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“Il ballo delle pazze” di Victoria Mas è il romanzo da leggere (con un pensiero alla legge Basaglia)

Chi è quella pazza? Che cosa ha quell’isterica, Louise, che si dimena in preda a una crisi implacabile? Cosa distingue l’alienata da chi la scruta con morbosa curiosità? Come si diventa folli? Quali sono (e sono stati) i rimedi per calmare le crisi isteriche? Gettare uno sguardo nell’oscurità della follia (femminile) significa valicare, grazie a un romanzo, i cancelli dello storico manicomio parigino Salpêtrière, dove lavorava il celebre dottor Jean-Martin Charcot, che teneva corsi di ipnosi frequentati dal giovane Sigmund Freud.

Dentro il romanzo d’esordio della giovane scrittrice francese Victoria Mas (scarne le sue notizie biografiche, si dice che abbia lavorato nel mondo del cinema), Il ballo delle pazze (traduzione di Alberto Bracci Testasecca, edizioni e/o, un caso letterario in Francia nel 2019), lungo la prosa scorrevole e nitida, non si trovano facili risposte. Ma storie di donne rinchiuse, legate, violate e violentate. Qualcosa di non così lontano dal nostro tempo.

“Le mura dell’ospedale spiazzano chiunque vi entri, a cominciare da quelli che vengono a lasciarci la figlia, la moglie o la madre. Geneviéve non sa più quanti uomini abbia visto sedersi su quella sedia: operai, fiorai, professori, farmacisti, commercianti, padri, fratelli, mariti… Senza la loro iniziativa la Salpêtrière non sarebbe così popolata. Certo, è capitato che donne abbiano portato altre donne, non tanto le madri quanto le matrigne o le zie, ma la maggior parte delle alienate è stata scaricata lì da uomini le cui poverette portavano il cognome. È la sorte peggiore: senza marito e senza padre non hanno più sostegno, alla loro esistenza non è accordata più la minima considerazione”.

Che cosa è Salpêtrière? “Più che un ospedale, il luogo sembra un paese: lunghe facciate in pietra rosa pallido, simili a modesti palazzi privati, costituiscono i settori”. La pazzia è ovunque, lungo i viali, nei cortili, dentro le camere dei padiglioni, tra i letti allineati. Uno scenario apparentemente bucolico, nella parte sudorientale della capitale francese, dove, sin dal Seicento, si sono consumate terribili sofferenze. “Da principio vi avevano rinchiuso le poveracce: mendicanti, vagabonde e barbone selezionate su ordine del re. Poi era toccato alle dissolute, alle prostitute, alle donne di malaffare, tutte “colpevoli” che venivano portate lì in gruppi, su carri scoperti, costrette a esporre la propria faccia all’occhio severo del popolino, già condannate dall’opinione pubblica”.

Presto erano arrivate le pazze. A Salpêtrière finiva chi non poteva essere gestito: le donne e i malati. Nel Settecento, erano raccolte qui solo donne con turbe psichiche. Nell’Ottocento, il clima era leggermente cambiato, la medicina aveva fatto i suoi progressi, la Salpêtrière diventa un luogo di cura e ricerca neurologica. E quali cure venivano somministrate alle internate? “Catene e stracci avevano ceduto il posto alla sperimentazione sulle malate: i compressori ovarici riuscivano a calmare gli attacchi di isteria, l’introduzione di un ferro caldo nella vagina e nell’utero riduceva i sintomi clinici, gli psicotropi – nitrito di amile, etere e cloroformio – calmavano i nervi delle agitate, l’applicazione di metalli diversi- zinco e magneti – sulle membra paralizzate aveva reali effetti benefici”.

A fine Ottocento – il romanzo è ambientato nel 1885 – la pratica dell’ipnosi del dottor Charcot per curare l’isteria aveva puntato, con certo compiacimento morboso, i riflettori sulle povere pazze rinchiuse nel manicomio parigino. “Le lezioni pubbliche del venerdì rubavano la scena ai teatri dei boulevard, le internate erano le nuove vedettes di Parigi, i nomi di Augustine e di Blanche Wittman venivano citati con curiosità talvolta beffarda talvolta lasciva. Le pazze potevano ormai suscitare desiderio”.

Jean-Martin Charcot 1825-1893

E il ballo di mezza quaresima – il ballo delle pazze appunto – che si teneva qui alla Salpêtrière aveva il sapore di una liberazione, di un barlume di normalità per le “alienate” nella cupa tragedia delle loro esistenze. “Due a due, le alienate entrano in corteo nella sala. La gente si aspetta di veder apparire delle disgraziate scheletriche e deformi, e si stupisce della spigliatezza e della normalità delle pazienti di Charcot. Immaginavano costumi grotteschi e atteggiamenti buffoneschi, e sono sorpresi da quella presenza scenica degni di attrici di teatro. Vedono sfilare lattaie e marchese, contadine e Pierrot, moschettiere e Colombine, amazzoni e maghe, cantastorie e marinaie, pastorelle e regine. Sono donne che provengono da tutti i settori dell’ospedale, ci sono isteriche, epilettiche e nevrotiche, giovani e meno giovani, tutte carismatiche, come se a distinguerle non fossero soltanto la malattia e il manicomio, ma un modo di essere e di collocarsi nel mondo”.

C’è il corpo femminile in scena dentro questo romanzo, un corpo esibito e comandato in ipnosi, paralizzato e recluso, un corpo – esclusivamente quello femminile – da comandare con violenza o da ridurre all’innocenza in virtù dell’uso dei farmaci. Il corpo è spesso violato con il tacito consenso maschile, addirittura violato da chi dovrebbe proteggerlo (come l’infermiere Jules, un violentatore che si cela dietro la maschera di innamorato). Al tempo stesso, oltre al corpo, lo spirito e l’intelligenza femminile possono spaventare. Peggio della pazzia c’è solo l’indipendenza intellettuale.

La pazzia diventa libertà, può essere indipendenza. Infatti un’internata – caso raro – che viene dimessa ormai pur di vivere nella tranquillità del manicomio si taglia le vene con un paio di forbici. E poi c’è Eugénie. La ragazza agiata, figlia del notaio Cléry scopre di avere il dono di sentire le voci dei defunti. Se sente le voci dev’essere pazza. Se mente, è pazza e bugiarda.

Charcot non fa una bella figura in questo romanzo. Dove, come nella vita, non tutto sembra spiegabile razionalmente. Soprattutto se scrutiamo nelle vite dei carcerieri, come nella desolante esistenza da infermiera, di Geneviève, come tra le pieghe della nostra di vita, ci troveremmo, di sicuro, qualcosa di strano. L’infermiera di lungo corso alla  Salpêtrière scrive appena possibile una lettera alla sorella più piccola, Blandine. Ma non invia mai la missiva. La tenera Blandine, con i suoi capelli rossi, una bambolina magra e diafana, era morta a sedici anni. Il destino di Geneviéve si lega, quindi, indissolubilmente, al destino delle altre alienate. A stare insieme alle pazze, lo è diventata anche lei. In fondo è normale, “da quando era una pazza tra le pazze sembrava finalmente normale”.

Linda Terziroli

*in copertina “La demente” di Gericault

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