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L’estasi e il canone inverso, i poeti da web, la potenza di Simone Cattaneo, la “notte lasciva, come presso a un cadavere” di Baudelaire, il genio del Pontormo

C’è uno scrigno d’arte reso celebre a opera di Jacopo Carucci, anche detto il Pontormo, che, per la sua singolare bellezza, ci rende inclini a una meditazione estatica, seppur in maniera dissimile dall’Estasi di Santa Teresa d’Avila del Bernini, opera, quest’ultima, che, nel tripudio barocco, irreale, di raggi e magica sospensione della santa su una nuvola di marmo, trans-verbera, trafigge. Mi riferisco qui alla cappella Barbadori-Capponi – così chiamata poiché passata solo in un secondo momento alla famiglia Capponi –, commissionata a Filippo Brunelleschi e magnificata da due opere luminose del Pontormo. Sono la pala raffigurante Il trasporto di Cristo, datata tra il 1526 e il 1528, nota anche come Deposizione, e l’affresco adiacente della meno nota Annunciazione del 1527-1528. In particolare, questa Annunciazione, restaurata di recente, costituita dalle figure dell’Angelo e di Maria, rappresentate ad annunciazione avvenuta – già di per sé argomento di esegetica fascinazione –, tanto ci incanta per la radiosa essenzialità compositiva e per l’immediatezza in cui coglie l’attimo sacrale.

Tra l’Arcangelo Gabriele, sospeso nel fondo grigio chiaro del supporto e dal morbido incarnato che si fonde con i toni rosei della veste, e Maria, colta nell’eterea bellezza di un sorriso, c’è una distanza quasi ovattata, misura del sovrannaturale. Un lago di luce li divide e avvicina. Come per la figura della Vergine, per la tonalità cangiante dei colori, così anche per la figura dell’angelo, sia per quanto riguarda l’elemento del mantello sia per la torsione del corpo che coinvolge il messaggero nella visione mariana, il Pontormo si rifà al canone michelangiolesco delle lunette della Cappella Sistina, e dei personaggi biblici e degli ignudi della volta. Eppure, l’opera riluce, similmente alla pala pittorica vicina, splende della mano dell’artista al suo apogeo. Il canone resta il canone. In brevis è l’autorità. Quella autorità pur capace di destare invidia, ma anche di prendersi interamente la scena. A chi, come me, oltreché nel sacro indaga nel torbido, interessa guardare al gesto tragico, al graffio tutto umano nell’eterno, racchiuso nelle parole di Giulio Carlo Argan sulla Menade danzante dello scultore greco Skopas: “Nella Menade di Dresda il busto è violentemente proiettato in avanti dall’opposto sbandare delle anche; la testa è rovesciata all’indietro; e certamente il gesto delle braccia, perdute, accentuava la torsione del busto, sottolineata anche dalle pieghe della veste scomposta. La figura si avvita nello spazio agitata da un moto che non può frenare: orgiastica e dionisiaca, ma nel senso tragico del termine, è presa nel vortice della danza come in un gorgo che finirà per sommergerla”. In sostanza, in età classica, il canone inverso, di un’artista che reagisce con vigore ai canoni armonici e alla raffinatezza dei modellati imposti dalla terna di fama costituita da Fidia, Policleto e Prassitele.    

  

Il “Trasporto di Cristo” del Pontormo presso la Chiesa di Santa Felicita a Firenze

L’uomo creativo necessita quanto mai di riferimenti, di archetipi, che l’epoca moderna lascia scorrere davanti a sé; e, se talvolta ne mastica frammenti, subito li rigurgita. L’ossimoro di questa liquida masticazione spaventa, ci figura il vuoto. Nello stesso tempo, la parola canone mi suona in determinati ambiti, come quello letterario ad esempio, un po’ datata, per quanto sia ben cosciente che da sempre è una costante della Storia dell’Arte. Ciò che m’interessa è la riflessione che ne scaturisce, la vivida scintilla. Mi attrae certamente l’idea del canone inverso. Anche perché, a chi capita, oggi come ieri, di incontrare un maestro che torni a parlarci del canone? Questo mio stupore è forse il segno che la conditio sine qua non per una presa di coscienza del vuoto culturale, che già coinvolge il mondo della scuola nell’era di Wikipedia e del tutto a portata di click, è quella di tornare a una visione ampia ma meditata, quasi rinascimentale? Quando Michelangelo dipinse la volta della Cappella Sistina non progettò certo tutto da solo. Nello sviluppo delle Storie della Genesi si affidò al bagaglio di sapienza dei teologi della corte di Giulio II, e in tal senso non avrebbe potuto trovare di meglio. In seguito, il Buonarroti divenne, come già detto, il “canone” per artisti come Rosso Fiorentino e Pontormo, e le sue figure, maschili e femminili, tra i principali modelli di riferimento, sia dal punto di vista anatomico che stilistico. Ma ciò che questi artisti crearono partendo dall’idea di canone è qualcosa di straordinario, irripetibile. Sia nella Deposizione di Rosso Fiorentino che nel Trasporto di Cristo di Pontormo riconosciamo il pathos nella sua più autentica essenza: i volti affranti, i corpi tesi nel dramma, piegati nello sforzo, a tratti, nel primo caso, sul punto di perdere l’equilibrio come ad esempio i personaggi intenti a deporre il corpo del Cristo, o, nel secondo caso, dipinti in pose innaturali, più da giullari o chissà cos’altro. La definizione ci sfugge. Ma più dei volti quasi spaesati dei personaggi, ci destabilizza la disarmonia, la dissimmetria, l’indifferenza all’idea di composizione nel senso tradizionale del termine.

L’immagine di un Giano bifronte mi frulla ossessivamente in testa. Sono il tipico negligente, insofferente, un essere combattuto tra presente e passato, nel senso che tengo in tasca la contemporaneità. Vesto semplice come molti, per praticità, ma prediligo i toni scuri ai toni caldi, e sulla libreria ho il vizio di mettere gli occhi sui dorsi eleganti e consunti dei volumi classici. Ogni tanto, certo, do uno sguardo agli autori che in vita sono rimasti fuori dal giro per spirito, per ribellione e, ammetto, pochi mi lasciano impietrito come Simone Cattaneo. Poi, però, quando apprendo la notizia del premio Tizio vinto da Caio per il libro sul tema Sempronio della famiglia, arriccio il naso. Non me ne vogliano i fanatici del romanzo familiare a tutti i costi se la sfilza d’interrogativi si asserraglia: ma, se l’idea di famiglia è ammalata da anni, qual è il senso, oggi, di un romanzo sulle ombre e luci di questo vincolo sociale, quando i contatti, ora più di prima, sono affidati alla fenomenologia del caso, dell’intrattenimento collettivo liquido? Lo sforzo intriso di egoico altruismo dello scrittore, per così dire impegnato, non rischia di assomigliare alla vana scalata di Sisifo? Il macigno d’illusioni di Sisifo non ricorda un po’ il macigno di vanità dei poeti del web? Personalmente, ho una leggera idiosincrasia nei confronti dei versificatori della rete che sul finale della poesia si firmano con tanto di C maiuscola cerchiata di Copyright. L’unico cerchio, sine consonante, degno di nota, è la O, pura, la vocale vibrante sul finale di Voyelles, le vocali sinestetiche di Arthur Rimbaud, dai significati plurimi: “O, Tromba suprema piena di stridori strani, silenzi solcati dai Pianeti e dagli Angeli: – O l’Omega e il raggio violetto dei Suoi Occhi!”. Versi che, a pochi decenni di distanza da Correspondances di Baudelaire, del 1857, spalancano le porte alla modernità.

La “Deposizione” di Rosso Fiorentino è custodita nella Pinacoteca di Volterra

Tutto torna. Non c’è estasi, luogo superno, Annunciazione o Apocalisse, che non contempli la presenza di un angelo. Altrimenti la poesia è scandalo caravaggesco. Ricordiamoci che i versi si scrivono in solitudine, dolore visionario, barbaglio crepuscolare che inneggia, come tra i Canti orfici di Dino Campana, alla Notte e alla Sera, come sacre rifrazioni di miti tra visioni di fanciulle dai “profili di medaglia”, riflessi fulgenti di divinità pagane sul tondo di una moneta. Ricordiamoci che la poesia, come ci insegna il Baudelaire di Les Fleurs du mal, abita i bordelli e la prostituzione. Lui stesso, prima di incontrare la sua Venere nera, Jeanne Duval, la musa che ispirerà ben diciotto suoi componimenti, aveva frequentato una piccola prostituta ebrea di nome Sara, del cui incontro fa, letteralmente, florilegio del male, in una poesia a lei dedicata, qui nella traduzione di Tullio Furlan del 1974:

A fianco di una giudea, una notte lasciva,

come presso a un cadavere, un cadavere steso,

ebbi a pensar, guardando quel corpo vilipeso,

alla beltà di cui la gioia mi priva.

E nel mio cuor ne vidi la nobiltà nativa,

lo sguardo di vigore e gentilezza armato,

la chioma che le forma un casco profumato

e che, solo al ricordo, tutto d’amor mi avviva.

T’avrei tutta coperta dei miei baci fedeli,

e dai piedini freschi fino alle trecce nere

la mia carezza avrebbe destato il tuo piacere,

se qualche sera, o dea delle anime crudeli,

tu avessi almen potuto velar di qualche stilla

di pianto lo splendore della fredda pupilla.

Il poeta corteggia la morte, “un cadavere steso”. Ugualmente fanno Rosso Fiorentino e il Pontormo, restituendoci, nello squilibrio dei corpi, dei piedi, e nell’inusualità dei colori, la bizzarra chiave di lettura dell’opera, e rappresentando, nel Cristo, l’algida sensualità della morte, la sua icastica assenza-presenza, ora cinerea, legnosa e ora molle, di un pallore quasi abbagliante. Nel successivo verso magistrale di Baudelaire, “T’avrei tutta coperta di baci fedeli”, il poeta tradisce una innegabile ansia di purezza da questo amore, e, pur lasciandosi incantare da “lo splendore della fredda pupilla”, sa che non andrà oltre il piacere di quegli incontri occasionali. Di bordelli e prostitute ha cantato anche De André, che lo si ami o no, omaggiando i postriboli della sua Genova e procurandosi anche per questo una certa fama. Tuttavia, mi piace ricordare qui la poesia di un altro cantore, Umberto Saba, da Il canzoniere per un’altra città di mare, Trieste. Trieste si fa qui affresco, o meglio, guazzo di quel proscenio urbano e d’esistenze “dove son merci ed uomini il detrito di un gran porto di mare” affacciato sul freddo, placido, mare Adriatico. Esclusi dalla cerchia innumerabile degli angeli, servi di Dio, s’affannano gli angeli caduti.

“Spesso, per ritornare alla mia casa

prendo un’oscura via di città vecchia.

Giallo in qualche pozzanghera si specchia

qualche fanale, e affollata è la strada.

Qui tra la gente che viene che va

dall’osteria alla casa o al lupanare,

dove son merci ed uomini il detrito

di un gran porto di mare,

io ritrovo, passando, l’infinito

nell’umiltà.

Qui prostituta e marinaio, il vecchio

che bestemmia, la femmina che bega,

il dragone che siede alla bottega

del friggitore,

la tumultuante giovane impazzita

d’amore,

son tutte creature della vita

e del dolore;

s’agita in esse, come in me, il Signore.

Qui degli umili sento in compagnia

il mio pensiero farsi

più puro dove più turpe è la via”.

Alessandro Corso

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