Un libro, un convegno, una mostra su uno scrittore iper-canonizzato corre almeno due rischi: quello di non dire niente di nuovo, perché tutto ciò che egli ha scritto e fatto si staglia in un’aura di insondabile perfezione; quello di comporre dei quadri così “favolosi” che gli si può accostare ogni altra opera o evento che metta in risalto la sua indiscutibile adamantina perfezione. La mostra Favoloso Calvino, di recente andata in scena alle Scuderie del Quirinale, riesce a raggiungere entrambi gli obiettivi, ma era prevedibile, e l’argomento di queste pagine non è farne una recensione che scoraggi, tutt’altro: credo che essa vada vista e meditata, è un segnale dei nostri tempi. Spettacolosa, piacevole, suggestiva, sorprendente, ammiccante, “leggera” e così via. Il visitatore che conosce bene Calvino saprà ricostruire il percorso della mostra, coglierne sfumature e allusioni, colmare qualche lacuna, evitare qualche trappola ecc.; ma è probabile che la mostra non gli dirà niente che già non sapesse. Il visitatore che non conosce bene Calvino avrà forse l’immagine di uno scrittore senza il quale la storia d’Italia non sarebbe stata la stessa… Vero o no che sia, quel che m’interessa capire sono i meccanismi narrativi che innesca l’iper-canonizzazione di uno scrittore, e se non esiste un’altra strada non solo per mettere in discussione ogni iper-canonizzazione ma per poterne fare a meno.
Farò un rapido esempio. In un suo scritto autobiografico, parlando del periodo della sua infanzia e adolescenza, Calvino confessa il suo amore per il cinema. È un topos per uno scrittore, anzi per un artista che sente di appartenere al secolo in cui trionfa la settima arte: il cinema come luogo di fuga e di rifugio, di approdo e di scoperta di un secondo mondo, che sta fra la realtà e il sogno. Fellini narrava che il destino gli si rivelò andando al cinema: è nota la pagina in cui narra l’impressione che gli diede, da bambino, la visione di Maciste all’inferno. Senza scomodare il film di Tornatore, Nuovo Cinema Paradiso, che ha ‘grammaticalizzato’ nell’immaginario tardo-novecentesco questo topos narrativo, ciascuno di noi ha una memoria vivida delle prime esperienze al cinema, con o senza genitori, soli o fra amici, appartati con un partner o allegramente in goliardia. Giustamente, questo aspetto viene sottolineato anche per Calvino. I film che lo scrittore cita appartengono alla produzione hollywoodiana di successo: avventurosi, esotici, divertenti. È ragionevole supporre che abbia visto anche film più impegnati, ma un po’ egli non ne fa menzione, un po’ essi avrebbero portato fuori dal “favoloso”. Dunque, niente telefoni bianchi (per fortuna), niente noir alla Bogart, niente neorealismo, niente nouvelle vague ecc. Spazio invece a bucanieri, ammutinati e gentlemen. Quanto possa essere stato decisivo questo spazio fantastico nella memoria di Calvino (che, difatti, non ha scritto letteratura d’intrattenimento) è tutto da verificare. Quel che importa è rilevare come il visitatore della mostra non possa resistere alla tentazione di ammirare nello scrittore le proprie passioni e di ritrovarvi le proprie emozioni. Il rapporto identificativo tra visitatore e visitato si rafforza sulla superficie patinata dei grandi cartelloni pubblicitari mirabilmente recuperati dalla Cineteca di Bologna, e sugli schermi argentati sui quali scorrono sequenze e fotogrammi dei film che Calvino vide, e che in qualche spettatore più attempato suscitano un’incantata nostalgia del mondo in bianco e nero.
Ma questo vale per molte altre sale. L’effetto, sul visitatore, è di presentare l’immagine di uno scrittore pienamente realizzato nell’opera e nella vita, a tal punto che non tocca più interrogarsi – per esempio – sulla problematica eredità della sua opera, ma si corre direttamente alla celebrazione della sua figura “indispensabile” alla storia e alla cultura del paese. Ormai assunto stabilmente nel canone del pur angusto perimetro della Letteratura, si può procedere a proiettare lo scrittore su un modello formativo più ampio, nel quale ciascuno di noi può soddisfare le attese di una letteratura ristoratrice e confortante. Non è la sede per mettere in dubbio tale complessa manovra critica, ma resto con il dubbio riguardo a un autore che, come tanti altri, ha attraversato il suo secolo cercando delle risposte, a volte indovinando le questioni, altre volte no, comunque suggerendo soluzioni “provvisorie”, nel senso che valgono nella loro ipseitas, non più di quelle di altri scrittori (da Gadda a Pasolini a Moravia a Morante a Volponi a Luzi ecc.). Soluzioni che il futuro potrà verificare meglio di quanto non riusciamo a fare noi oggi, mettendone a fuoco la loro qualità profetica o la loro incompiutezza e fragilità.
Ricapitolando, la scelta della mostra dedicata a Calvino è di “impressionare” lo spettatore, non di indurlo a interrogarsi e a ragionare sugli innumerevoli nessi che legano l’opera dello scrittore alla storia dei suoi anni. Ampio spazio viene dato, in tal senso, ai ritratti e agli autoritratti di Calvino (disegni, tele, acrilici, foto, video) che consolidano, nella memoria dello spettatore, la centralità autoriale a dispetto del sistema policentrico e sperimentale della sua opera. È solo un sintomo del metodo adottato per far parlare Calvino par lui-même, con tutti i rischi che ne conseguono: l’autore, presto diventato famoso, corteggiato e intervistato da rotocalchi di intrattenimento, darà più spazio alla sua dimensione mondana che a quella “impegnata”, e finirà per dare di sé una versione che viene incontro alle attese di un pubblico ormai appagato dalla nuova età del benessere. Non è un caso che, nei vari passaggi della mostra, il capitolo dedicato a La guerra, la politica (tale è il titolo del catalogo) è anche il più breve. Come spiegare, altrimenti, la scelta di portare in apertura della mostra un muro di giungla pietrificata, la Forêt Palatine di Eva Jospin (sorta di fantasma calcinato di una lontana hustoniana “giungla d’asfalto”)? E come leggere lo splendido arazzo Millefiori, o dell’Adorazione, se non lo inscriviamo nel genere di quel mistico trans-realista hortus conclusus che ci attende nel Paradiso celeste? Angolando la prospettiva in un’altra direzione ci si sarebbe potuti aspettare di vedere sotto teca una P38, la pistola che Pin aveva sottratto al soldato tedesco e che aveva nascosto lungo un sentiero dove i ragni hanno il nido. Ma questo oggetto – che porta con sé morte, pianto, dolore, ecc. – avrebbe aperto nella visita una falla drammatica e luttuosa. Sono invece altre le opere che, nelle quiete sale delle scuderie del Quirinale, somministrano ai curiosi e avidi spettatori uno scrittore pensoso ma sereno e sorridente: opere di ariosa leggerezza lirica, come quelle di Fausto Melotti che, pertinentemente citate per Le città invisibili, finiscono per diventare la chiave di lettura dell’intera opera di Calvino (come sembra suggerire, sulla soglie della mostra, fuori foliazione si può dire, quasi a epigrafe, l’installazione di un’opera dell’artista di Rovereto).
Di là dai meriti e dalle questioni che l’opera di Calvino pone ove la si consideri nei suoi sviluppi, pare più importante esibirne una “idea” estetizzante, ossia quella di un Calvino fabulosus, per quanto alla fine risuoni più come uno slogan che come un approccio critico. Il pubblico disperso nel comodo limbo delle sale espositive, poco domestico con le complesse questioni e le contraddizioni della letteratura del Novecento, resta in attesa dell’epifania dello scrittore che come un re Magio porta in dono non mirra o incenso ma libri.
Non credo che il “destino” di uno scrittore sia quello di entrare, in odore di beatitudine, in un canone, ancor meno di sottoporsi a iper-canonizzazioni. Semplicemente il suo destino è scrivere («Nulla è sicuro, ma scrivi», sentenziava Fortini alla fine di una sua celebre poesia). La società dello spettacolo sa strumentalizzare anche questo “scrivere”, nascondendo il valore che ogni parola scritta può avere in rapporto alle vicende che l’autore evoca, significa o rappresenta. Si cominci a diffidare di coloro che fanno l’elenco degli scrittori o dei poeti da leggere, da non perdere, da premiare, da portare nell’isola deserta, e via dicendo, e alla fine lo proclamano con sussiego minimalista o professorale. Meglio chiedere loro cosa hanno letto e cosa non hanno letto, per mancanza di tempo o per pigrizia o per altro. Meglio fare un passo indietro che uno o due avanti, confondendo gli altri. Ci si chiederà: se ogni canone del Novecento finisce per approdare su assiomi prescrittivi, trasvalutando l’opera e la vita di un autore in una “favola” di cui non si riesce più a pesare i punti di forza né a misurare i limiti, vale la pena puntare su un anti-canone che si risolva in un rizoma senza profondità, in cui ogni differenza si relativizza omologandosi, in un pulviscolo di nomi e voci che impediscono di vedere più avanti del proprio naso, cioè dei propri gusti? No, ovviamente. L’avventura di uno spettatore è come quella di un lettore: non riuscirà a costruire una sua mappa se non con la curiosità sufficiente per abbandonarsi al dettaglio, alla divagazione, al sogno, decentrando il proprio sé; e con il dubbio che esista un disegno in grado di fargli comprendere il cammino che sta facendo. Ogni visita, come ogni lettura, rientra in un percorso incessante di “formazione”, con tutto quello che di istintivo e casuale comporta la cornice storica entro cui essa necessariamente si svolge. Un percorso che si compirà solo quando non si potrà andare oltre. O forse non si potrà che andare Oltre.
Salvatore Ritrovato