Samuel Beckett va letto come un mistico. Ovvero: sull’arte della scrittura come preghiera incessante

Posted on Febbraio 19, 2020, 2:41 pm
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Le ultime parole de L’innominabile sono parole ultime. L’opera di Samuel Beckett, d’altronde, è una perpetua parola ultima, l’assidua ricerca, esaurendo il codice, esasperando i vocabolari, spappolando la comunicazione, della parola ultima: “…li sento che mi abbandonano, sarà il silenzio, un istante, un lungo istante, o sarà il mio, quello che dura, che non è durato, che dura sempre, sarò io, bisogna continuare, non posso continuare, bisogna continuare, ne sono, bisogna dirle, sino a quando esse mi trovino, sino a quando mi dicano, curiosa pena, curiosa colpa, bisogna continuare, forse è già fatto, forse mi hanno già detto, mi hanno forse portato sino alle soglie della mia storia, davanti alla porta che s’apre sulla mia storia, mi stupirebbe se si aprisse, sarò io, sarà il silenzio, lì dove sono, non so, non lo saprò mai, nel silenzio non si sa, bisogna continuare e io continuo”.

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Tutta l’opera di Beckett parla per dire l’innominabile, per non nominare più. Parla per dire il non detto – parla per silenziarsi. Parla il silenzio.

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Parla il bianco – la torbida innocenza del linguaggio. Per questo, Samuel Beckett va letto come Meister Eckhart, maniero mistico. Scrivendo, Beckett cancella. Scrive per esaurire le parole. Torna alla lingua degli angeli: giaculatoria che giace sull’ombelico del dio, nel suo vuoto.

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Scrivere, cioè, è inghiottire il rotolo e srotolare parole altrui. Come accade al profeta Ezechiele: “Io aprii la bocca ed egli mi fece mangiare quel rotolo, dicendomi: ‘Figlio dell’uomo, nutri il tuo ventre e riempi le tue viscere con questo rotolo che ti porgo’. Io lo mangiai: fu per la mia bocca dolce come il miele” (Ez 3, 2-3).

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In bing, ad esempio, l’atto si svolge come la reliquia di una liturgia ritrovata: “Tutto noto tutto bianco corpo nudo bianco un metro gambe aderenti come cucite. Luce calore suolo bianco un metro quadrato mai visto…”. Non conta comprendere ma agire, mantenere le parole sotto la lingua, intorno al palato – la mente deve obbedire all’incompiuto.

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L’ultimo Beckett s’incunea nello Pseudo-Dionigi, si sente il clangore dolce della teologia negativa. Neither ne è il manifesto. Scritto nel 1976, tradotto come Né l’uno né l’altroneither è la negazione estrema, né, non, nemmeno, nessuno, neanche, neppure… Le frasi galleggiano nel bianco come brandelli di un vangelo gnostico: “dall’impenetrabile sé all’impenetrabile non-sé di modo che né l’uno né l’altro”; “allora nessun suono”; “l’inesprimibile meta”.

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Meta inesprimibile significa rotolare nel miasma del rito. Qual è la parola, bagliore poetico estremo, siamo nel 1988, caduta nel “voler credere d’intravedere”. In ogni caso: parlare fino allo sfinimento. Parlare per spossessarsi.

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Intravedere: intridersi nei divini, introdursi nell’angelologia del silenzio.

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In ogni caso: parlare per evocare lo sconosciuto. Leggo Beckett e mi porta nel cerchio del “pregare ininterrottamente” (1 Ts 5, 17), “sulla necessità di pregare continuamente” (Lc 18, 1), il fulcro che guida i vagabondaggi estatici del pellegrino russo, “per vocazione vagabondo della specie più misera, errante di luogo in luogo” (Racconti di un pellegrino russo).

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Partendo dal gesto retorico – lo studioso di Marcel Proust, il segretario di James Joyce, il lettore di Franz Kafka – Beckett decapita la letteratura, preferisce la zona dell’indegno del linguaggio, il retro, l’oscuro. Spazio dell’implorazione, del balbettio, dell’insignificante. “Se vuoi pregare degnamente, rinnega ognora te stesso”, scrive Evagrio Pontico; “L’orazione perfetta è questa: discorso senza distrazioni, raccogliendo tutti i pensieri e i sentimenti. L’uomo entra in questo stato spirituale quando muore agli altri uomini e al mondo e a tutto quanto in esso si trova”, scrive Barsanofio il Grande.

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Scrivere come ingresso nel niente, invocare la strettoia del libro d’ore, redimersi in parola detta da altri, rimettersi al verbo usurato fino al delta di diamante, scotennare l’ultima lettera e il solo fiato, confidarsi all’incomprensibile. (d.b.)