiere più ruspanti e vitali come quella incantevole che a ogni inizio giugno brulica, sempre a Parigi, in Place Saint Sulpice.
Torniamo a bomba dopo aver divagato.
Cena non narra né pretende di narrare nessuno di questi palpiti, nessuna di queste proustiane “intermittences du coeur” di cui vive fra soprassalti e anamnesi il bibliofilo. Più pianamente egli vuole renderci accessibile ciò che è in qualche modo esoterico e, nel farlo, proietta appunto con invadenza continua ed eccessiva il proprio Io autoriferito su ogni cosa. “Vivo la mia vita cercando di parlare poco di me stesso” dice a un certo punto ma pare che, nello scrivere questo libro, egli sia stato colpito da amnesia riguardo a questo aureo precetto.
L’ipertrofia dell’Io sbuca quasi ad ogni pagina.
A pagina 36: “Viaggiare è sempre stata una mia passione, unirla al lavoro mi sembrava una gran soluzione. Fino a quel momento il viaggio per me significava andare in Asia a mangiare cavallette e dormire in casette di paglia in riva al mare, arrampicarmi sul monte Bromo, il vulcano bianco nel cuore di Giava, percorrere chilometri in furgone nel bush australiano fino ad Ayers Rock. Difficile andare a vendere libri antichi laggiù”.
Egli prende poi a narrare delle sue prime fiere a Londra e all’Armory di New York, dando la stura a pose gladiatorie degne di qualche peplum hollywoodiano: “Ci siamo sentiti come soldati in trincea”; “Alla fine della mostra le nostre vendite furono notevoli, ma se anche avessimo venduto un solo libro sarei tornato comunque a casa orgoglioso e felice di essere sopravvissuto a quel ring”.
La metafora pugilistica del ring ritorna più avanti numerose volte a scanso di qualsiasi senso del ridicolo accanto all’insistenza su come gli si senta “un soldato in missione”.
A pagina 47 narra di sé neonato in carrozzella che dorme nella libreria antiquaria avita e parla della madre come di “una delle donne più amate sulla Terra dopo Madre Teresa di Calcutta” (!). Il nostro biblionauta imprende poi a raccontare le sue scapestraggini da enfant gâté che non si sa per quale ragione debbano interessare i malcapitati lettori che hanno acquistato il grosso tomo per tutt’altre ragioni.
Purtroppo il prosieguo del libro è all’insegna di questo continuo autoincensarsi attraverso aneddoti personali e familiari che finiscono per stravolgere l’oggetto originario del volume e renderlo involontariamente un capolavoro di letteratura umoristica degno di Wodehouse o di Jerome K. Jerome.
Alle pagine 67-68 non disdegna di informarci sui propri tatuaggi, raffiguranti un’ancora aldina, una ruota di bicicletta di Duchamp, una scimmia con un casco spaziale e la sua boxerina Lizzie.
Alle scuole elementari il piccolo Luca Cena attende che la maestra Margherita gli faccia ricopiare le cartine dell’atlante su fogli di carta trasparente e il tutto si tinge di un sapore vagamente deamicisiano, come una riproposizione di Enrico Bottini dinanzi alla maestra dalla penna rossa.
Purtroppo di simili cadute il libro è crivellato e ce ne dispiace perché, se Luca Cena tornasse a stamparlo depurato dai racconti sulla sua persona e sulla sua famiglia ne verrebbe un ottimo e utilissimo libro che colmerebbe finalmente un vuoto inspiegabile nella bibliografia italiana in merito. Tanto più che l’autore dimostra di essere sincero amante dei libri e del loro valore non solo mercantile e dà vita anche a considerazioni acute e intelligenti come quando giustamente condanna il libro come etichettatore sociale e condensa il tutto in un aforisma lapidario e mirabile: “Il libro nasce timido”.
Nella sua asciuttezza questa frase vale più di tanti e tanti scritti superflui e riconsegna il libro al suo primario ed eminente valore di oggetto di conoscenza, di strumento per viaggi immobili le cui mille sfaccettature vanno oltre qualsiasi qualificazione bibliofila.
Il libro nasce timido e dimesso, ottemperando a quella sua fondamentale e spesso dimenticata funzione.
E Cena ha ragione da vendere sottolineando il rapporto intimo e silente che si instaura col libro, rapporto che si irradia sempre dall’ individualità e che presuppone, appunto, il silenzio. E, ancora, dimostra di saper brillare per intelligenza ricordando che “leggere pochi libri non è una colpa, leggerne molti non è un vanto”.
Una mortale stoccata allo snobismo e alla spocchia degli “intellettuali” di professione che hanno finito per l’elevare il libro e le proprie elefantiache biblioteche personali a strumento di elevazione del proprio Ego, a vero e proprio strumento di potere e di sopraffazione, perpetuando così anche a livello simbolico e oggettuale quella divisione castale che molto spesso, a parole, pretendono di combattere.
Alessio Magaddino
*In copertina: Carl Spitzweg, Il topo da biblioteca, 1850 ca.