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“Non so perché ho raccontato questa storia. Avrei potuto raccontarne un’altra”. Il giovane Samuel Beckett, la nascita e lo scandalo dell’uovo

Sembra che la scienza non sia riuscita a fornire una spiegazione plausibile all’esistenza dei fiori. E questo perché l’atto stesso del fiorire, dello splendere in un’acme di apatico stupore, per i divoratori del sapere scientifico, è inutile. Se potessero parlare, nel momento stesso in cui li recidiamo, i fiori direbbero che siamo gli esseri più inutili della Terra, considerato che li usiamo al solo scopo di toglierci dall’imbarazzo per tutte quelle volte in cui siamo stati avidi e spregevoli. Io credo che l’umanità, nella sua incapacità di votarsi all’innocenza, debba ferocemente invidiare due cose alla Natura: il volo libero e incosciente delle farfalle e quell’atto d’amore incondizionato che risponde al nome di ‘cova delle uova’. Non resta che chiedersi il motivo. Forse perché l’essere umano, anche quello riconosciuto come il più buono, genuino, sadicamente vero, non è immune dal provare astio verso il privilegiato di turno o il Vallanzasca in semilibertà che riscuote più rispetto di lui? Al netto della malignità più ferina, il gusto calcolato delle proprie pene, il pallino di sviscerare, come reliquie, i propri tic o altro miserando teatrino di commiserazioni resta una delle più franche attività dell’uomo.

A proposito di tic, nell’introduzione generale all’edizione delle Lettere di Samuel Beckett, edito da Adelphi nel 2017, i curatori delle tante e tante missive scritte dall’autore irlandese, più di quindicimila – lo stesso numero muscoloso di opere realizzate nell’intera vita da Picasso –, sono fermamente convinti nel ritenerle quasi tutte degli importanti atti di scrittura. Persino le ossessive disquisizioni di Beckett sui suoi problemi di salute, dai banali indolenzimenti di piedi, alle bolle e cisti, possiedono rilevanza diretta per il suo lavoro. Possiamo affermare, anzi, che ne facciano parte. La sua scrittura, di fatto, si fa spesso anatomica, come nel racconto Lo sfrattato – nella traduzione di Carlo Cignetti –, in cui l’io narrante, un uomo appena buttato fuori di casa, racconta l’illusoria gloria e la tribolazione nell’atto di rimettersi in cammino verso la vita. “Mi misi in cammino. Che portamento. Rigidezza nelle membra inferiori, come se la natura mi avesse negato le ginocchia, straordinaria divaricazione dei piedi dalle due parti dell’asse della marcia. Il tronco, invece, come per effetto di un meccanismo di compensazione, aveva la mollezza d’un sacco riempito di stracci alla rinfusa e sobbalzava miseramente agli imprevedibili strattoni del bacino. Spesso ho cercato di correggere questi difetti, di correggere il busto, piegare il ginocchio e ricondurre i piedi gli uni dinanzi agli altri, perché ne avevo almeno cinque o sei, ma finiva sempre allo stesso modo, voglio dire con una perdita d’equilibrio, seguita da una caduta”.

La caduta, il vizio dell’errabondo, non per scelta ma per destino. Il tronco e il bacino dell’uomo, qui descritti come forma corporea dal baricentro asimmetrico, recano in sé questa mollezza di sacco, di corpo d’uovo molliccio. È grazie a questo senso di mistero liquido e albuminoso ma al contempo concreto, solido, di guscio di cui è ricca la sua scrittura, che Beckett ci ricorda che “Quello che conta è essere al mondo, poco importa la postura, dal momento che si è in terra”. Poco importa la postura, dal momento che da quando nasciamo siamo destinati a stare in piedi, e a rialzarci dopo ogni nostra caduta, a rinascere, come lo sfrattato, seppure afflitti da una latente nolontà. Ma quante, quante volte, i suoi personaggi fanno i conti con le loro deiezioni, raccontando in forma di epos, di ricordo croccante, la vergogna, o forse l’orgoglio, della propria sudaticcia, fetida intimità che è tutt’uno con il senso sporco di stare al mondo? Come essere appena uscito dalla vagina della gallina e mostrarsi riluttante all’atto dell’incubazione, alla cura genitoriale e a tutto quel mondo confettato, protetto da una sorta di liquido amniotico. “Tutti sono genitori, ecco quel che toglie ogni speranza. Nelle strade frequentate si dovrebbero impiantare delle piste riservate a quegli sporchi esserini, alle loro carrozzine, cerchi, lecca-lecca, monopattini, tricicli, papà, mamma, tata, palloni, tutto il loro sporco paradisino”.

Scrive Paolo Bertinetti nell’introduzione ai Racconti e prose brevi, edito da Einaudi, che nella novella Lo sfrattato c’è verosimilmente l’eco del saggio psicanalitico di Otto Rank, Il trauma della nascita: “l’essere umano viene ‘espulso’ all’atto della nascita e privato di uno stato di benessere perduto per sempre. Nell’opera di Beckett la nascita non rappresenta un ingresso nella vita, ma l’uscita da una condizione di gran lunga preferibile all’esistenza”. Altrettanto illuminanti, a tal proposito, sono le parole dell’io narrante di Lo sfrattato: “Non so perché ho raccontato questa storia. Avrei potuto benissimo raccontarne un’altra”. Chissà cosa ne pensano i millantatori delle recensioni stanziali sui supplementi letterari dei giornali. Chissà cosa ne pensano di questa capacità tutta beckettiana di abortire, di smentire sé stessi, di mutare l’urina e la merda dei vespasiani umani in oro, spregevole qualità di romana reminiscenza. Perché l’uovo, il principium cosmico, prima della resurrezione pasquale, rappresenta la rottura, la rivolta, l’aborto ripugnante, così come evento sacro, misterioso. L’idea del mistero ci rimanda ai misteri eleusini, ai riti demetriaci, legati più all’aldilà che alla vita. È noto che Demetra durante i culti reggeva fasci di grano e baccelli di semi di papavero dalle caratteristiche capsule ovaliformi, promessa divina di fertilità, ma anche medium oppiaceo tra umano e divino. Allo stesso modo ci ricordano la promessa cosmica dell’uovo, gli alabastra, vasi a forma di goccia contenenti liquidi preziosi, legati ai rituali ctoni. Tutto ciò che è terreno aspira al cielo tramite effluvi sacri, e ciò accade attraverso la purezza di goccia, rotondità femminina di mammella.

Il tema della fecondazione e della trasformazione, non più in comunione tra uomo e Dio, trova, in concreto, un parallelo letterario moderno nel romanzo Chichi to ran della scrittrice giapponese Mieko Kawakami, edito di recente da E/O con il titolo Seni e uova. L’uovo, come la fertilità, ha affascinato gli artisti per secoli, con il suo candore e la malia della promessa, tanto che viene da chiederci se essi mirino a rappresentarvi più la fragilità dell’esistenza o il fascino simbolico e propiziatorio della sua forma. Il guscio è puro scalpore, metafora della vita in gabbia, di ciò che è innato, vita che ancora non nasce, che inchioda lo sguardo dell’alectorofobico. Se per De Chirico e Magritte sembra l’estrema chiave di un rebus, un gioco dentro al gioco delle libere associazioni di pensiero, con il beneplacito della psicanalisi, con Dalí assurge a principio metamorfico di tutte le cose, mito rinnovato nel segno adamantino dell’arte. Nulla di perturbante rispetto alla visione del fiammingo Hieronymus Bosch che, nel noto trittico Le tentazioni di Sant’Antonio, datato 1501 circa, e opera di svolta sul piano eretico, raffigura al centro della scena una messa sacrilega, in un tripudio di demoni e mostri, nella quale una sacerdotessa nera regge un vassoio con un rospo che porta in trionfo un uovo, succulento lasciapassare per l’inferno. L’archetipo dimora gli spazi terreni ma non disdegna gli inferi.

Allo scandalo dell’uovo non rimase indifferente Beckett, che nel giugno 1930 compose il poemetto Whoroscope, in occasione di un concorso indetto dalla Hours Press, da lui stesso vinto, in virtù del triviale eloquio sulla richiesta di cottura di un uovo da parte di Cartesio al suo servitore Gillot. Un anno prima lo scrittore di Foxrock era entrato in contatto con James Joyce, al lavoro su La veglia di Finnegan, ultimo romanzo dell’autore, prima del postumo Stephen Hero. I critici sono concordi nel riconoscere nel Beckett ardente delle prose brevi e dei geniali racconti come Dante e l’aragosta, Primo amore e Lo sfrattato, il Beckett più autentico, prima della consacrazione alla gravità esistenziale delle opere teatrali. In tali prose è innegabile il sottile gusto di smascherare usi e costumi della gretta classe borghese irlandese, di donne civettuole, d’io narranti e personaggi disadattati o distanti, per educazione o istinto di ribellione, con tracce debordanti di avversione per qualunque forma di spocchia clericale. Il lieve pessimismo di queste novelle, merlettate di piccoli scandaletti e descrizioni di stati d’animo, ha il suo contrappeso in tracce meteoropatiche di romanticismo nel personaggio di questo sfrattato, nel suo vagare in carrozza alla ricerca di un fine senza alcun fine. Di questo viaggio circolare, apparentemente acronico, lo sfrattato è, forse, il più distaccato cantore. “Il cocchiere mi propose di salire a cassetta, accanto a lui, ma già da qualche momento, visitammo gli indirizzi sottolineati. La breve giornata invernale volgeva al termine. A volte mi sembra che siano le sole giornate che ho conosciuto, e soprattutto quel momento delizioso più di ogni altro, quello che precede l’obliterazione notturna”. Ascoltare quest’io premuroso, che alla fine viene invitato dal cocchiere a passare la notte da lui e la moglie, che fiuta l’antipatia della donna nei suoi confronti, che sceglie di dormire nella rimessa, che non resiste nel suo intento alle proteste del cocchiere e che quasi soffre all’idea di dormire sopra la paglia, sotto gli occhi vigili e giudici del cavallo, ci dà un po’ sui nervi. È la forza centripeta della narrazione beckettiana, quella di entrare, come i grandi maestri del racconto, nella linfa degli stati d’animo umani. Cosa che avviene ab ovo usque ad mala, dal principio alla fine. Un cerchio che non può chiudersi senza richiamare i morti, né senza lasciare che l’autore demiurgo abbandoni del tutto la vita dentro la vita.

“Il cavallo era sempre alla finestra. Ne avevo piene le scatole di quel cavallo. L’alba spuntava appena. Non sapevo dove fossi. Presi la direzione di levante, a occhio e croce, per incontrare la luce al più presto. Avrei desiderato un orizzonte marino, o desertico. Quando sono fuori, la mattina, vado incontro al sole, e la sera, quando sono fuori, gli vado dietro, e fino a casa dei morti. Non so perché ho raccontato questa storia. Avrei potuto raccontarne un’altra. Anime vive, vedrete come si assomigliano tutte”.    

Alessandro Corso

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