24 Giugno 2024

“La nostra civiltà divora se stessa”. Sulle “conversazioni” tra Cristina Campo e Alessandro Spina

Conversazione in piazza Sant’Anselmo è un libro anomalo, scritto con uno stelo d’erba, in lucido sonnambulismo.  L’autore, Alessandro Spina, è tra i grandi scrittori italiani del secondo Novecento: nato a Bengasi nel 1927 da genitori di origine siriana, maroniti, in verità si chiamava Basili Khouzam. L’autorevolezza letteraria di Alessandro Spina è esaltata, semmai, dal vilipendio che ha subito la sua opera, pressoché scomparsa; eppure, Spina pubblicava con Garzanti, Mondadori, Rusconi e il ciclo dei suoi romanzi ‘coloniali’, I confini dell’ombra (Morcelliana, 2006), gli è valso il “Bagutta”. Per capirne il profilo, si legga la nota biografica redatta da Fabio Desideri per il Siusa (Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche), che attacca così:

“Scrittore fuori dagli schemi, a cominciare dalla sua biografia, che si svolge ai margini non solo del mondo editoriale ma appartata in luoghi lontani o periferici: in volontario esilio si potrebbe concludere, salvo scoprire come manchino – in questo caso – il compiacimento della fuga o lo sdilinquimento nell’esotismo. Anche durante la lunga permanenza africana, Alessandro Spina ha infatti mantenuti vivi i collegamenti con l’Europa, come parimenti, dopo il trasferimento nella campagna bresciana non si è alienato dalla vita mondana. Come del resto non regge l’etichetta di apolide o di straniero in patria, perché la cultura araba e mediorentale convivono con la tradizione della letteratura italiana: abusando per una volta di una metafora trita si potrebbe definire Spina come scrittore diviso tra due mondi”.

Spina è morto nella sua residenza in Franciacorta, nell’estate del 2013; per saggiarne il genio basta leggere le Storie di ufficiali, serie di racconti impeccabili editi da Mondadori nel 1967; trent’anni fa le edizioni Ares hanno dato alle stampe una raccolta di Nuove storie di ufficiali, altrettanto straordinarie. Per fortuna esistono le biblioteche. Spina possiede la rara maestria della reticenza, insegna l’arte del non detto, sa scrivere i silenzi – le sue trame, mai assolutorie, posseggono l’iride del ragno, vi si vede, in controluce, l’invisibile e le sue trappole.

Anche Conversazione in piazza Sant’Anselmo è un libro pressoché introvabile; ha l’elsa dell’arcano. Scritto nel “febbraio ’91”, è stato stampato l’8 febbraio del 1993, il giorno in cui il suo editore, Vanni Scheiwiller, compiva 59 anni – io ne facevo 14. In copertina, campeggia una xilografia dell’artista polacco Jerzy Panek: “anticonvenzionale e sincerissimo”, avverte Scheiwiller. Aggettivi che ben si attagliano alla Conversazione, a patto che nel sincerissimo s’introduca la variabile del frainteso, del ricordo regolato sulle mozioni del cuore (sempre traditore) più che su quelle (da metronomo) dell’intelletto. La sincerità al cubo, d’altronde, cova in seno il suo contrario, la menzogna.

Il libro, come sanno i cultori, è “un ritratto di Cristina Campo”: Spina agisce, impugnando lo stilo, in due ‘modi’. Di primo acchito, incorpora il tono ieratico degli artisti di Bisanzio; in secondo luogo, si lascia alla maniera secentesca. Eccelle nelle ombre, Spina, quelle carnali di Zurbarán, quelle a nitor di fiamma di Georges de La Tour. In fondo, un libro è una candela: serve ad appiccare il fuoco nel lettore; sua misura è sparire, con il decoro dei felini, in un maggese di oscuri campi. In fondo, questo libro è un labirinto: promette una cosa per rivelarne un’altra.

Era stata Cristina Campo ad ‘assalire’ Alessandro Spina, inseguendo se stessa, dando alla sequela valore di razzia. Gli aveva scritto da Roma nel febbraio – ancora febbraio! – del 1961; Spina aveva pubblicato su “Paragone” Giugno ’40, “mi è sembrata una cosa di qualità molto rara, come da tempo non mi accadeva di leggere”. Lo rileggerà mesi dopo, in dicembre, “Un racconto perfetto. Non ce n’è molti così, forse solo tre o quattro, negli ultimi 20 anni in Italia”. L’amicizia procede lungo i pendii di letture affini: Hugo von Hofmannsthal – che la Campo traduceva fin da ragazza – ne è il sacerdote. Il rapporto si consolida in un libro di rara bellezza, nuziale, Storia della Città di Rame, curato da entrambi per Scheiwiller nel 1963. Il libro esce avvolto in bandella che presenta “La 556ma delle ‘Mille e una Notte’” con una frase di Borges: “Ignoro se credetti ma alla Città… penso che allora mi bastasse il compito di cercarla”.

Anche qui mi pare si celi il mistero di un libro come Conversazione in piazza Sant’Anselmo: non occorre credere in una persona – volgarità dei falsi entusiasti, dei sinceri – ma battere la piana per cercarla – braccarla, semmai.

Ad ogni modo, il legame tra la Campo e Spina è testimoniato dalle lettere di lei a lui (le Lettere a un amico lontano edite da Scheiwiller nel 1989) e dal Carteggio di entrambi (Morcelliana, 2007): libri, anche questi, latitanti dalle librerie.

Il ritratto che Alessandro Spina fa di Cristina Campo, in fondo, è il resoconto di una poetica. Chi parla indossa il genio della sprezzatura, disprezza i convegni letterari come i cenacoli tra ‘pari’, confida nell’impareggiabile dell’individuo, del libro unico, della scrittura come referto dell’eterno – fosse pure trasfigurato nell’uncinato volo di una rondine, nell’effimero di un fiore. “I suoi scritti non ebbero mai per fonte il pantano dell’attualità collettiva, rivoltato ogni giorno”. Rivoltante è l’attualità, attuare una scrittura prona all’oggi, tesa allo scalpore o all’encomio: di qui la predilezione per i poeti, i paria del linguaggio, e per le scritture marziali (Thomas Mann, ad esempio), che non cedono ai temi ‘alla moda’, che forgiano un mondo. Spina non ritrae Cristina Campo; dicendo di lei sfronda l’unica via spirituale possibile:

“Non si industriava mai per trovare un posto per sé nel nostro tempo (cioè nel tempo altrui): è la sua scrittura che fa il tempo. Si getti a confronto un rapido sguardo sull’affollata riva opposta: viltà del lettore colto, sempre preoccupato della propria immagine, di non perdere qualche treno della moda, alla fine incapace di un dialogo con se stesso e di solitudine, di una vicenda individuale e segreta. Prende presto l’aura sepolcrale delle cere del museo Grévin, ombre che la storia getta via nella sua corsa…”

È anche – quel piccolo libro da non intendersi come omaggio, bensì come monito che tiene in ostaggio – una elegia delle avventure editoriali in contromano. Non c’è spazio, in un sistema sotto scacco del mercato, supino al ‘comprensibile’, servo del ‘fatturato’ – gli impresari del libro, autentici poveracci, scimmiottano quelli dell’industria ‘pesante’ ignorando la radicale differenza del ‘prodotto’ venduto – per una casa editrice come Cederna, che pubblicava Stefan George e Rilke, Henry James e Yeats, Coleridge e Mörike (tradotto da Vittoria Guerrini, dunque Cristina Campo).

La tradizione – non come culto, da idolatri, ma come sempreverde atto – viene di conseguenza, l’inattualità è un presagito dono:

“Prima di cancellare le civiltà altrui, la nostra civiltà divora se stessa. Diceva uno scrittore arabo del X secolo, Ibn Batta (da non confondere col celebre viaggiatore Ibn Battuta): Gli innovatori sono i cani dell’inferno. Sfiniti da decenni di avanguardia, dall’immensa folla degli innovatori, si accoglie la frase (che viene da una cultura che mette la perfezione all’inizio) come un interdetto salutare. La rivoluzione permanente in cui siamo immersi da decenni, ogni giorno più facile, è più noiosa e inutilizzabile di un ordine raggelato, remoto. Se all’avanguardia ci si accalca, sempre più difficile è trovare qualcuno capace invece di emigrare altrove, che è tutt’altro luogo, spesso segreto. Cristina sembrava abitarlo”.

Il libro di Spina – redatto trent’anni dopo il primo incontro epistolare, a sedici anni dalla morte della Campo – ha la giusta distanza ‘teatrale’: i volti sono pari a maschere, i ricordi hanno il manto del rito, tutto è potente perché privo di calore e di rimpianto – nella tragedia greca, l’assassinio non si vede, è raccontato, per questo ha lo stigma delle cose indissolubili, ereditate. Anche lo stile di Spina, privo di paramenti ‘sentimentali’, ha la sobrietà dei re.

Soprattutto, è il libro di un’amicizia, questo. Dell’amicizia, intendo, che per eccesso di profondità, di sintonia, resta superficiale. La conversazione è l’opposto della confessione, spudoratezza che tramuta l’amicizia in condanna (a chi importa dei privati fatti ‘da tinello’ di un uomo, quando con lui si pronuncia l’impronunciabile, si va verso l’alata aura di Dio?). Ci si confessi al prete, al padre, alla madre, alla vicina di casa; mai confinare l’amicizia nella trama di una confidenza. La conversazione ha sempre la tensione del notturno: intimità tale da sfociare nel tradimento; comunque, vogliamo soltanto parole ultime, con il sigillo dell’angelo, crisalide celeste. Non c’è necessità di sconfinare nel viso, nel bacio quando il buio è tanto carnale: tra i due, il terzo – il bisbiglio delle cose mai dette – è quello che li ispira.

È mai possibile colonizzare un cuore? Cose troppo sottili per l’epoca delle evidenze e delle maldicenze – che alcuni libri scompaiano è il loro pregio: quando riemergono, hanno la violenza di un appello, un sorriso iliadico.

Gruppo MAGOG