‘Ndrangheta (Passigli, 2025) è l’ultima raccolta di Alfredo Panetta (Locri, 1962), poeta di lungo corso e già autore, nella più che ventennale carriera, di Petrhi ‘i limiti (Pietre di confine, Moretti & Vitali, 2005) – esordio che Giancarlo Pontiggia definiva “libro solitario, spoglio, puntuto, chiuso ostinatamente nel suo orgoglioso silenzio, destinato ai lettori che non chiedono complicità: solo potenza, nuda, di una parola che è figlia della Memoria, voce di ciò che è perduto” –, Na folia ntè falacchi (Un nido nel fango, Ed. CFR, 2011), Diricati chi si movinu(Radici mobili, La Vita Felice, 2015), Thra sipali e sonnura (Tra rovi e sogni, Puntoacapo Ed., 2018) e Ponti sdarrupatu (Il crollo del ponte, Passigli, 2021).
Si apre con un non-proemio l’opera, un’epica rovesciata che preannuncia dapprincipio la tragedia – urlo stonato al primo vagito – in assenza di muse il cui canto soave non è dato al poeta, piuttosto l’umanissima non-resa degli ultimi volti incorruttibili, baluardi al di qua o al di là della vita contro la vastità del male.
La ‘Ndrangheta, con le sue pieghe, assume nome e cognome; il poeta “una voce che si assume il carico di tutte le voci” anticipava Giovanni Tesio in Ponti sdarrupatu. E seppur materia civile – o, ancora meglio, poesia civilizzante quella di Panetta – la denuncia prende qui nuovi connotati, parla la stessa lingua dei carnefici, ha la stessa fonetica del dolore delle vittime. Il punto di vista è ad altezza d’uomo (italiano o dialetto che sia, poca differenza, il bilinguismo non è qui vezzo folkloristico), pertanto su traiettorie diverse e originali rispetto a molti altri esempi di poesie contro le mafie – si pensi alla Palermo, aprile ’86 in cui Luzi sorvola con lo sguardo del visitatore la placida città o alle soluzioni di gran lunga più estetizzanti di Dario Bellezza in Rosso sangue, nero morte– versi in cui ci si sporca le mani, appunto, invischiati nella terra e nei porcili; la penna un’arma da impugnare come manico di zappa o spada di granito per tracciare nuovi sentieri, segnare gli alberi dai frutti buoni, dare nuova vita ai ciottoli, prendersi cura dei nomi: Francesco, Francesco, Lea, Giovanni, Rocco, Ciccio, Antonio, Cesare e ancora, ancora tanti altri, affinché il martirologio arrivi finalmente a conclusione.
Il peso di una violenza immanente è quello che porta Panetta, un trauma che permea il quotidiano; questa la faglia storica spaesante – scriveva così Gianfranco Laureatano proprio a proposito della generazione anni ’60 dei poeti italiani – da cui nasce e si slancia questa poesia, gelsomino in mezzo alle serpi, piuma d’un’oca nei campi sconfinati di sterpaglie; e proprio in queste tessiture risiede la cifra unica di Panetta, nella narrazione di una realtà cruda più che di una cruda realtà, senza imbeverarsi di epigoni neorealisti, insistendo su un linguaggio lirico che intreccia Novecento a contemporaneo. La poesia può incidere ancora sulla realtà e ‘Ndrangheta ne è una grande prova.
Salvatore Giuseppe Di Spena

*
SERPI E GELSOMINI
È come un polpo sbattuto
sugli scogli questa brezza
gelida che schiaffeggia le ossa.
Sorge in profondità il fiume
d’abbandono che arma il pugno ai padri
e trascina i figli alle caverne.
Non più di zagare l’aria
ha profumato quest’autunno
ma del sangue feroce sul costato.
Una raffica di polvere soffoca
il respiro di una terra che figlia
serpi e gelsomini dallo stesso sputo.
Nessuno si permetta di scagliare
fango a caso o di tacere.
Nessuno s’azzardi a dire: io non c’ero.
Questa storia di colpevole
cecità ci indichi il pudore, almeno
e getti una zavorra dall’orrore.
*
TERRA ED ACQUA
A Lea Garofalo
Frasche d’ippocastano sulla bocca
(forse la terra mi vuole incaprettata)
sento nel seno il morso della lupa
gemma di zagara, non mi fare male.
La strada in fondo al giorno è latte d’odio
la mia follia maschera di madre
un atto di coraggio, è vuoto il nido
piuma che urli al Tempo: fermo, è l’ora!
La testa immergo dentro un pozzo
carsico, impasto raggi e fango
con la pazienza audace di Penelope
poi ingozzo di veleno cani e porci.
Voglio che nessuno dica: era nel giusto!
Che mi si leghi infine a due cavalli
e sparsa sul maggese la mia carne.
Le onde del prato mi faranno da culla.
Della tormenta qualche traccia resti
per un tenace filo di memoria
il resto anneghi al buio, dolcemente.
– Lea Garofalo è stata una testimone di giustizia, assassinata dalla ndrangheta nel novembre 2009 a Milano. Aveva deciso di testimoniare in merito a una faida tra la sua famiglia e quella del suo ex compagno.
*
CALABRIE
Quando i rami del pesco
sono in fiore, vanno trattati
come donne gravide.
Guai a fare rumore
di notte, nessuno si avvicini
con lanterne o con oggetti luminosi.
Non si può accostarli
con la coppola in testa
né guardarli fissi a lungo
solo passi lenti e sacri
come il gatto prima dell’agguato.
Nessuno osi starnutire
o lamentarsi dell’inverno passato
né fare previsioni sul raccolto
solo i sogni puliti sono concessi
ma a labbra socchiuse.
Quando i rami del pesco
sono in fiore, può fare l’amore
solo chi non ha peccato
la vespa con la rosa
il vento con il fiato.
Non sia mai la pianta
si spaventi e dia frutti
marci, come una sposa
in un parto andato a male.
Si usa così nelle Calabrie
dove i marosi dello Jonio e le colline
non guardano l’uomo con sospetto.
A volte anzi si uniscono
in una danza a tre.
Alfredo Panetta
*In copertina: Mattia Preti ((1613-1699), disegno di angelo in volo