“C’è una vita, c’è la firma
della pietra sulla tempia,
c’è la tempia, c’è la forma
della testa: madre Roma
– c’è la Storia che divora
una storia: un’altra storia”
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Con Arianna sono tutte good vibes. Sarà che conosciamo entrambi la campagna e sappiamo che è come la città ma senza i palazzi. Così, senza costruzioni è più facile trovare un posto dove meditare. Ci stiamo passando I vagabondi del Dharmae a un certo punto Arianna mi parla di musica io dico Charlie Parker e lo mettiamo dal suo telefono. Ma la posizione per ascoltarlo la assumiamo dal libro di Kerouac e facciamo come il protagonista, facciamo la verticale e meditiamo a testa in giù come Pazzi Zen che poi stiamo in effetti impersonificando L’Appeso dei Tarocchi, guardiamo il mondo capovolto e ascoltiamo Charlie Parker. Che bello, ci voleva proprio. Ma, non contenti, pensiamo che sia il caso di realizzare un’intervista con questa postura e Parker in sottofondo e ci viene in mente che nessuno l’ha fatto mai. Quindi, il dialogo che segue, è figlio di questa intervista a testa in giù.
da una visione di Fabrizia Sabbatini e Edoardo Piazza
Ciao Arianna, so che da poco hai terminato di scrivere – con Enrico Conte – una sceneggiatura che riguarda Carmelo Bene. Parlamene.
Ciao a te! Che bello questo incontro.
Abbiamo completato ad aprile un lavoro iniziato tre anni fa, pubblicato da La Mongolfiera Editore a giugno. Qualcosa di diverso da ciò che c’è stato finora fin qui, almeno secondo le nostre ricerche. Mi spiego meglio: esistono documentari biografici dedicati, archivi di dirette televisive, o qualcosa di più innovativo arrivato con Un film fatto per Bene (2025) di Franco Maresco; quest’ultimo, però, definibile come un mockumentary, cioè un falso documentario, chiaramente con tutte le squisitezze caustiche, comico-paradossali e assurde già appartenenti al regista suddetto.
Ecco, noi abbiamo tentato di riplasmare questa materia.
Già il titolo A sud del sud dei santi: per un film ispirato a opere e vita di Carmelo Bene è una sorta di dichiarazione di intenti: siamo partiti dalle opere, non dalla vita del nostro “argomento” di ispirazione. Ne abbiamo studiato i lavori e provato a distillarne il bagaglio culturale: si troveranno dunque, disseminate nella narrazione, voci che parlano attraverso Derrida o Foucault, così come prestiti collodiani o shakespeariani. Indizi da Deleuze o da Lacan. Insomma, dalla filosofia, dal teatro, dalla letteratura. Senza dimenticare, forse il più importante in assoluto, San Giuseppe Desa da Copertino. Il depensamento.Abbiamo provato a immaginare Bene in una biografia, rendendoci conto che non avrebbe mai potuto esserci; perché lui non era e basta, questo il suo volere. Al centro dunque non abbiamo scelto di porre la cronaca di una vita, ma la sua tensione: le ossessioni, la voce, il gesto che sfugge a ogni definizione. Il personaggio-modello che ne risulta avrà diversi “cambi d’abito” in questa sorta di volo spirituale; volo che attraversa una tripartizione ideale, dove ogni scenario ha un proprio differente protagonista; veri e propri alter ego che si fanno latori nei tratti, nelle idee, nei tic della figura portante cui si ispirano. La imitano, facendole però il verso. Il desiderio era che l’invenzione diventasse il modo più diretto per avvicinarsi a una verità. E, in questo ossimoro, abbiamo voluto cercare di levitare sprofondando in uno scavo catabatico, che potesse cogliere davvero il nucleo della crisi della figura centrale da cui tutto è partito.
La cosa che personalmente mi è sembrata più bella in questo lavoro è stata la totale differenza tra gli autori: Enrico è sceneggiatore; un narratore, ha scritto romanzi e racconti. E dico in piena e felice sincerità che “la mano” vera nell’opera è la sua. Ma appunto, la bellezza di questo lavoro – sempre a mio parere – risiede nell’incontro che c’è stato tra la scrittura di Conte e la mia – io tratto invece prevalentemente di poesia o di poesie (altrui). Tutto ciò ha permesso di viaggiare attraverso l’invenzione, non rendendo poi al lettore i “fatti” di tale esplorazione; ma il non-essere di Carmelo Bene – essendo però sempre lui in qualche modo.
Per me la poesia è questo: sporcarsi le mani nel reale, per poi insaponarle (ma non lavarle) con ciò che invece non è percettibile attraverso i comuni organi di senso.
Lei è Arianna Vartolo
Mi ricollego al tema del cinema, da dove nasce il tuo interesse per la tecnica dello stop motion?
Nella risposta alla domanda precedente, ho accennato al “plasmare la materia”: la stop-motion (con tutte le sue sotto tipologie)è esattamente questo (ma non solo).Il mio interesse nasce da un grande amore, Jan Švankmajer; in particolare da alcuni cortometraggi tra cui Tma/ světlo/ tma (Oscurità, luce, oscurità), Kostnice (L’ossario) o Možnosti dialogu (Dimensioni del dialogo) e lungometraggi come Neco z Alenky (Alice) o Spiklenci slasti (Cospiratori del piacere). Nel mio bagaglio mentale, ho ancora tanti registi e tanti capolavori, ma per ora mi fermo qui.È una tecnica di ripresa difficilissima, che mette alla prova la pazienza e l’attenzione in modo certosino: consiste nell’impressionare ogni singolo fotogramma, uno alla volta, manipolando via via luci pose personaggi materiali con variazioni minime, attraverso le ore i giorni gli anni; una volta montato tutto in sequenza, poi, queste masse informi inerti insignificanti, si animano letteralmente e viene data vita a qualcosa che – prima – non si sarebbe mai potuto immaginare. Non sarebbe mai stato possibile, o almeno non il quel modo.
È pura poiesis nell’accezione più vera concettuale – ma anche concreta – del termine. Alla “Platone maniera” del fare dal nulla (Symp., 205, b). Personalmente non può non affascinarmi, in quanto profondo processo – oltre che di (ri)creazione – di mutazione.
Il lavoro che svolgi nella vita è distante dal mondo della poesia. Quanto questo mondo è ancora un settore per addetti ai lavori? Vedi segnali di cambiamento e di apertura a nuovi lettori?
Dovessi pensarci e tentando di raccogliere insieme le idee, in effetti, mi vengono in mente più persone che hanno ruoli lavorativi in linea con il mondo letterario, percentualmente: PhD o insegnanti, per la maggiore; copywriter poi, giornalisti o autori per riviste. Sì. Mi viene dunque da trarre come conclusione che, con molta probabilità, facilmente o più facilmente, è possibile mantenere tutto questo settore entro “l’accademia” e “gli accademici”. Di certo un insieme abbastanza coeso e omogeneo. Ma ho notato, anche, che l’interesse per la scrittura poetica sta man mano e da tempo approdando a lidi ben più distanti e variegati: tolta me, che lavoro in ambito pubblicitario e informatico, della vendita in generale (in precedenza presso una agenzia immobiliare); ho incrociato e conosciuto vite impegnate nella medicina (mi vengono in mente a esempio Damiano Abeni che è epidemiologo e ricercatore clinico, ma anche Dino Azzalin, chirurgo odontoiatra; e approfonditeli, i loro lavori. Sono meravigliosi, almeno per me), nelle varie tipologie di arti visive, in lavori d’ufficio statali tra i più disparati. Musicisti, anche. E così via. Insomma, raccogliendo ed elaborando questi dati, mi vien da dirti che sì, probabilmente c’è un cambiamento in atto che sta semplicemente portando “allo scoperto” voci che nella quotidianità potrebbero trovare terreni meno fertili per emergere, perché dedicantisi ad altro.
So che pratichi lo yoga e hai un debole per la “cura delle cose”, fammi capire meglio…
Eh, qui si spalanca un varco. Tenterò di essere massimamente concisa.
Per tracciare una linea intorno ai due elementi qui posti – yoga e cura – dico intanto che entrambi condividono il concetto di pazienza: uno degli esercizi psico-fisici che più cerco di praticare. Utilizzo questa specifica terminologia perché ho sempre immaginato la pazienza al pari di un muscolo: quando si sottopone la massa muscolare a uno sforzo intenso, questa si contrae; avviene poi un consumo di energia, necessaria a sopportare al meglio lo shock, a seguito del quale si creano vere e proprie lacerazioni. Insomma, danni – seppur piccoli. Il corpo, che sempre tenta di sanarsi, accresce nei punti feriti l’afflusso di sangue e di ossigeno per ricomporre la materia ferita. Ed ecco che il muscolo ricostruisce le proprie fibre danneggiate usando proteine e amminoacidi. La prossima volta sarà più grande, più forte. Più resistente. Ecco: per me la pazienza funziona esattamente allo stesso modo. Lo yoga aiuta a praticarla attraverso il respiro e la gentilezza; spesso la voce-guida delle sessioni punta l’accento non sul risultato delle posizioni – a volte molto complesse e impegnative – ma sul come ci si arrivi. Quindi, il vero risultato non è nella bravura e nell’estrema precisione esecutiva, ma nell’ascolto che si dedica al proprio corpo e a ciò di cui ha bisogno in quel momento; nell’accompagnarlo in queste trasformazioni che ogni secondo avvengono quando lo si sottopone a uno sforzo, piccolo o grande che sia. E ci sono arrivata dopo un percorso di anni e anni in cui ho invece praticato nuoto, pallavolo, tennis, pesistica, corsa. Sport intensi, dunque. Ecco, lo yoga non è uno sport; è educare delicatamente l’approccio alla propria organicità. Al proprio respiro.
La cura, in modo simile: non sono le nostre intenzioni, non è il risultato cui si vuole giungere praticandola – non è un obiettivo, ma ogni singolo processo che si mette in atto nel frattempo. Ed è importante, pensando anche a quante volte – per mera fallibilità umana, intrinseca in ognuno – abbiamo tentato un gesto di attenzione nei confronti del prossimo, che invece era solo rivolto a noi stessi. Era egoriferito o introiettato o proiettato – inconsciamente. Quella non è cura, è insicurezza che ha bisogno di conferme. La cura è nel silenzio, nel vedere davvero l’altro. È tutti quei momenti in cui è semplicemente necessario mettersi in ascolto senza dire o fare nulla. È quello il tempo in cui lo squarcio si sana.
Da piccola volevi suonare la batteria o il basso, volevi insomma dettare il ritmo. Quanto quest’ultimo è importante nelle faccende della scrittura?
Da piccola, ma non solo. Persiste ancora questo fortissimo desiderio, attualmente solo in forma di passione o ammirazione per chi eserciti la pratica. Ad ogni modo: il ritmo, per quanto mi riguarda, è partenza e arrivo; occorre a segnare una traccia, non necessariamente da seguire, ma che indichi. Che faccia da indizio. Ricordo che, durante studi universitari, in un manuale incontrai l’espressione “durata respiro”, riferita alla metrica poetica. Ecco, me la riscrissi a mano su un fogliettino, facendola divenire poi una personale definizione, che riassumesse il più possibile quella dinamica mentale che si attua autonomamente quando sento l’esigenza di scrivere qualcosa in versi.
Organicamente le nostre funzioni somatiche dettano costanti un ritmo silenzioso, fondamentale. Noi lo seguiamo in modo più o meno conscio respirando, accorgendoci del battito cardiaco in determinati momenti; svegliandoci a una certa ora – percependo la fame. E così via.
Questo è (bio)ritmo.
Dunque, nella scrittura (poetica o no indifferentemente, a mio parere), la cadenza è sorta di spina dorsale del testo dalla quale non si dovrebbe o potrebbe prescindere, rischiando altrimenti il collasso verbale e semantico. È dunque un modo per innestare nel testo inciampi che non facciano fermare la lettura. Anzi: che la facciano ricominciare. È un incedere che è incidere; il punto in cui la parola deve cadere, ma ancora non lo sa.
Sei andata via da Roma, vivi nella campagna pugliese. Cosa ti manca di Roma e come hai vissuto l’ingresso in Roman Beat (so che hai un approccio particolare alle antologie)
Di Roma, onestamente, non mi manca nulla. Mi mancano coloro che sono a Roma, ovvero i miei cari. Famiglia, amici, persone con cui sono cresciuta e con cui ho vissuto. Forse, in piena e totale sincerità, mi mancano certe luci e certi suoni di Testaccio – uno dei luoghi del mio cuore. Lo stesso per Trastevere o Monteverde, o per spazi liminali della periferia, dove andavo spesso in cerca di abbandono urbano da fotografare. Da quel punto di vista non nego che Roma possa incantare con certe suggestioni; ma probabilmente, solo per chi la vive di passaggio.
L’ingresso in “R.B.G.” l’ho vissuto con quella criticità che tento sempre di mettere in atto: un pensiero di discernimento che attraversi il più possibile nel concreto ciò che, sconosciuto, mi si pone davanti. Mi potrei definire, in modo molto tranchant e quindi parziale contraddittorio e dunque non realistico fino in fondo (o forse, proprio per questo, invece sì), contraria alle antologie; o meglio: sono contraria alle esclusioni che inevitabilmente conseguono alle antologizzazioni. Nella mia idea, inattuabile, il modo più vero per catturare la concreta realtà poetica contemporanea o ultracontemporanea, è dare spazio a chiunque senza parametri di sorta. E allora sarebbe una testimonianza fotografica, grezza in toto per lasciare poi quell’importante strumento che è la libertà (valutativa e filtrante) a coloro che leggono; ma chiaramente, così, non esisterebbe alcuna antologia.
Ho deciso quindi di aderire a questo lavoro per capire meglio di cosa si trattasse; soprattutto, forse in assoluto, perché è un progetto laboratoriale – un cantiere aperto che non si esaurisce in sé stesso. E questo, per me, è importantissimo; inoltre, credo che per poter prendere eventuali distanze da qualcosa, quel qualcosa lo si debba prima imparare a conoscere. E tu, Edoardo, mi hai di certo trasmesso molte good vibes nel descrivermi le idee che avevi avuto e che volevi portare avanti. Della casa editrice non sapevo molto. Sono andata a scavare un po’ meglio e, in piena trasparenza, non avevo trovato una totale aderenza reciproca di vedute. Il fatto stesso, però, che sia stata chiamata a raccolta una diversificazione tale di voci e di poetiche e di età e di stili, è stato per me vero motivo di stimolo e profondo movente di incoraggiamento. Da lì ho scoperto e abbracciato un progetto che si è rivelato luminosissimo e importante; importante, probabilmente, proprio per queste stratificazioni così differenti e – dunque – inclusive; ma, allo stesso tempo, con taglio attento e preciso. Importante, ancora, per la stima la cura e la fiducia dedicateci da Fabrizia (Sabbatini), permettendo tutto il nostro incontrarci in questo meraviglioso luogo.
Salvando certi punti saldi e imprescindibili, sono spesso attratta da ciò che è totalmente diverso da me. È il fascino che esercita sulla mia persona quel che può farmi imparare qualcosa di nuovo; guardare con occhi diversi. Mettere in dubbio. Ho sempre detto che morirò da curiosa e di curiosità.
Da ultimo vorrei che mi spiegassi meglio la tua posizione sulla tematica sociale dell’uso e del consumo. E vorrei chiederti quanto l’oggetto libro è entrato a far parte di questo dibattito.
Proprio non molto tempo fa, mentre pulivo la friggitrice ad aria, riflettevo su questo argomento: in particolare su come il malcapitato elettrodomestico in questione (ma non solo) venga spesso e da molti utilizzato a oltranza, tendenzialmente “dimenticandosi” di pulirlo e lasciarlo in ordine prima della volta successiva. E lo si ripone incrostato, con resti di cibo man mano carbonizzati all’interno, cementificatisi lo strato d’unto (suo) e d’onta (nostra, nei suoi confronti) nel cestello. Pensavo a come ci si sia ormai abituati, con le dovute eccezioni tra individui, a usare fino al totale esaurimento o logoramento ciò che abbiamo intorno. Non ce ne curiamo, ma usiamo. Consumiamo. Il senso di quel che sto dicendo è che si sta normalizzando sempre più quella tendenza non a preservare, tentando di far durare il più a lungo possibile uno strumento che – tutto sommato – ci è utile, ma che lo si porti a rottura sapendo che “tanto lo ricompro nuovo”. Ecco, la vita si sta misurando sempre maggiormente nel potere di acquisto e di possesso, e non nella cura posta ad interagire nel modo adeguato con quel che ci circonda. Più che di “istruzioni per l’uso”, avremmo bisogno di una educazione all’uso. E questo va a braccetto, a mio parere, con un’altra tendenza che è quella dei bisogni superflui e indotti o auto-indotti, che in realtà nulla hanno a che vedere con le funzioni vitali più pure e legate a una esistenza fatta non necessariamente di sacrifici privazioni genuflessioni e capi bassi, ma certamente neanche di eccessi. Condizione quest’ultima, invece, prediletta dalla società contemporanea – ovvero una società capitalistica.
Da questo quadro generale, ahimè, l’oggetto libro non scappa. Anzi. Mi è capitato di seguire da vicinissimo un’auto-pubblicazione, per la quale ho curato il progetto grafico, l’editing e la correzione di bozze; tale lavoro mi ha spalancato davvero un mondo di coscienza: coscienza e consapevolezza di quanto siano ingiustificati (o meglio, giustificati solo dal profitto – appunto) certi prezzi esposti sulle copertine di testi che vediamo nelle librerie o online; di quanto conti non la bravura di autori/autrici che si propongono alla media e grande editoria, ma solo il capitale che potenzialmente possono apportare al bilancio aziendale; di come, anche firmando un contratto di pubblicazione con una c.e., ci si ritrovi comunque quasi sempre a dover fare tutto da soli, come bastasse essere “marchiati” da un logo per accrescere il proprio merito autoriale. Ma gli autori sono autori. Sono promotori di storie, di idee, di cultura; non dovrebbero acquisire anche tecniche di marketing e comunicazione, a mio parere. Non si dovrebbe esser chiamati a valorizzare un proprio lavoro sulla base di quanto renda economicamente.
Eppure, eccoci qui. Qui a vedere come un libro sia comunque “merce”; qui a contare le copie vendute, a calcolare il guadagno; qui a cercare di monetizzare il più possibile, di accumulare il più possibile, di far consumare il più possibile. Qui a dimenticare che, salvo sacre eccezioni da tutelare e preservare (appunto), le case editrici sono aziende. E in quanto tali, seppur dietro vesti all’apparenza più nobili, hanno solo bisogno di far quadrare i conti. Purtroppo.